27 settembre 2021 ore: 11:02
Società

Etiopia, guerra sempre più violenta: la denuncia del commissario Onu Bachelet

A combattere è l’esercito di Addis Abeba, da una parte, e le forze della regione del Tigray, dall’altra. Per la Bachelet ormai ci sono prove di “molteplici e gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto"
Donne a Wukro, Tigray - Foto: @Unicef/Ethiopia 2016 Carazo (Via Flikcr) tigray, guerra

In Etiopia la guerra continua più violenta che mai, tanto che nei giorni scorsi la denuncia è stata rilanciata anche da Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani. A combattere è l’esercito di Addis Abeba, da una parte, e le forze della regione del Tigray, dall’altra. Per la Bachelet, che ha parlato di fronte al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ormai ci sono prove di “molteplici e gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto nel Tigray” e gli scontri “rischiano di estendersi all’intero Corno d’Africa”. Parole che fanno eco a quanto dichiarato a fine agosto da Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu: “Sono in gioco l’unità dell’Etiopia e la stabilità della regione. La retorica incendiaria e la profilazione etnica stanno lacerando il tessuto sociale del Paese”.

La situazione precipita. L’ultima tragedia di cui si ha notizia riguarda il ritrovamento di decine di corpi, tra cui anche donne e bambini, nel fiume Tezeke Setit, al confine tra Etiopia e Sudan. I cadaveri erano tutti di persone etiope di etnia tigrina e testimoni parlano di segni di tortura e violenza. E oltre alla brutalità della guerra si fa sempre più urgente la questione alimentare: l’agenzia statunitense Usaid denuncia che gli aiuti non riescono più ad arrivare nel Tigray e la Chiesa cattolica nazionale ha dovuto interrompere l’attività umanitaria nella regione a causa degli scontri. Si stima che ci siano ormai più di 4,5 milioni di persone in estrema necessità.

Il contesto. Lo scoppio dell’attuale conflitto risale al 4 novembre dello scorso anno. In quella data –  a seguito di una tornata elettorale non autorizzata, in cui aveva vinto il Fronte per la liberazione del Tigray – l’esercito etiope, con l’aiuto di quello eritreo e delle milizie ahmara, aveva attaccato la regione. Si pensava che nel giro di poco le forze politiche e militari tigrine sarebbero state piegate. Ma i calcoli di Abiy Ahmed, capo del governo e premio Nobel per la Pace 2019, si sono rivelati sbagliati. Presto infatti i tigrini si sono alleati con il gruppo etnico Oromo e il conflitto si è ormai esteso ad altre aree del Paese, soprattutto Afar e Ahamara. E si avvicina sempre più alla capitale, con il pericolo che ad essere travolto alla fine possa essere l’interno Corno d’Africa.

L’articolo integrale, Tigray: guerra in Etiopia a un passo dal punto di non ritorno, può essere letto su Osservatorio Diritti.

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