28 gennaio 2019 ore: 11:46
Immigrazione

Caso Sea Watch, "ecco perché non siamo andati in Tunisia"

Secondo i rappresentanti del governo italiano, la nave doveva ripararsi in Tunisia. Ma l'ong tedesca rende note le comunicazioni con il centro di coordinamento olandese e spiega che la Tunisia non ha mai risposto alla richiesta di fornire un porto sicuro. Intanto aperta un'inchiesta

ROMA - La Sea Watch doveva andare in Tunisia, ma l’imbarcazione dell’ong tedesca con a bordo 47 persone (tra cui 13 minori non accompagnati) avrebbe comunque fatto rotta verso l’Italia, disattendendo le indicazione ricevute. E’ su questo punto che insistono i ministri dell’Interno, Matteo Salvini, e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli accusando l'equipaggio della nave. Il procuratore di Siracusa, Fabio Scavone, ha aperto un’inchiesta, l’ipotesi che circola è che nelle prossime ore la nave possa essere sequestrata, tutto l’equipaggio potrebbe dover rispondere dell’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il procuratore ha però precisato che il comandante della nave "non è indagato". Alle accuse replicano i rappresentanti dell’ong tedesca, mostrando le comunicazione tra il comandante della nave e il centro di coordinamento olandese. E spiegando perché alla fine la nave si sia diretta verso l'Italia. 

La replica di Sea Watch: “La Tunisia non ha mai risposto”. “Lo scorso 23 gennaio Sea-Watch, a causa dell’arrivo di una forte perturbazione da nord-ovest, definita ciclone mediterraneo, abbiamo avuto diverse comunicazioni con il JRCC olandese e con la capitaneria di porto di Lampedusa - spiega l’ong tedesca -. Il centro di coordinamento marittimo olandese, dopo aver preso atto dell'impossibilità di entrare nel porto di Lampedusa, ha informato la nave che l'opzione di trovare riparo in Tunisia poteva essere percorribile. Il governo olandese ha quindi contattato il governo tunisino, senza però ricevere alcuna risposta”. Già a novembre alla Sea-Watch era stato negato l'approdo in Tunisia per fare rifornimento e per ripararsi durante una tempesta, spiega l’ong: la nave si era ritrova per oltre 5 giorni al largo delle coste di Zarzis senza poter entrare in porto. Per questo, il comandante della Sea Watch 3 ha fatto rotta verso Nord, verso l’Italia.

L’estratto della comunicazione tra Sea Watch e il ministero olandese. L’ong ha poi reso noto anche un estratto delle comunicazioni intercorse tra il capitano della nave e il Ministero delle Infrastrutture olandese. Il giorno 23 gennaio, alle 14:35, il Team Sea-Watch in Olanda contatta il Ministero "Infrastructure e Watery”, competente per la Guardia Costiera, chiedendo un riparo dal cattivo tempo in arrivo. Il rappresentante di Sea-Watch chiede l’indicazione di un PoR (Porto di Rifugio) a Malta o in Italia. Poi, in una seconda comunicazione, chiede la stessa indicazione solo per l’Italia poiché rappresentava in quel momento il PoR più vicino (Lampedusa). Venti minuti dopo, alle 14:57 Il contatto al Ministero dice all’ong il Ministero degli Affari Esteri, Giustizia e Sicurezza chiederà all'Italia di fornire un PoR. Alle 16:11 arriva la conferma che la richiesta di PoR è stata inviata alla Guardia Costiera italiana, MRCC, da JRCC Den Helder. Il messaggio  inviato dal JRCC Olanda (Jrcc Den Helder) al rappresentante di Sea-Watch in Olanda parla di contatti dell’Italia. La prima ipotesi è Lampedusa, ma date le condizioni avverse che stanno per colpire l’isola, Mrss (centro di coordinamento marittimo) di Roma non lo considera un “safe place shelter”. Alle 19:05 Sea Watch riceve un ultimo messaggio dal ministero delle Infrastrutture olandese in cui si dice che la Tunisia è la migliore alternativa e che verrà inviata una richiesta alla Guardia costiera tunisina. Ma dopo queste comunicazioni - spiega Sea Watch - “non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta dal governo olandese in merito alla richiesta di un porto rifugio (POR) in Tunisia”. (ec)



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