19 giugno 2015 ore: 11:17
Società

Family Day, il Forum Famiglie: "Piazza da ascoltare, sui figli non si scherza"

Unioni civili, adozioni, gender. Intervista al presidente Francesco Belletti: il Forum non aderisce alla manifestazione di Roma ma nelle famiglie quel sentire "è diffuso” e “bisogna tenerne conto”. “Inaccettabile” il ddl Cirinnà, “non si subordinano i diritti dei bambini ai desideri degli adulti”
Famiglia. Genitori e figli di spalle

ROMA – Formalmente non sarà in piazza, ma più per motivi di ordine strategico che per i contenuti della manifestazione, su cui c’è invece una grande vicinanza di vedute. Il Forum delle associazioni familiari, la principale organizzazione italiana che riunisce una cinquantina di associazioni, che otto anni fa aveva avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del Family Day del 2007, non aderisce all’appuntamento convocato per domani a Roma per riaffermare il “diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà”. Una decisione strategica che non impedirà a moltissimi singoli aderenti di essere presenti in piazza San Giovanni. Del resto, come sottolinea in questa conversazione anche il presidente del Forum, Francesco Belletti, “è un tema molto sentito e nelle famiglie c’è grande preoccupazione”. Sul banco degli imputati ci sono i controversi progetti portati avanti in alcune scuole in chiave anti-discriminazione (che scavalcano i genitori nell’educazione su temi delicati come la sessualità e l’identità di genere), ma anche i disegni di legge che mirano alla equiparazione fra matrimonio e unioni civili.

Belletti, otto anni dopo c’era necessità di un nuovo Family Day?
La piazza di sabato è importante perché si intercetta un sentire diffuso nelle famiglie che vedono un attacco ideologico alla famiglia come istituzione: molte famiglie sono preoccupate sia perché ci sono delle leggi che stanno indebolendo l’identità giuridica della famiglia sia perché ci sono dei provvedimenti di legge che vanno a minacciare gli aspetti educativi e l’identità sessuale delle persone, soprattutto delle nuove generazioni. Un evento di questo genere entra nel dibattito pubblico e bisogna ascoltarlo. C’è un nodo valoriale in gioco che è l’identità della famiglia, che viene pesantemente attaccata dal disegno di legge Cirinnà, che noi non condividiamo. Pensiamo che sia un gravissimo errore riconoscere un modello di regolazione delle unioni civili con quel modello, perché di fatto è un’assimilazione al matrimonio. Il ddl Cirinnà, per noi, è inaccettabile. Secondo punto, la questione dell’ideologia del gender, di fatto rappresentata come progetto di condizionamento ideologico sulle nuove generazioni. Su questi due temi la piazza del 20 giugno dice qualcosa a tutto il paese e soprattutto a chi ha la responsabilità politica.

Eppure voi non avete aderito e almeno formalmente non sarete in piazza. Perché?L’origine di questo appuntamento è un’origine non sistematica: parte da alcune sensibilità che si sono messe in campo con una modalità comunicativa molto precisa, di impatto e di protesta. Noi come Forum delle associazioni familiari abbiamo valutato di non aderire istituzionalmente a questo appuntamento perché abbiamo altre modalità di lavoro: un lungo dialogo con chi fa policy making e con l’associazionismo familiare per trovare soluzione condivise. Questo non significa però che molte nostre famiglie non vadano in piazza: significa solo che questo è un appuntamento importante ma che, al pari di questo, ci sono molte altre modalità e strategie per dare rappresentanza all’emergenza famiglia. Molti hanno confrontato questo appuntamento con il Family Day del 2007: quello ebbe tutt’altra dinamica e gestazione, tempi molto più lunghi, e l’obiettivo forte era di costruire una piattaforma solida fra le associazioni con un grande lavoro di concertazione. Questo è invece un movimento che parte da un sentire diffuso che si è come addensato in poche settimane. Noi crediamo che quel lavoro di concertazione e co-progettazione sia prezioso e rende aperto a tutti questo tema e per questo non abbiamo aderito all’iniziativa, Ma ripeto, questo non significa che l’evento non metta il dito in una questione di grande urgenza e di grande gravità.

Quale è la vostra posizione sul riconoscimento delle unioni civili?
Dal nostro punto di vista la linea più rigorosa è quella del puntare sul promuovere i diritti delle persone in queste particolari formazioni sociali (art. 2 e 3 della Costituzione). Non dunque diritti alle unioni in quanto tali, ma alle singole persone. Se invece si optasse per dare un maggiore riconoscimento ad un nuovo istituto, come alcuni progetti di legge prevedono, occorrerebbe essere estremamente rigorosi nel distinguere fra ciò che è prerogativa del matrimonio e ciò che è regolativo di questo nuovo istituto giuridico. In linea generale immaginare una formazione sociale non matrimoniale ma fondata su legami di solidarietà reciproca è ipotizzabile, purché dal punto di vista normativo si faccia riferimento esplicitamente all’art. 2 della Costituzione e lo si scolleghi esplicitamente all’art 29 che parla di famiglia.

Ci sarà da tenere conto anche della posizione dei tribunali…
Se tale distinzione non è chiara, è chiaro che attraverso i tribunali si arriverà ad una equiparazione totale: questo è esattamente ciò a cui mira il ddl Cirinnà, che per come è scritto è già pronto per sfruttare proprio il meccanismo dei ricorsi giudiziari a livello nazionale e internazionale, sfruttando il concetto per cui, essendo la regolazione delle unioni civili simili al matrimonio, non si capisce perché debba essere diverso dal punto di vista dell’accesso ai diritti. O si costruisce un meccanismo giuridicamente indiscutibile sul fatto che siano cose diverse oppure è tutta propaganda. Quindi, noi siamo orientati a promuovere il riconoscimento dei diritti individuali ma nel caso il dibattito parlamentare si indirizzi verso l’altra soluzione siamo assolutamente vigili a che non ci sia nessuna ambiguità e simulazione e somiglianza. Riteniamo che l’identità della famiglia sia fondata su due caposaldi costituzionali: la differenza sessuale, che è riconosciuta sempre da tutte le sentenze della Corte costituzionale e la generatività, cioè la responsabilità delle nuove generazioni: questo è il motivo per cui dovrebbero esserci politiche per la famiglia, è la famiglia che regola la differenza sessuale orientata alle nuove generazioni.

E poi c’è il tema delle adozioni: quale è il vostro pensiero?
Il tema delle adozioni delle nuove generazioni vive una radicale ambiguità che è per me drammatica. È emerso in questi tempi un diritto degli adulti a diventare genitori sulla pelle dei bambini, quando anche solo dieci anni fa in tutti i convegni a tutela dell’infanzia veniva sempre rigorosamente affermato il superiore interesse del minore e il diritto del bambino ad avere una famiglia. Io resto dell’idea che questa sia una distinzione drammaticamente insuperabile. Io sono disponibile a custodire il benessere del bambino sempre e comunque rispetto ai suoi genitori, e quindi sono disponibile ad accettare che intervenga qualcun altro se i suoi genitori non ne sono capaci, ma non sono disponibile a riconoscere qualsiasi diritto di un adulto sulla vita di un bambino. Non a caso l’adozione è stata presidiata per tutti questi anni, con le selezioni delle famiglia adottive che sono sempre state fatte sull’idea che ‘voi non risolvete il vostro problema di genitorialità ma vi mettete al servizio del bene di questo bambino che ha diritto ad avere un papa e una mamma’. Ebbene, su questo punto credo che ci sia lo svelamento, che diventi davvero palese il grande rischio di subordinare i diritti dei bambini ai desideri, ragionevoli ma pur sempre desideri, degli adulti.

Ciò non toglie che nella realtà, a volte, le cose non siano così lineari.  
Si certo, ci sono storie particolari, ma sono appunto storie particolari. In generale la legge prevede che si cerchi il meglio per il bambino, una condizione di stabilità strutturata della famiglia composta da un uomo e una donna sposati da almeno tre anni, ma non si esclude che vi siano storie particolari che consiglino per il bene del bambino soluzioni diverse: e si prevede ad esempio che un minore possa essere dato in adozione in casi speciali anche a persone singole. Il criterio generale è quello di regolare delle situazioni di cura, quando queste esistono. Faccio un esempio: se una persona ha avuto un figlio dentro un matrimonio – quindi eterosessuale – e poi continuando a farsi carico del figlio dà vita ad un legame omosessuale. È chiaro che questa relazione è oggettivamente una relazione di cura, educativa e di custodia. Ed è chiaro che si pone il problema di definire chi sia, rispetto a questo figlio, il nuovo compagno del suo genitore. Questo ragionevole problema di tutela e di cura può essere risolto ad esempio individuando una soluzione più simile all’affidamento che non all’adozione, per cui non c’è una filiazione ma il riconoscere che il partner del genitore naturale ha un compito di tutela e di custodia che non è però assimilabile alla genitorialità a pieno titolo. Quindi un modello di affidamento fino alla maggiore età o sine die che non sia una adozione perché con quella si diventa genitori per sempre e comunque. Attenzione però: è chiaro che un conto è essere il compagno di una persona che ha avuto un figlio con un altro partner, altra cosa è che nasca una convivenza fra persone dello stesso sesso e si ipotizzi per questa coppia il diritto ad avere un bambino a qualunque titolo, perché se si parla di diritto esso diventa esigibile, e ci troviamo in un corto circuito culturale. Tanto più in una situazione in cui di bambini in difficoltà privi di genitori ce ne sono tanti e tante sono pure le coppie sposate stabili disponibili ad adottarli. In conclusione, il nodo centrale è che non si può essere ambigui sul fatto che l’esercizio di genitorialità ha un carattere di dono e non di diritto: al centro, come dice anche tutta la letteratura internazionale laica, ci deve essere l’interesse del bambino.

La manifestazione protesta anche contro le cosiddette “teorie del gender”. Di fatto si contesta la Strategia nazionale anti-discriminazione attuata dal nostro paese: in passato anche voi avete più volte lamentato di essere stati esclusi dalla sua ideazione…
Si, questo è un fatto oggettivo. Il bando pubblico ufficiale dell’Unar sulla Strategia nazionale per il contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere era stato costruito dicendo che il mondo dell’associazionismo doveva essere solamente quello espressione della comunità Lgbt. Un concetto giuridicamente molto incerto, cosi come incerto è il concetto di omofobia, sul quale molto si discute ma che nessuno si è mai preso la briga di definire per limitarne le qualità giuridicamente fondate. Quindi da un lato c’è una grande confusione sui termini giuridici e sulla definizione chiara dei concetti, e dall’altro c’è l’operazione dell’Unar che ha dato voce solo ad una tipologia di soggetti, solo ad un tipo di cultura di riferimento. Fra l’altro, molte di queste associazioni scelte dall’Unar – non tutte, ma una buona parte – sono anche poco radicate sul territorio e certamente non hanno una grande rilevanza nazionale in termini di diffusione. Insomma, certamente non ci sono state irregolarità amministrative ma c’è stata una intenzionalità di scegliere un approccio su un tema che poi si è oggettivamente dimostrato particolarmente controverso. Tutti siamo contro la discriminazione ma le modalità per lottare contro la discriminazione nella scuola e nei media sono molto diverse, e anche gli esempi di Dolce e Gabbana o di Barilla dimostrano che c’è un modo intollerante di combattere la vertenza per i diritti civili. (ska)

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