6 maggio 2020 ore: 10:00
Società

Fase 2, la scuola? “Cruciale come le attività produttive per la ripresa del paese”

di Alice Facchini
L’Alleanza per l’infanzia lancia un appello al Governo affinché sostenga il reddito delle famiglie, metta i genitori in condizione di poter lavorare e valorizzi il ruolo del sistema scolastico. Saraceno: “Il rischio è che i servizi educativi non saranno più presenti al momento della ripresa, riducendo ulteriormente un’offerta già insufficiente”
Scuola

È necessario riaprire i servizi educativi prima dell'estate, con chiari protocolli che garantiscano la sicurezza: la questione riguarda i diritti educativi e relazionali dei bambini e dei ragazzi, ma anche le possibilità dei loro genitori di tornare a lavorare. Se ciò non avverrà, oltre a mettere in difficoltà bambini e famiglie, c'è il rischio concreto che molti di questi servizi non saranno più presenti al momento della ripresa, riducendo ulteriormente un'offerta già largamente insufficiente. È stupefacente che questi temi non siano stati da subito prioritari nell’agenda politica”. La sociologa Chiara Saraceno commenta così l’appello lanciato dall’Alleanza per l’infanzia, di cui è portavoce, una rete nazionale di organizzazioni e studiosi impegnati nella tutela dei diritti dei bambini. Le richieste al Governo sono molto semplici: sostenere il reddito delle famiglie, mettere i genitori in condizione di poter lavorare e valorizzare il ruolo del sistema educativo e di istruzione.

Nel procedere nella fase 2, con la progressiva riapertura delle attività produttive, secondo l’Alleanza sono tre i temi cruciali da affrontare: i bisogni educativi e di socialità dei ragazzi, i problemi di conciliazione tra famiglia e lavoro per i genitori e il rischio di impoverimento dell’offerta di servizi educativi per la prima infanzia. “Durante il lockdown c’è stata una grave sottovalutazione dei danni della chiusura delle scuole sul piano educativo – afferma Saraceno –. I problemi sono stati tanti: non tutti i ragazzi sono in grado di accedere alla didattica online, i bambini più piccoli fanno più fatica, e poi è mancata tutta una dimensione relazionale di socialità, dal momento che i ragazzi hanno bisogno di stimoli educativi anche al di fuori della famiglia. La questione di come riprendere la scuola è assolutamente prioritaria e non può essere semplicemente rimandata a settembre: in mezzo ci sono tanti mesi di vuoto”.

E poi c’è la questione dei genitori di figli minorenni, in particolare sotto i 14 anni, che dovranno cercare di gestire contemporaneamente la routine della famiglia e il lavoro: “Non si possono riprendere le attività produttive senza porci il problema di cosa succederà ai bambini e ai ragazzi che non sono in grado di badare a se stessi – continua Saraceno –. Cosa faranno le madri? Il rischio è quello di minare l’occupazione femminile, oppure che i bambini vengano lasciati a se stessi, trovando soluzioni di comodo e poco appropriate, come quella di affidarli a babysitter poco qualificate. La verità è che l’organizzazione della famiglia e l’organizzazione del lavoro sono strettamente intrecciate: non si può pensare di riorganizzare una senza considerare anche l’altra”. 

Infine c’è il problema della tenuta dei servizi educativi per la prima infanzia, messi a dura prova da questa prolungata chiusura. Visti i danni economici e l’incertezza sul futuro, non è detto che i nidi e altri servizi del terzo settore riescano a sopravvivere fino alla riapertura, soprattutto per quanto riguarda il privato sociale. “Il timore è che questi servizi vengano ridotti in maniera evidente, o che si torni a una visione assistenziale, senza alcuna prospettiva di lungo periodo – conclude Saraceno –. Bisogna cominciare da subito a ripensare al sistema scuola, non solo in termini logistici e architettonici, ma anche di didattica: occorre un protocollo nazionale, declinato poi a livello locale, che pensi a come non perdere il contatto con tanti bambini. È emblematico che ad oggi, prendendo in considerazione solo 8 scuole della città di Torino, almeno 160 ragazzi non hanno più contatti con i professori, un numero molto alto in così pochi mesi. Questo è un problema drammatico, che mette a rischio il diritto all’istruzione, soprattutto nelle fasce più svantaggiate della popolazione”.

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