23 settembre 2015 ore: 16:23
Immigrazione

Fatto l'accordo Ue, ma l'Italia ha abbastanza migranti da ricollocare?

Se si applicasse oggi quanto votato dai paesi membri dal nostro paese potrebbero partire poco più di 4.000 persone. Ma rischiamo di non raggiungere la quota di 40 mila nemmeno in due anni. Senza alleggerire affatto la pressione sul sistema di accoglienza
Migranti Ue - immigrati con scritta "we need to pass"

 ROMA – E’ stato approvato ieri a Bruxelles il piano di ricollocamento per 120mila richiedenti asilo e rifugiati dai paesi di primo approdo (Italia e Grecia) verso gli altri Stati dell’Unione. In particolare l’accordo prevede di trasferire dal nostro paese 15.600 persone che si sommano alle 24mila già decise nel vertice dei ministri dell’interno della settimana scorsa, per un totale di circa 40mila profughi. Si tratta di persone in “evidente necessità di protezione internazionale”, profughi per i quali il tasso di riconoscimento dello status di protezione internazionale sia pari o superiore al 75 per cento, in particolare di siriani ed eritrei. Ma proprio queste due nazionalità da alcuni anni considerano il nostra paese solo una terra di transito. Non si fermano, non chiedono asilo, restano il tempo necessario a riprendersi dal viaggio e poi continuano il percorso verso gli altri stati del nord Europa. Ma analizzando i dati disponibili, il ricollocamento difficilmente inciderà sulla situazione dei rifugiati nel nostro paese. E l’Italia non sarà forse in grado di assicurare la quota di 40mila profughi da trasferire negli altri stati dell’Unione neppure in due anni.

- Eritrei e siriani: uno su mille chiede asilo in Italia
Secondo i dati del ministero dell’Interno i siriani e gli eritrei rappresentano le prime due nazionalità negli sbarchi in Italia. Solo nel 2014 sono stati rispettivamente 42.323 e 34.329 su un totale di 170mila arrivi. Ma la stragrande maggioranza di loro non ha chiesto asilo nel nostro paese: i richiedenti siriani a fine 2014 erano appena 505 mentre gli eritrei 480: poco più di una persona su mille.
Le due nazionalità non compaiono neanche tra i primi dieci paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Italia. La situazione non è cambiata neanche nel 2015: al 13 settembre su un totale di circa 122 mila arrivi la nazionalità più rappresentata è quella eritrea con 32.129 persone soccorse, seguita dai nigeriani 15.383, i somali 9.165, i sudanesi 7.450 e i siriani 6.826. Stando alle richieste di protezione internazionale (dato relativo ai primi 5 mesi del 2015) però quelle avanzate da siriani sono appena 132 mentre quelle presentate dai cittadini eritrei 149.

“Non ci arriveremo”
Numeri che ad oggi non consentirebbero neanche lontanamente di coprire la quota di ricollocamenti previsti per l’Italia, come spiegava anche il prefetto Angelo Trovato, presidente della Commissione territoriale asilo,in un’audizione alla Commissione Shengen di giugno, cioè poco dopo il primo accordo ufficioso europeo (quello dei 24 mila dall’Italia diventato operativo la settimana scorsa).
Oltre ai siriani e gli eritrei, secondo il prefetto, anche le persone provenienti da Iraq, Somalia e Afghanistan potrebbero essere ricollocate, ma anche per queste nazionalità, la presenza in Italia è molto bassa: “Le nazionalità che hanno avuto il maggior indice di riconoscimento di protezione internazionale – parlo di status e di sussidiaria nel 2015, perché la Commissione europea fa riferimento al 2015 – spiegava - sono i seguenti: Somalia per il 93 per cento dei casi (i richiedenti asilo che abbiamo esaminato, però, sono stati 445); Afghanistan 91 per cento su 1.183 esaminati; Iraq 89 per cento su 254 esaminati; Eritrea 86 per cento su 303 esaminati; Siria 76 per cento su 79 esaminati. Queste sono le nazionalità che superano la quota europea. Tuttavia, su questi Paesi i nostri richiedenti asilo sono bassissimi. Forse dovremmo un attimo riflettere sulla composizione di questo paniere, perché potremmo alla fine forse non arrivare nemmeno ai 24-25.000. Tenete conto che i dati che vi sto fornendo sono su cinque mesi. (…) Se vado a vedere il numero dei richiedenti asilo di queste nazionalità, trovo che per la Somalia ci sono in tutto 294 richieste di asilo, per l'Afghanistan sono un certo numero di più, ossia 1.449. Per l'Iraq sono 157, per l'Eritrea 149 e per la Siria appena 132. Chiaramente siamo molto al di sotto della quota che potremmo condividere nel sistema europeo”.

Nessun alleggerimento, anzi
L’accordo della settimana scorsa sui 24 mila ricollocamenti dall’Italia, secondo il testo pubblicato nella Gazzetta ufficiale europea, si “applica alle persone che arrivano nel territorio dell'Italia o della Grecia a decorrere dal 16 settembre 2015 fino al 17 settembre 2017 e ai richiedenti giunti nel territorio di tali Stati membri a decorrere dal 15 agosto 2015”. Invece per quello votato ieri a maggioranza (i 15.600 dall’Italia) non sono ancora noti i termini applicazione. Restano dunque esclusi dagli accordi quasi tutti i richiedenti asilo presenti fino ad ora. Ma se anche quegli accordi si potessero applicare a partire da gennaio 2014, l’Italia ad oggi sarebbe in grado di “ricollocare” poco più di 4.000 migranti presenti nei centri di accoglienza, cioè l’11 per cento della quota di quasi 40 mila richiedenti asilo che l’Europa le ha concesso. Questo in base alle cifre fornite a giugno dal prefetto Trovato.
In pratica, se gli attuali flussi di migranti continueranno, l’Italia non alleggerirà la pressione sul suo sistema di accoglienza perché continuerà a ricevere migranti africani la cui percentuale di accoglimento delle richieste d’asilo non soddisferà i requisiti fissati dall’Ue. E per soddisfare la quota europea dei ricollocamenti dovrà “sperare” di trovare richiedenti asilo ammissibili e che siano disposti a farsi identificare. E naturalmente gestire l’accoglienza di tutti coloro che oggi proseguono verso il nord Europa.

L’incognita hotspot
Cosa può accadere dunque da ora in poi? La situazione potrebbe cambiare da quando inizieranno a essere operativi i cinque hotspot previsti nel nostro paese: i centri cioè di identificazione e smistamento dei migranti che arrivano nel nostro paese. In queste strutture i migranti saranno trattenuti per 48 ore: le persone identificate potranno chiedere asilo ed essere poi trasferite nelle strutture di accoglienza. Chi rifiuta il foto segnalamento, invece, verrà trasferito nel Cie (centro di identificazione ed espulsione). C’è da attendersi dunque che ci sarà un aumento delle identificazioni, in particolar modo dei cosiddetti transitanti le cui nazionalità coincidono con quelle ammesse dagli accordi europei.
Ma molte di queste persone potrebbe ancora tentare di tutto per non farsi prendere le impronte digitali, ed evitare di dover presentare domanda d’asilo in Italia. Sul fronte africano, ad esempio, posto che il flusso di eritrei continui con queste dimensioni, quanti di essi accetteranno di farsi identificare? “Questo è un problema che abbiamo ben presente – spiega il prefetto Angelo Malandrino, del ministero dell’Interno -. Sappiamo che molti vogliono andare via dall’Italia. Una volta che arrivano in Germania si fanno prendere le impronte volentieri perché è lì che vogliono arrivare, da noi la situazione è più complessa. Noi abbiamo l’esigenza di coniugare umanità e rigore”. Non solo, ma ad oggi, dei 5 hotspot previsti, solo quello di Lampedusa ha iniziato ad operare da un paio di giorni in via sperimentale. Anche se gli altri fossero attivati relativamente a breve, è molto difficile che entro la fine del 2015 la situazione possa cambiare di molto.

Le rotte che cambiano  
Ma c’è anche un altro fattore da tener presente. Nell’ultimo anno le rotte dei profughi, in particolare siriani, afghani e iracheni, stanno cambiando. Se prima era il Mediterraneo centrale la via più battuta nel 2015 gli arrivi si spostano verso l’area orientale e balcanica, riguardando in misura significativa non solo l’Italia, ma anche e soprattutto la Grecia. In particolare, quest’ultima ha fatto registrare oltre il doppio degli arrivi del nostro paese: 288 mila persone salvate a fronte dei 122 mila dell’Italia. Con questa tendenza, il “serbatoio” di siriani ammissibili al ricollocamento finirà presumibilmente per esaurirsi: come detto, al settembre di quest’anno erano stati solo 6.800, contro i 42 mila in totale arrivati nel 2014.

Migranti di serie A e di serie B
Lo scenario è confermato implicitamente anche da Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas Italiana: “I numeri del ricollocamento sono già contenuti – sottolinea – Se inoltre il trasferimento riguarderà solo alcune nazionalità è chiaro che non si risolve il problema, può alleggerire forse, ma non è determinante nella gestione dei flussi. Non solo, ma si rischia di creare una situazione in cui alcuni profughi sono considerati di seria A e altri di serie B. E di fare scelte che vanno nel senso di proteggere alcuni e non altri”.

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