17 agosto 2015 ore: 11:46
Famiglia

Figlio tolto alla coppia dell'acido, "pena suppletiva non prevista da alcuna norma"

L'Unione delle camere penali interviene sulla vicenda di Martina Levato, condannata in primo grado a 14 anni di carcere per aver sfregiato l'ex con l'acido. Il Tribunale le ha impedito di vedere il figlio, nato due giorni fa. Una forma cautelativa prima che i giudici decidano definitivamente

MILANO – Dopo il carcere la sottrazione del figlio. Martina Levato, la ragazza condannata in primo grado a 14 anni di reclusione insieme ad Alexander Boetccher, suo compagno, per aver sfregiato con l'acido Pietro Barabini, ex compagno di scuola di lei, non può vedere il figlio, nato dopo la mezzanotte del 15 agosto. Lo ha deciso il Tribunale dei minorenni, fortemente contestato dalla famiglia della ragazza e non solo. L'Unione delle Camere penali si unisce alla protesta: in una nota chiede che il ministro della Giustizia si faccia sentire per spingere ad un passo indietro il Tribunale dei minorenni. "L'Unione Camere Penali Italiane, con il suo Osservatorio Carcere, è dalla parte del bambino, dalla parte della madre, contro la vergogna di Stato che rapisce il neonato ad una donna detenuta", si legge nella nota.

Secondo l'Ucpi si tratta di "una pena suppletiva non prevista da alcuna norma", aggravata dal fatto che la sentenza a cui fa riferimento è stata "appellata e quindi non definitiva". "Ma seppure fosse colpevole? Esiste forse una pena che possa coinvolgere la creatura che si porta in grembo? Quando arriverà - ma quando ? - la decisione del Tribunale per i Minorenni sarà troppo tardi. L'attimo fuggente sarà svanito. Il piccolo avrà sentito altri odori, altre voci, altro calore", prosegue la nota dell'Ucpi.

Così come la sentenza, anche la decisione del Tribunale di mantenere lontani madre e figlio non è definitiva. "Occorre rivendicare con la massima decisione che le persone condannate a pene detentive - e nel caso di specie si tratta addirittura di soggetti ancora in attesa di giudizio definitivo - non cessano per ciò stesso di essere titolari di diritti, quale che sia la gravità dei delitti che vengono loro ascritti, e che lo Stato ha il dovere di tutelare il loro diritto a coltivare gli affetti e, prima di tutti, l'affetto genitoriale", continua. In più la figura delle madri dovrebbe essere tutelata in carcere: "Nessuna condanna penale può autorizzare a sottrarre d'imperio un neonato alla propria madre, a meno che essa non venga motivatamente giudicata incapace di accudirlo".

La conclusione dell'Osservatorio carcere dell'Ucpi è senza appello: "Quanto accaduto è l'ennesimo inaccettabile segnale della distanza di quella cultura della dignità della persona che troppo spesso governa l’amministrazione della giustizia, l’esecuzione delle pene detentive e l’utilizzo dello strumento custodiale". (lb)

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