7 dicembre 2011 ore: 11:51
Società

Fra i siriani d’Italia lo scontro si sposta sul web

Su Facebook va in scena una “guerra di video” fra siriani pro e contro regime, con minacce e insulti reciproci. Ma in piazza, per la prima volta, scendono anche le donne
BOLOGNA – Mentre in Siria continuano gli scontri fra esercito e oppositori del regime, tra le comunità siriane all’estero il clima conflittuale è tutto on line. Internet, e Facebook in particolare, è lo spazio dove lo scontro politico è più evidente. Sul social network ci sono vari gruppi in lingua italiana contro e pro regime: gli utenti postano video amatoriali non verificabili di violenza da entambe le parti. “Una guerra dei video,” dice Enrico de Angelis, ricercatore in comunicazione politica internazionale ed esperto della Siria. “La polarizzazione e radicalizzazione del dibattito, insieme alla violenza verbale sul web, dimostrano che le persone hanno paura dell’instabilità ancora più che della repressione e della corruzione. In una società come quella siriana divisa tra diversi gruppi etnici e religiosi, un’informazione dispersa in rete può finire per accentuare le differenze, generando confusione e paura”.
 
Così sul web sostenitori e oppositori del regime si scambiano minacce e insulti, e quelli che fino a pochi mesi fa si consideravano amici vengono “cancellati” dalle divegenze politiche. “Il primo giorno della rivoluzione ho scritto su Facebook che cominciava la libertà”, spiega Maher, 27enne siriano studente a Bologna. “Quelli che hanno risposto ‘Siamo con Bashar al Assad’ li ho cancellati, perché chi accetta i crimini, può anche uccidere. Non sono fiero di essere loro amico”. Esporsi sui social network è anche pericoloso. Ammar non può tornare in Siria anche perché non ha fatto il servizio militare che è obbligatorio fino a 42 anni. “È sicuro che mi arresterebbero in aeroporto. Scrivo su Facebook con il mio nome vero e i miei amici pro-regime lo hanno visto. Gli informatori sono ovunque. Ho dovuto cancellare dagli amici anche persone che ritenevo brave e intelligenti”.
 
La situazione è più pesante per chi è sceso in piazza per esprimere solidarietà alla rivolta. “Ho ricevuto minacce, anche perché ero l’unica donna”, racconta Aya Homsi, studentessa bolognese di origine siriana nata in Italia, dove i suoi genitori fuggirono negli anni ’80 dalla repressione di Hafez al Assad. Aya è fra le coordinatrici della Coalizione nazionale alla rivolta siriana Italia (organizzazione politica riconosciuta dall’opposizione siriana), che organizza manifestazioni in varie città italiane. “Dopo l’ultima manifestazione a Roma uno sconosciuto mi ha telefonato, mi ha chiesto chi erano gli organizzatori e chi c’era, poi mi ha insultato e ha attaccato. Dopo ho ricevuto squilli ogni lunedì”. Ma anche i sostenitori del regime raccontano episodi di minacce dalla parte degli oppositori in Italia. “Mi hanno telefonato, insultato e minacciato perché non la pensavo come loro” dice Michele (nome di fantasia), proveniente dalla minoranza cristiana della Siria.
 
La Coalizione di cui fa parte Aya organizza anche incontri nelle scuole e cene di beneficenza per raccogliere i fondi per i profughi siriani al confine turco. E non è l’unica donna a muoversi: nonostante le difficoltà, anche le siriane in Italia hanno cominciato ad esprimere la loro opinione politica. All’ultima manifestazione, organizzata lo scorso 26 novembre a Bologna, c’erano molte donne, anche casalinghe che non si erano mai occupate prima di politica. “Abbiamo partecipato nelle manifestazioni per Tunisia, Egitto e Libia. Adesso ci siamo mossi per la questione siriana per denunciare i massacri”, racconta Souheir Katkhouda, siriana in Italia da 35 anni e presidente dell’associazione donne musulmane d’Italia. “Ci sono più di 303 bambini uccisi, più di 200 donne e più di 5 mila morti”. (ilona nuksevica)
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