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22 novembre 2015 ore: 12:14
Famiglia

Francesca, Monia e "Iesa": quando l'accoglienza diventa amicizia

Francesca ha un passato difficile: picchiata dal padre, abbandonata dall’amore della sua vita. Un passato che l’ha portata alla diagnosi di una patologia schizzo-affettiva. Monia è un’insegnante di chimica. Si sono conosciute 2 anni fa, e da allora non si sono più lasciate
progetto iesa
amiche

BOLOGNA - Francesca e Monia – i nomi sono di fantasia – fanno lunghe passeggiate, vanno a fare la spesa, al bar a prendere il caffè alla mattina, al cinema, si aiutano con i lavori casalinghi, cucinano, mangiano insieme, fanno shopping e passano tante ore a chiacchierare in casa. Questa è la storia di due amiche che si sono conosciute 2 anni fa grazie al progetto ‘Iesa’, inserimento etero familiare supportato di adulti, del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell’Azienda Usl di Bologna. Tutto è partito nel luglio 2013, quando, dopo che Monia si è resa disponibile a far parte del progetto, le operatrici di Iesa – inserimento etero familiare supportato per adulti – le hanno presentato Francesca, con cui adesso condivide il suo tempo dalle 2 alle 4 volte a settimana ricevendo un rimborso spese da parte dell’Usl.

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Francesca vive sola a Bologna ma è nata a Lecce. Ha 58 anni, odia i piccioni e i volatili in generale, non le piacciono le verdure, è laureata in lingue all’Università di Urbino, fuma parecchio, quand’era piccola scriveva poesie d’amore e leggeva tanti libri. Ride e chiacchiera tanto, le piace fare i lavori di casa. Da parecchi anni le è stato diagnosticato un disturbo psichico schizzo-affettivo, patologia caratterizzata da una combinazione tra la schizofrenia e i disturbi dell’umore che portano alla depressione. “Ho avuto un’infanzia felice, vivevo in campagna e con le mie amiche trascorrevamo il tempo a raccogliere la camomilla, i fiori e le lumache nei campi. Molte delle mie coetanee non sono state così fortunate perché sono finite in collegio da giovanissime a causa della povertà delle loro famiglie. Io no, posso dire che l’infanzia è stato il periodo più bello della mia vita, e fino a 18 anni sono stata una ragazzina modello. Mia madre era un’insegnante di francese e noi 4 figli avevamo un bellissimo rapporto con lei. Mio padre invece, che lavorava come capostazione a Lecce, era molto diverso, aveva un carattere aggressivo, parlava poco. Eravamo sempre in conflitto, spesso mi picchiava. Non esisteva un rapporto tra noi. Ci siamo allontanati, per riavvicinarci solo dopo la morte di mia madre, quando entrambi siamo caduti in depressione”, racconta Francesca parlando di come è nata la malattia che l’ha accompagnata per tutta la vita. La depressione del padre si è trasformata con il tempo in una demenza senile che l’ha costretto a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita in varie strutture sanitarie.

box Secondo Francesca la sua patologia psichica è dovuta al rapporto conflittuale con il padre, alla morte di sua madre e a Raffaele, “l’amore della mia vita, che mi ha portato alla rovina”. La storia con Raffaele è iniziata quando avevano 18 anni, ed è durata un anno. Dopo la rottura è arrivata la depressione, continuata anche durante gli 8 anni di matrimonio con Lino, conclusosi con un altro abbandono da parte di lui. In quegli anni Francesca si era trasferita a Bologna per lavorare in ferrovia come il padre, ma dopo la fine del suo matrimonio ha lasciato il lavoro. “Dopo che mio marito mi ha lasciata non avevo soldi, lavoro, casa. Non potevo permettermi l’affitto, ed ero sola. L’unica persona che mi ha aiutato è stata mia sorella che mi ha convinto a entrare a San Patrignano, dove sono rimasta 2 anni. La comunità mi ha salvato la vita, non so se ce l’avrei fatta da sola ad andare avanti. A San Patrignano lavoravo nella lavanderia, potevo fumare al massimo 10 sigarette al giorno e non mi era consentito bere caffè. Con il tempo sono riuscita a stabilizzarmi e non avevo più crisi di depressione improvvise anche se ancora mi sentivo molto fragile. Uscita dalla comunità gli psichiatri mi hanno diagnosticato la patologia schizzo-affettiva”.

Negli anni successivi il disturbo psichico ha portato Francesca a essere ricoverata più volte in centri di salute mentale per periodi di circa un mese ciascuno. Fra questi, l’ultimo ricovero è stato il più lungo, circa 6 mesi, seguito da 9 di convivenza in un gruppo appartamento del progetto Iesa per un totale di 1 anno e mezzo fuori casa per colpa della malattia. Da gennaio 2014 è tornata a essere più autonoma e ora vive sola nella sua abitazione, supportata da Monia. “Mi piace tanto dormire, perciò la mattina non mi alzo prima delle 10 se non devo andare a svolgere servizio agli anziani. Faccio i lavori di casa come lavatrici e lavastoviglie, mi preparo qualcosa da mangiare, alle 16 guardo la mia telenovela preferita, una volta finita esco a fare qualche commissione, spesso mi accompagna Monia, e poi mangiamo insieme, andiamo al cinema oppure chiacchieriamo a casa. Prima di mezzanotte non vado mai a letto, ecco perché la mattina mi sveglio tardi. Due pomeriggi a settimana, per un totale di 8 ore settimanali, svolgo servizio di assistenza agli anziani, li aiuto a mangiare e ci facciamo compagnia a vicenda, questo mi fa stare meglio”, dice Francesca.

Trovo molte analogie tra la mia vita e quella di Francesca, penso che le vicende che le sono successe possano capitare a tutti, inoltre passare del tempo con lei fa stare meglio anche me”, commenta Monia, biologa, che vive a Bologna nello stesso quartiere di Francesca. “Con il tempo mi sono accorta che nel laboratorio dove, per lavoro, passavo la maggior parte delle mie giornate in mezzo a sostanze chimiche, dati, schemi e strumentazioni all’avanguardia, avevo una mancanza: l’aspetto sociale, mi mancava fare qualcosa per gli altri. Ho deciso allora di cambiare lavoro, oggi insegno chimica ai ragazzi delle scuole medie e mi sono aperta alla prima esperienza di inserimento etero familiare. Devo ringraziare gli operatori Iesa di Bologna perché da quando io e Francesca ci siamo incontrate le nostre vite sono migliorate”. (Cristina Mazzi)

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