6 agosto 2013 ore: 12:45
Disabilità

Giles Duley, il fotoreporter mutilato che racconta l’orrore della guerra

Nel 2011 è partito per l’Afghanistan al seguito dell’esercito statunitense, per documentare la vita dei soldati. E' saltato su una mina e si è risvegliato in ospedale a Birmingham, senza gambe e con un solo braccio. Ma continua il suo lavoro e lancia una raccolta fondi
Il fotografo Giles Duley

Il fotografo Giles Duley

ROMA - Questa è la storia di Giles Duley, passato dal fotografare l’industria della moda e della musica al documentare i progetti umanitari di Medici senza frontiere, Organizzazione internazionale delle migrazioni e Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Una storia raccontata nel numero 5/2013 di SuperAbile Magazine, la rivista sulla disabilità edita dall’Inail. Duley porta il suo obbiettivo in giro per il mondo: in Angola, in Ucraina, in Bangladesh e anche in Afghanistan. Qui, nel 2011, parte al seguito dell’esercito statunitense per raccontare la vita dei soldati, incuriosito dal fatto che l’anno precedente si erano suicidati più militari di quanti non ne fossero morti in combattimento. Ma salta su una mina e si risveglia nell’ospedale militare di Birmingham: Duley, infatti, è inglese. Perde entrambe le gambe e un braccio, ma vuole ancora lavorare e soprattutto ritornare in Afghanistan per raccontare, scatto dopo scatto, quello che Emergency fa a Kabul e l’orrore dei civili vittime della guerra descrittogli da Gino Strada mentre era in Sudan. E ce la fa. L’occasione gli viene data da un documentario di Channel 4.

A un anno dal suo dramma, Duley riesce così a catturare anche i segni che il conflitto lascia sugli afgani. A ridargli nuovo impulso professionale è l’incontro con Sediqullah, un ragazzino del Panjshir ferito dall’esplosione di un ordigno che aveva raccolto in un campo senza sapere cosa fosse. Proprio gli scatti di Sediqullah in camera operatoria (il ragazzo gli aveva chiesto di stargli vicino mentre andava sotto i ferri) riescono a riaccendere il senso e la qualità del suo mestiere.

Ecco allora che le immagini indelebili di ferite sanguinanti, bambini amputati, corpi mutilati o straziati dalle pallottole e dalle bombe – ma anche di operazioni chirurgiche, protesi di braccia e gambe e del lavoro che i medici di Emergency svolgono quotidianamente – hanno attratto l’attenzione dei media britannici, che si sono interessati molto alla vicenda del loro connazionale. La galleria fotografica di quella sofferenza umana Duley l’ha intitolata “Vittime civili”, e nei mesi scorsi è stata esposta al KKOutlet di Londra. Il suo autoritratto invece, quello che testimonia la sua nuova vita, l’anno scorso è stato selezionato per la Taylor Wessing exhibition all’interno della National portrait gallery: l’ha chiamato “Adattando la storia”.

Ma in quanto libero professionista, dopo l’incidente Duley non ha ricevuto un aiuto finanziario cospicuo e si è auto-finanziato la maggior parte del lavoro. Così ha iniziato una raccolta fondi sul suo sito, per continuare a fare quello che sa fare: il fotoreporter. La sua ultima fatica? Raccontare i rifugiati siriani nei campi profughi della Giordania. (Michela Trigari)

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