17 maggio 2018 ore: 16:53
Giustizia

Giustizia, la morsa del “contratto di governo” sull’esecuzione penale

Più carceri contro il sovraffollamento, modifica della sorveglianza dinamica, trasferimento nei paesi di origine per i detenuti stranieri, valorizzazione del lavoro e stretta sulle misure alternative. Glauco Giostra: “Serve un carcere migliore, non più capiente”
Carcere, mani fuori dalle sbarre - SITO NUOVO

ROMA - “Per far fronte al ricorrente fenomeno del sovraffollamento degli istituti penitenziari e garantire condizioni di dignità per le persone detenute, è indispensabile dare attuazione ad un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali”. Parte così, nel programma di Governo Lega-M5S, la parte di ‘contratto’ dedicata all’esecuzione penale, che riprende molti dei temi al centro della riforma Orlando, andando però nella direzione opposta. In attesa di approfondire tutti i punti del ‘contratto’, abbiamo chiesto a Glauco Giostra, presidente della commissione ministeriale per la riforma dell’Ordinamento penitenziario, coordinatore del comitato scientifico degli Stati generali sull’esecuzione penale, di commentare alcuni passaggi del programma e fare il punto sull’iter di una riforma che resta bloccata sull’ultimo metro.

Nuove carceri contro il sovraffollamento. Un argomento che torna di moda, nonostante i fallimenti del passato.
“Sì. Ricorrentemente – risponde il prof. Giostra -, qualcuno annuncia, quasi fosse un’originale e provvidenziale intuizione, che per la questione penitenziaria la soluzione c’è: costruire più carceri. Si potrebbe far notare che ormai da 20 anni il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con la Raccomandazione (99)22 riguardante il sovraffollamento carcerario, ha suggerito di cercarne i rimedi in un ampio ricorso alle misure alternative e alla depenalizzazione, nonché, in casi di emergenza, ai provvedimenti di amnistia e di indulto. Decisamente sconsigliata, invece, la creazione di nuove strutture penitenziarie: un rimedio inappropriato ed anzi controproducente – vi si legge - poiché, dove sono stati intrapresi vasti programmi di costruzione di nuovi penitenziari, si è spesso registrato, parallelamente all’aumentata ricettività, un incremento della popolazione carceraria”.
“Del resto – sottolinea il presidente -, che accrescere il numero e la capienza dei penitenziari significhi soltanto aumentare la domanda di carcere lo dimostra l’esperienza statunitense: la politica di ‘più carceri’ e ‘più carcere’ ha quasi decuplicato la popolazione penitenziaria (fatti i debiti rapporti, in Italia dovremmo avere all’incirca 500.000 detenuti in luogo degli attuali quasi 60.000), senza che a ciò abbia corrisposto alcuna riduzione della criminalità. Secondo il Rapporto Eures del 2013 il tasso omicidiario medio (cioè, ogni 100.000 abitanti) negli Usa risultava del 3,7 per cento negli Stati che non hanno la pena di morte e del 4,7 per cento in quelli con pena di morte (a riprova, sia detto incidentalmente, dell’inefficacia deterrente della pena). L’ Italia ha un tasso omicidiario dell’1 per cento”.
“Si potrebbe anche aggiungere – prosegue il professore - che la storia patria sconsiglia un tale approccio ‘edilizio’ al problema dell’esecuzione penale. Il ministro Castelli, all’inizio di questo millennio, progettò un imponente piano di edilizia penitenziaria, affidandolo ad una società a ciò deputata: la Dike Aedifica s.p.a. Non solo non si costruì neppure un muro di cinta, ma la società fu liquidata nel 2007 con cospicue perdite e gli sprechi finirono sotto l’attenzione della Corte dei Conti”.

Molte delle attuali strutture penitenziarie sono fatiscenti e hanno bisogno di interventi urgenti.
“Non c’è dubbio – risponde Glauco Giostra - che sarebbe un apprezzabilissimo proposito quello di ristrutturare alcuni penitenziari e di costruirne di nuovi: non per aumentare la ricettività complessiva del sistema però, ma per far in modo che anche la struttura architettonica sia funzionale ad una nuova concezione dell’esecuzione penale che non si preoccupi soltanto di tenere in cattività un soggetto, ma di consentirgli di rendere proficuo e meno desocializzante possibile il periodo di espiazione della pena. In questo senso ci sono moltissimi suggerimenti nei lavori degli Stati generali, alcuni dei quali ripresi nella proposta di riforma che sembra ormai abbandonata su un binario morto. Ma ho ragione di ritenere che non a questa nuova filosofia dell’architettura penitenziaria ci si riferisca quando stentoreamente si afferma: ‘ci vogliono più carceri’”.

Nel ‘contratto’ di Governo anche “un piano straordinario di assunzioni” per “provvedere alla preoccupante carenza di personale di Polizia Penitenziaria” e intervenire “risolutivamente sulla qualità della vita lavorativa degli agenti in termini di tutele e di strutture. Occorre realizzare condizioni di sicurezza nelle carceri – si legge ancora nel programma -, rivedendo e modificando il protocollo della ‘sorveglianza dinamica’ e del regime penitenziario ‘aperto’, mettendo in piena efficienza i sistemi di sorveglianza. È opportuno consentire al maggior numero possibile di detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane, di scontare la propria condanna nel Paese d’origine attraverso l’attivazione di accordi bilaterali di cooperazione giudiziaria con gli Stati di provenienza. È infine necessario riscrivere la cosiddetta ‘riforma dell’ordinamento penitenziario’ al fine di garantire la certezza della pena per chi delinque, la maggior tutela della sicurezza dei cittadini, valorizzando altresì il lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale della persona condannata. Si prevede altresì una rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali per garantire l’effettività del principio di rieducazione della pena. Occorre rivedere le nuove linee guida sul 41-bis, così da ottenere un effettivo rigore nel funzionamento del regime del ‘carcere duro’”.

“Quello dell’incertezza della pena – commenta Glauco Giostra – è un logoro cliché.   A nessuno è mai venuto in mente di sostenere che sia un indice di incertezza della pena il fatto che il giudice possa infliggere al rapinatore da 4 a 10 anni di reclusione, perché ognuno comprende che serve discrezionalità giudiziaria per meglio commisurare la pena alla gravità del fatto in concreto. Perché, allora, quando le modalità di esecuzione e talvolta la durata della pena sono calibrate dal giudice sulla base dell’evoluzione comportamentale del soggetto, si parla di incertezza della pena? Come non si pretende che tutti i rapinatori siano puniti con x anni a prescindere dal fatto di cui si sono resi protagonisti, non si dovrebbe pretendere che tutti i condannati a x anni scontino la stessa pena a prescindere dal loro comportamento nel corso dell’espiazione. Tener conto dell’avvenuta, profonda rielaborazione del male commesso e del conseguente impegno per un operativo riscatto non significa rendere incerta la pena, ma individualizzarne i contenuti per il recupero sociale del condannato, come la nostra Costituzione prescrive, e per la maggiore tutela della sicurezza dei cittadini. La riforma Orlando, al contrario, vuole che sia applicata la pena necessaria: quella, cioè, che non serve per infierire e per vendicarsi, ma per punire il colpevole e per tutelare la collettività, anche offrendo al condannato che dimostri di meritarlo, la possibilità di farvi graduale rientro”.

Riforma penitenziaria, ci sono ancora speranze? “Il Governo – spiega Giostra - ha presentato alle Camere della precedente legislatura uno schema di decreto che attua soltanto una parte, ancorché qualificante, del complesso progetto di riforma imbastito dalla legge delega. Nei 45 giorni di tempo previsti le competenti Commissioni parlamentari hanno espresso i loro pareri. Non avendo recepito tutte le osservazioni in essi contenute, il Governo il 20 marzo ha ritrasmesso, come vuole la delega, la versione aggiornata dello schema di decreto legislativo alle Camere. La legge di delega stabilisce che a questo punto i pareri definitivi devono essere 'espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione' e che, 'decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati' (di qui il potere del Governo attuale di emettere comunque il decreto di riforma). Ora, se l’avvio della nuova legislatura non ha comprensibilmente reso possibile al nuovo Parlamento di rispettare il termine, si sarebbe però dovuto assegnare l’esame della riforma alla Commissione speciale, che ha appunto un compito-cerniera tra vecchie e nuove Camere in attesa dell’istituzione delle Commissioni permanenti”.
“Una delle ragioni addotte a giustificazione dell’omessa assegnazione – sottolinea Giostra - è la mancanza di urgenza, essendoci tempo sino al mese di luglio per esercitare la delega penitenziaria. Ebbene, questo stesso formalistico argomento, se fosse stato addotto in buona fede, avrebbe dovuto coerentemente indurre ad assegnare alla Commissione speciale quelle parti della riforma (lavoro penitenziario, ordinamento penitenziario minorile, giustizia riparativa) che iniziano ora il non breve iter istituzionale e che hanno tempi strettissimi per completarlo in tempo utile. La realtà è che abbiamo una maggioranza parlamentare ciecamente ostile a questa riforma e un Governo in ordinaria amministrazione che difficilmente avrà la forza politica di emanare comunque la parte di riforma già passata al vaglio parlamentare, come sarebbe giuridicamente legittimato a fare”. (Teresa Valiani)

(aggiornato il 18/05/2018, ore 12:00)

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