25 marzo 2015 ore: 11:59
Salute

I 100 anni del Roncati di Bologna, manicomio che "bocciò" Basaglia

Elisa Montanari, ricercatrice dell’Archivio storico della psicologia italiana, firma il libro “Sant’Isaia 90. Cent’anni di follia a Bologna”, edito da Pendragon. E sugli Opg dice: “Servirebbero forme di ricovero temporanee in grado di garantire protezione e tutela dei diritti”
Opg. Libro di Elisa Montanari. copertina

BOLOGNA – Alessandro Vanelli oggi ha 104 anni. Dal secondo Dopoguerra fino agli anni ’70 è stato giardiniere e infermiere del manicomio Roncati di via Sant’Isaia 90. Già perché allora per lavorare in manicomio bisognava per forza avere il diploma da infermiere. In tutti quegli anni ha vissuto con la sua famiglia in una casetta nell’area della struttura, messa a disposizione a un prezzo vantaggioso dalla Provincia di Bologna. I due figli di Vannelli sono cresciuti nei giardini del manicomio, condividendolo con gli internati. Alcuni di loro, andavano a casa del signor Alessandro a giocare a carte.

- Questa storia, insieme a tante altre, è raccolta nel libro “Sant’Isaia 90. Cent’anni di follia a Bologna” di Elisa Montanari, ricercatrice del centro Aspi – Archivio storico della psicologia italiana, edito da Pendragon. “Ho frequentato il corso di laurea in filosofia all’università a Bologna – racconta –. Ho seguito le lezioni della professoressa Valeria Paola Babini, storica della psichiatria, e mi si è spalancato un mondo: senza di lei questo libro non sarebbe nato. Così, ho cominciato a spulciare l’archivio del Roncati, e ho scoperto un sacco di storie da raccontare. Ho incontrato esempi di vitalità talmente accesa da riuscire a emergere addirittura dai documenti. Li ho raccontati, mentre il manicomio rimane sullo sfondo, si fa teatro mentre sul palcoscenico le storie si svolgono”. Un excursus che parte dal 1867, quando i malati furono trasferiti dalle Sale dei dementi del Sant’Orsola alle stanze dell’ex monastero, fino al 1978, quando la legge Basaglia aprì i manicomi (di fatto, il Roncati continuò a essere operativo sino al 2000): “Marisa, una dei figli di Vanelli, uomo a tutt’oggi spassosissimo, mi ha raccontato dei muri altissimi intorno all’area e delle visite dei familiari possibili solo in orari precisi. ‘Ma noi vivevamo a diretto contatto con i ricoverati – mi ha detto –. Sì, sono una bambina cresciuta in manicomio, ma per me è stato un insegnamento incredibile’. Se non avessi scritto questo libro, forse le loro storie non sarebbero mai state conosciute”.

Opg. Libro di Elisa Montanari. copertina

I motivi per essere rinchiusi in manicomio, spiega Montanari, sono sempre stati due: pericolosità e pubblico scandalo. La prima legge vera e propria in materia è del 1904, ma i criteri erano quelli anche prima: si veniva internati se il proprio comportamento veniva ritenuto inopportuno per la società: “Una norma di questo genere ha enormi margini di discrezionalità, e si adatta alla perfezione a qualsiasi momento storico. La filosofia fascista, per esempio, con queste regole andava a braccetto”. Tra le cronache fuori dall’ordinario che popolano il libro, quelle di due uomini omosessuali vissuti sotto Mussolini (“Identità che cozzavano con l’ideale dell’uomo virile promossa dal fascismo”) e quelle di 3 donne romagnole spedite al Roncati perché giudicate dissidenti politiche. “Scartabellando negli archivi, ho conosciuto la maestra Eugenia Golinelli, internata perché aveva protestato mandando lettere al procuratore del re e al re per il licenziamento del fratello Giovanni. Lui lavorava in Comune, e si era rifiutato di prendere la tessera del partito. Così, fu licenziato per scarso rendimento. Un giorno Eugenia era in classe e ricevette una telefonata del questore, che le chiedeva di passare dalla questura. Si presentò immediatamente e trovò ad attenderla un medico: disse che era affetta da sovraeccitazione psichica – come fu diagnosticato al fratello – e quindi da rinchiudere. Al Roncati continuò a dichiararsi sana. Diceva: “Io e Giovanni siamo dei geni, d’accordo con Piero Gobetti e Benedetto Croce”. La presero per megalomane, ma dopo i 30 giorni in cui era d’obbligo tenerla in osservazione, fu dimessa dal direttore Giuseppe Pellacani che aveva capito che quello dei fratelli Golinelli altro non era che antifascismo culturale. Diceva che non c’entravano nulla con la struttura, e dovevano essere lasciati liberi di andare fuori”. Giulio Carlo Ferrari, predecessore di Pellacani, si rifiutò di ricoverare un ragazzo gay di una delle famiglie più potenti di Bologna: “I familiari fecero ricorso al tribunale che obbligò il ricovero, ma Ferrari grazie a un escamotage riuscì a evitarlo. Fece qualcosa di straordinario!”.

Nella ricostruzione di Montanari il manicomio di via Sant’Isaia ha potuto spesso contare su direttori illuminati: “Francesco Roncati, che lo guidò per 4 decenni, fu uomo colto e brillante: tra l’altro fece sistemare l’ex monastero proprio agli internati; Raffaele Brugia nel 1910 fondò un laboratorio di psicologia sperimentale; Giulio Carlo Ferrari fu il padre degli anni d’oro, quando al Roncati nacquero una scuola d’arte e una di teatro; Giuseppe Pellacani, direttore contemporaneo alla nascita delle terapie di shock, le usò sempre con estrema cautela, mentre mai accettò l’insulinoterapia, la più rischiosa. Allora, i malati guarivano velocemente: spesso era solo merito dell’alimentazione. Mangiavano carne e bevevano vino tutte le settimane, alimentazione che a casa non era nemmeno immaginabile per la grande povertà”. E se fino al secondo Dopoguerra la situazione sembra essere esemplare, dubbi sorgono negli anni Cinquanta e Sessanta: “Le terapie di shock venivano usate con molta più disinvoltura. Al Roncati si praticava la cosiddetta ‘combinata’: prima ti mandavano in coma con l’insulina, poi ti facevano l’elettroshock. A me sembra assurdo: dopo l’esperienza dei lager, come si poterono accettare decisioni di questo tipo? Io credo che esista sempre il margine di scelta. Ma fu così che arrivò Franco Basaglia”. Basaglia che, nel 1967, fece domanda per diventare direttore del Roncati, ma fu bocciato: “Aveva già cominciato a fare discutere a Gorizia, nessuno se lo sarebbe messo in casa. Dargli l’incarico avrebbe significato rovesciare il manicomio”.

‘Il manicomio era il male assoluto’, scrive Montanari alla fine del libro. E gli Opg, invece, che sono alla vigilia della loro chiusura? “Io non so che cosa si debba fare, ma so che ci sono persone che fuori non possono stare. So solo che le istituzioni totali hanno sempre portato solo disastri. Servirebbero forme di ricovero temporanee in grado di garantire protezione e tutela dei diritti. Ma facciamo due conti: la legge Basaglia è del 1978 e i manicomi hanno chiuso effettivamente circa 20 anni dopo. Chissà quanto ancora ci toccherà aspettare per il reale superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari?”. (Ambra Notari)

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