15 maggio 2012 ore: 10:55
Società

I mali della Chiesa italiana spiegati da don Vinicio Albanesi

Esce domani per l’editrice Ancora il nuovo libro del presidente della Comunità di Capodarco. Una riflessione ricca e densa, che rivela l’amore dell’autore per la Chiesa nello stesso momento in cui ne sottolinea i limiti. Con uno sguardo di speranza
Roberto Sollini/Comunità di Capodarco di Fermo Redattore sociale 2009. Don Vinicio Albanesi

don Vinicio Albanesi

CAPODARCO DI FERMO – “Sono quasi dieci anni che il problema della crisi della Chiesa in Italia mi gira nella mente e nell’anima”. Esordisce così don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, nel suo ultimo libro “I tre mali della Chiesa in Italia” che esce domani per l’editrice Ancora. Una riflessione ricca e densa, che rivela l’amore dell’autore per la Chiesa nello stesso momento in cui ne sottolinea contraddizioni e limiti. L’analisi non è infatti fine a se stessa, ma serve a capire quali sono le vie d’uscita. E nasce da una prospettiva, quella di “essere immerso in un mondo di sofferenza e emarginazione”. Con lo sguardo lucido e fiero a cui ci ha abituato don Albanesi.
 
I tre mali della chiesa sono il verbalismo, l’estetismo e il moralismo. Il primo è inteso come “abuso della parola”, non quella essenziale al messaggio cristiano, ma quella che si perde in prese di posizioni, atteggiamenti che poco hanno a che fare con i contenuti di fede e che spesso sono solo opinioni discutibili e gratuite. Parole tanto vuote quanto invadenti che ripetono all’infinito l’insegnamento dell’autorità, dottrine risapute e dichiarazioni di ovvietà, addirittura slogan pubblicitari. In pratica, parole che tradiscono la profondità del messaggio cristiano e che risultano  “una vergogna per chi, per vocazione, è dedito allo studio e alla ricerca”.
 
Il secondo male è l’estetismo, nel senso di “mancanza di semplicità”. A risultare scomparse sono le indicazioni caratteristiche della fede cristiana: “Siate poveri, siate miti e misericordiosi”. Un male evidente nel “barocchismo” della liturgia: a questo proposito don Albanesi si dice contrario alla reintroduzione della messa tridentina. E visibilissimo nel rapporto con i beni terreni: “Esiste una contraddizione tra le dichiarazioni di una Chiesa che si dice evangelica e quindi affidata alla provvidenza e alla bontà del Signore, ma molto attenta a far leva sulle risorse proprie (…) Non è possibile dichiararsi poveri e umili, e contemporaneamente negare l’evidenza di una provvisorietà che andrebbe comunque recuperata”.
 
Infine c’è il moralismo, “una serie di atteggiamenti (ragionamenti, espressioni, comportamenti) che esprimono esteriormente virtù evangeliche, poi contraddette nella pratica”. In questo capitolo don Albanesi affronta i temi sensibili dell’attualità: dalla famiglia all’omosessualità. Per quanto riguarda il matrimonio, il presidente della Comunità di Capodarco sottolinea che bisognerebbe separare l’unione civile da quella religiosa. Quest’ultima, molto più impegnativa, “potrebbe arrivare dopo un processo di scelta religiosa forte, frutto di fede”. Sulla sessualità coniugale: “E’ da escludere un esame dettagliato dei singoli atti, anche perché, di fronte alla paternità e maternità responsabili, l’astinenza è uno stato di grazia non concesso alla condizione degli sposi”.
 
Quanto ai gay, scrive don Albanesi, “la Chiesa si è dimostrata molto severa con loro”. La speranza è che si metta da parte la convinzione che l’omosessualità sia depravazione o malattia – “l’esperienza dice che non è così” – e che si arrivi all’astensione dal giudizio, fino al dialogo sincero.
 
I mali della Chiesa non risparmiano i giovani preti. A loro è dedicato un ritratto impietoso: “Il giovane prete si rifugia nell’organizzazione della sua vita quotidiana fatta di piccole, piccole cose, e nel calore di un gruppo fedele che l’accompagni nella gestione della giornata. Senza tremori e senza angosce, in un anonimato che presto presenterà il prezzo dell’insignificanza. Perdurando nel nulla, la solitudine, l’angoscia, i rischi di trasgressione aumenteranno. Il mondo resta distante: lontano, ostile, indifferente”.
 
Tre piaghe che rendono la Chiesa poco misericordiosa e coraggiosa, superba, rigida e scostante, terrorizzata dai risvolti della sessualità, incapace di considerare la vita reale delle persone nel mondo moderno, con un livello di spiritualità ai minimi storici, pervasa di egoismi. Una Chiesa che non riesce a entrare nella vera crisi di fede che attanaglia l’Italia e l’occidente. Eppure don Albanesi crede che essa debba tornare a essere riferimento per le coscienze, per la vita familiare e collettiva. Per fare questo c’è bisogno di un “bagno di silenzio e umiltà”: “Oltre gli scandali dolorosi che hanno scosso la Chiesa, nei suoi fedeli e nel suo clero, è indispensabile che si adotti lo spirito di penitenza”.
 
E don Albanesi ha in mente un futuro possibile, frutto di “una ricerca durata decenni, accompagnata da letture, studi, esperienze”. Questo futuro ha un volto, quello della comunità cristiana che imita Cristo, perché “nell’esperienza cristiana è la vita a dare compimento alla verità”. La Chiesa ispirata all’imitazione di Cristo sarà allora umile, leale, plurima, misericordiosa, affettuosa, coraggiosa, fiduciosa, affidata. E il cristianesimo non sarà la “religione dei benestanti”, ma di tutti: “I fedeli cristiani e i chierici, i battezzati e la gerarchia, i religiosi e coloro che vivono nel mondo. Donne e uomini, giovani e vecchi, sposati e celibi, intellettuali e operai, cittadini e stranieri, sani e invalidi, abitanti del mondo occidentale e di tutti i continenti”. (ab)
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