8 novembre 2022 ore: 15:08
Società

I Neet non sono solo “sdraiati sul divano”: le riflessioni di Chiara Saraceno

di Chiara Ludovisi
Bassa istruzione e condizioni familiari disagiate favoriscono la nascita di “Neet inattivi”: prevenire esclusione ed emarginazione è compito della scuola e dei centri per l'impiego. Che però spesso non ci riescono. “Occorre modificare strumenti come assegno unico e reddito di cittadinanza: norme che contengono disincentivi all’occupazione”
Disoccupazione. Giovane ragazzo di spalle su binari treno - SITO NUOVO

ROMA - La maggior parte dei “Neet” in Italia è inattiva: non solo non studia, non si forma e non ha lavoro, ma neanche è in cerca di un'occupazione o di un'occasione formativa. E' quanto emerge dal Rapporto “Neet tra disuguaglianze e divari. Alla ricerca di nuove politiche pubbliche”, presentato da ActionAid e Cgil stamattina. Proprio sui Neet più fragili e sul rapporto tra inattività e livello d'istruzione si concentra l'analisi di Chiara Saraceno, che riflette anche sugli strumenti nati, ma inefficaci, per favorire la formazione professionale e l'occupazione di questi giovani.

“Opportunamente il Rapporto dedica uno specifico approfondimento ai giovani Neet a bassa istruzione e con una condizione familiare debole dal punto di vista sia economico sia di capitale sociale – commenta la sociologa -. Si tratta del gruppo non solo particolarmente a rischio di perdurante marginalità, ma che ha anche bisogno di maggiore integrazione tra gli strumenti di sostegno dedicati e di un atteggiamento pro-attivo da parte dei servizi. L’attivazione, tanto spesso evocata più o meno a proposito quando si tratta di soggetti vulnerabili, come se la loro situazione fosse conseguenza di una loro personale passività e mancanza di iniziativa, in realtà dovrebbe riguardare innanzitutto le agenzie che essi incontrano, o dovrebbero incontrare, nel processo di sviluppo delle capacità e di entrata nella vita adulta”: nello specifico, scuola e centri per l'impiego.

Scuola e servizi per l'impiego, poco efficaci per prevenire isolamento

Ma in che misura queste riescono a raggiungere lo scopo? “La scuola – osserva Saraceno - dovrebbe evitare di lasciarli andare troppo presto – per mancanza di motivazione e/o sostegno familiare, per sfiducia in se stessi, per ripetute esperienze di squalificazione. E il titolo di studio acquisito fa differenza non solo rispetto al rischio di essere Neet, ma anche all’essere un Neet 'attivo' o 'inattivo' rispetto al mercato del lavoro. Sono molto più numerosi tra i Neet i diplomati e coloro che hanno lasciato presto la scuola, ma in questi due gruppi prevalgono nettamente i Neet 'inattivi', un fenomeno particolarmente accentuato tra i giovani privi di diploma. Ciò suggerisce che, nel caso dei giovani a bassa scolarità, scoraggiamento e mancanza di fiducia nelle proprie opportunità sono un fenomeno radicato. La scuola, dunque ha, dovrebbe avere, soprattutto una funzione preventiva dell’(auto)-esclusione dal mercato del lavoro e più in generale dei processi di marginalizzazione”. Ma i dati sulla dispersione scolastica esplicita e implicita, in preoccupante aumento, ci dicono che questo non sta accadendo.

Per quanto riguarda i servizi per l’impiego, “nel caso di questi giovani particolarmente vulnerabili, dovrebbero avere il ruolo non solo, e non prioritariamente, di incrocio tra domanda e offerta di lavoro, ma di individuazione delle capacità esistenti e potenziali, in modo da offrire gli strumenti necessari per valorizzarle e rafforzarle Perché offrire lavoro a bassa qualifica e bassa remunerazione, senza possibilità di miglioramento delle capacità, rischia di non fare uscire dal circolo vizioso della marginalità”.

C'è poi un aspetto molto importante, che riguarda l'informazione e la comunicazione e che viene messo in luce da Saraceno: “Le persone, i giovani, che le circostanze della vita hanno precocemente messo ai margini spesso non conoscono le opportunità teoricamente disponibili, o non hanno sufficientemente motivazione per informarsi e cercarle, o mancano delle competenze e degli strumenti necessari . Non è colpa dei giovani che non fanno domanda, preferendo 'stare sdraiati sul divano', secondo il lessico insopportabile che troppo spesso viene utilizzato nei loro confronti. È responsabilità dei Centri per l'impiego, che dovrebbero organizzarsi per essere là dove è più probabile si trovino i loro potenziali utilizzatori, vuoi aprendo uffici decentrati, vuoi, forse più costruttivamente, appoggiandosi ai servizi sociali territoriali decentrati e alle reti associative locali, con le quali sviluppare collaborazioni e sinergie”.

Le donne inattive che “curano”

Una questione a parte è quella delle “giovani donne che risultano inattive perché impegnate nel lavoro familiare di cura – osserva ancora Saraceno - Nel loro caso, come in generale per quello delle donne casalinghe a tempo pieno, la qualifica di 'inattive' appare fortemente inadeguata, quando non fuorviante, nella misura in cui è proprio il fatto che sono fortemente impegnate nel lavoro (non pagato) familiare che vincola la loro disponibilità ad essere attive anche nel mercato del lavoro remunerato. L’attenzione va posta innanzitutto alle condizioni e strumenti che consentono di conciliare lavoro familiare e lavoro remunerato (o formazione): servizi per l’infanzia, tempo pieno scolastico, ma anche orari di lavoro (o di formazione) compatibili e livelli di remunerazione che non rendano costoso il trade off tra full time domestico e partecipazione al mercato del lavoro. Un trade off che, proprio ai livelli di reddito familiare più modesto, è messo in crisi anche dall’architettura dell’assegno unico, il cui importo è legato all’Isee, nonostante il piccolo premio destinato alle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati ed hanno un Isee modesto”.

Il reddito di cittadinanza e l'assegno unico

Saraceno a tal proposito esamina criticamente alcune norme, le quali, contengono “disincentivi all’occupazione”, mentre “regolano i trasferimenti legati alla prova dei mezzi (familiari, ma anche individuali)”. Una questione che riguarda l'assegno unico, ma anche il Reddito di cittadinanza, “di cui fruiscono molte famiglie cui appartengono i Neet, come figli o come famiglia a sé stante. La normativa del RdC, infatti, prevede che per ogni euro in più guadagnato lavorando vengano detratti 80 centesimi dall’importo del RdC originariamente assegnato alla famiglia, imponendo una aliquota marginale altissima, dell’80%, che diviene del 100% una volta che l’Isee viene aggiornato”. Di qui, la “ragionevole proposta del Comitato scientifico di valutazione del RdC di abbassare l’aliquota al 60% e di mantenerla fino a che il reddito da lavoro raggiunge il livello di tassabilità. Proposta che però non è stata accettata, come le altre. Gli esiti negativi sulla disponibilità ad una occupazione regolare, anche a tempo parziale, che tuttavia offre compensi modesti, sono evidenti – commenta ancora Saraceno - Nessuno è disponibile a lavorare quasi gratis. Nel caso dei giovani, specie se, come spesso capita in Italia, vivono ancora con la famiglia dei genitori, c’è un rischio aggiuntivo: il loro eventuale reddito da lavoro provocherebbe una riduzione pressoché equivalente dell’importo del RdC assegnato alla famiglia, quando non la sua sospensione. Nulla o quasi rimarrebbe loro per costruirsi un percorso di autonomia”.

In conclusione, “invece di dedicarsi alla sistematica squalifica dei giovani che direttamente o indirettamente percepiscono il RdC come pigri nullafacenti 'sdraiati sul divano', sarebbe più opportuno e utile ragionare sui meccanismi che li scoraggiano e sulla inadeguatezza, quando non assenza, di politiche attive degne di questo nome”.

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