7 settembre 2017 ore: 08:50
Famiglia

Il bilinguismo nell'ambulatorio pediatrico: “Una sfida che abbiamo accettato”

Di fronte all’aumento della popolazione di origine straniera, anche i pediatri sono chiamati ad adeguarsi. Paola Materassi, pediatra di Trieste: “Il bilinguismo è una ricchezza e la lingua madre va valorizzata: è necessario conoscere le proprie radici, essere fieri del proprio passato”
Pediatria, stetoscopio e orsacchiotto

TRIESTE – “Ci siamo rese conto dell’importanza del bilinguismo da quando lavoriamo qui: sono solo un paio d’anni, ma già abbiamo riscontrato questa esigenza”. Anna Macaluso e Paola Materassi sono due pediatre di famiglia che lavorano in un ambulatorio triestino che raccoglie un bacino di 2.200 bambini: “I 2/5 dei nostri bimbi hanno almeno un genitore di origine straniera – racconta Materassi –. Non era così nella mia esperienza precedente dove sì, seguivo anche diversi piccoli originari dell’est Europa – dall’Albania, dai Paesi dell’ex Jugoslavia –, ma non in queste proporzioni”. Oggi, dei 2.200 bambini sono ancora molti quelli con almeno un genitore dell’Est, ma ce ne sono altrettanti asiatici, latinoamericani, africani. “Di fronte a una situazione tanto variegata, impegnate a trovare un canale di comunicazione con queste famiglie, ci siamo chieste se queste mamme e questi papà con i loro figli parlassero anche la loro lingua madre. E, se di due origini diverse, se le parlassero entrambe, oltre all’italiano, naturalmente. Non si trattava solo di curiosità, ma di trovare un terreno cumune su cui gettare le basi per un’integrazione sana”.

Come spiega Materassi, circa la metà dei genitori con cui si sono interfacciate ha capito che parlare due lingue è un vantaggio, “ma sono ancora troppi coloro che pensano che parlare anche una seconda lingua possa danneggiare l’apprendimento: non riescono a vederne il vantaggio perché non dà status. Abbiamo riscontrato un 15 per cento di famiglie che non parlano la lingua madre, ma solo l’italiano”. Ma quali sono gli effetti positivi che il bilinguismo precoce ha sullo sviluppo del bambino? “All’inizio si può riscontrare un po’ di ritardo nella costruzione grammaticale: conoscendo più parole in più lingue, può essere che facciano lievemente più fatica a coniugare verbi e sostantivi. Ma si tratta solo di una piccola impasse, velocemente superata: appena diventano più grandi, si rendono conto della ricchezza. Da quello che abbiamo visto, sono ragazzi particolarmente svegli, che riconoscono di avere più possibilità. Possono giocare e leggere in italiano e arabo, ascoltare e capire musica italiana e romena”.

Quale può essere, allora, il ruolo del pediatra nel valorizzare il bilinguismo e, dunque, anche la cultura di provenienza? In primis, spiega la pediatra, va spiegato chiaramente che il bilinguismo è una ricchezza e non una perdita tempo e che non comporta esclusione. Molte mamme, sottolinea, hanno cominciato a riflettere su queste parole solo dopo essersele sentite ripetere da un professionista (la pediatra, in questo caso). Quanto alla valorizzazione della cultura di provenienza, “è importante che i genitori continuino a parlare con i figli anche la loro lingua madre, quella della loro cultura e delle loro emozioni. Devono raccontare le loro radici, essere fieri del loro passato, non pensare di ripartire facendo tabula rasa. Il passato è un bagaglio imprescindibile, e noi vogliamo che lo trasmettano anche ai figli. La casa e le storie dei nonni, i ricordi legati al Paese d’origine. Serve trovare il modo di valorizzare quello che si era”. Materassi racconta che, sul lavoro, lei e la collega spesso si cimentano con le lingue madri dei piccoli pazienti: “Proviamo a ripetere qualche parola o espressione, con esiti talvolta anche molto buffi. I genitori apprezzano questo nostro interesse e, immediatamente, percepiscono la bellezza della loro lingua”.

L’altra faccia della questione riguarda le famiglie italiane. In questo caso, come può essere incentivato l’apprendimento di una nuova lingua? Molti genitori, spiega la pediatra, optano per l’inglese, considerata lingua passe partout: molte scuole, sin dall’infanzia, propongono corsi d’inglese. A Trieste ci sono anche diverse famiglie italiane che scelgono di mandare i bambini alla scuola materna slovena, quantomeno per quei 3 anni, “segno che iniziano a percepire i vantaggi del bilinguismo”. Di lavoro, però, ne serve ancora molto: “I bimbi italiani spesso sembrano stranieri: con i genitori sempre attaccati a smartphone e tablet, sono abituati a estraniarsi, a giocare da soli, di solito con strumenti tecnologici. Al contrario, le comunità straniere si uniscono: le donne portano a spasso i bambini, si organizzano, escono. Insomma, l’impressione è che ci sia molta più solitudine nelle famiglie italiane che in quelle straniere. E anche questo è un aspetto da considerare”. 

Materassi racconta di come la pediatria sia stata solo di recente messa di fronte a una nuova realtà: a oggi, in merito non c’è letteratua, né linee guida condivise: “È una nuova sfida che abbiamo scelto di accettare. Noi valutiamo tanti parametri, ma tutta l’aspetto sociale nei nostri bilanci di salute non esiste. Valutiamo lo sviluppo cognitivo, ma non ci occupiamo di inclusione. È su questo che dobbiamo imparare a intervenire: stiamo muovendo ora i primi passi, abbiamo molto da imparare. È un lavoro complesso, che richiede tempo, abitudine e collaborazione. Come detto, lavoriamo qui solo da due anni: è il momento di cominciare a monitorare cause ed effetti del bilinguismo”.

Materassi e Macaluso parleranno di “Bilinguismo in ambito pediatrico” in occasione della tappa triestina della terza edizione del Festival Fin da Piccoli, in calendario il prossimo 16 settembre. (Ambra Notari)

© Copyright Redattore Sociale