30 novembre 2014 ore: 10:56
Società

Il destino dei free lance: in lotta per i loro diritti, forniscono notizie di qualità

I free lance italiani raccontati al seminario "Rimozioni". Francesca Borri: "In Italia ho perso la mia battaglia: qui non ci copriamo a vicenda tra colleghi, non riusciamo a fare muro. Cosi i giornali possono sfruttarci"
zero potere - foto video

CAPODARCO - Vanno là dove nessuno vuole andare. Raccontano storie che nessun altro racconta. Rischiano di più, ma devono combattere ogni giorno per far rispettare - e pagare - il proprio lavoro. Sono i free lance italiani raccontati nel corso dell'incontro "Giornalismo: una professione fondata sui free lance", moderato dalla giornalista Raffaella Maria Cosentino, ieri sera a "Rimozioni". Guarda il video 

"Il 60 per cento dell'informazione è coperta dai free lance e inevitabilmente le condizioni in cui lavorano incidono sulla qualità della nostra stampa - ha ricordato Marina Piccone, autrice del documentario #Zeropotere -.  Si arriva a parlare di retribuzioni di un euro a pezzo, di 30 euro per un servizio da luoghi di guerra. Che garanzie ci sono così per una correttezza dell'informazione?". Per Stefano Liberti, giornalista,  scrittore,  regista, "l'Italia è il paese che meno rispetta questo lavoro. Io vivo solo grazie a soggetti esteri: per i nostri media sei carne da macello. Qui i free lance non sono rappresentati da nessuno, non hanno sponde nel sindacato e non sono organizzati. Sarebbe bello se si ribellassero".

Per chi, come Francesca Borri, copre zone di guerra i rischi aumentano molto: "Andiamo dove gli altri non vogliono stare. Ma la guerra costa: devi avere i soldi per pagarti il bravo autista che sa come muoversi e come portarti via dalle bombe. Se i soldi per pagarlo non li hai tagli su tutto, perfino sul giubbotto antiproiettile. In compenso, hai il tempo di costruirti reti sociali in loco, che possono salvarti la vita". Borri è l'autrice di un articolo-denuncia sulla condizione dei free lance: "Ho raccontato la storia di 5 giornalisti italiani ad Aleppo. La nostra stampa l'ha rifiutata. Poi il pezzo ha fatto il giro del mondo, è stato tradotto in 5 lingue e allora ha attirato anche qui l'attenzione. E la Stampa l'ha pubblicata senza comprare i diritti". Anche Borri per vivere guarda fuori dall'Italia: "Come copro i costi? Pubblico in 15 lingue. E garantisco qualità. Mi sono ricavata la mia nicchia. In Italia però ho perso la mia battaglia: qui non ci copriamo a vicenda tra colleghi, non riusciamo a fare muro. Cosi i giornali possono sfruttarci".

Amalia De Simone è giornalista e video reporter d'inchiesta: "Non ho mai accettato i 4 euro a pezzo o compensi che non mi permettessero di vivere. Cerco di raccontare cose che gli altri non raccontano. C'è bisogno della solidarietà tra colleghi, anche di quelli che un contratto ce l'hanno". Solidarietà che è prontamente arrivata da Lorenzo Cremonesi, inviato speciale del Corriere della Sera: "Ho iniziato anch'io così ed essere assunto è stato un percorso lungo e difficile. Ai free lance di oggi dico: non abbiamo bisogno di don Chisciotte, questo mestiere va rispettato. Io sono sempre via dall'Italia, non ho il polso della situazione, ma se le condizioni sono queste bloccatevi!". Cremonesi ha anche sottolineato che "oggi la crisi è per tutti: nei giornali avere meno soldi vuol dire tagliare le priorità e le sedi estere sono le prime a saltare. Anche noi quindi siamo molto più esposti: avere meno tempo per stare nei posti significa non conoscere bene la realtà che si racconta. Ma è anche vero che la guerra costa e i free lance spesso non hanno soldi:molte  morti sono dovute a questo".

Quindi, l'appello del presidente dell'Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino: "Quando un giornale non rispetta il vostro lavoro, non garantisce un equo compenso, fategli causa! È l'unico modo che avete per farvi rispettare. E gli Ordini locali devono esservi vicini".

© Copyright Redattore Sociale