23 maggio 2021 ore: 10:00
Economia

Il macigno del debito sul mondo: ecco come il Covid ha accresciuto tensioni e contraddizioni

Al termine dell'Anno Speciale di anniversario dell’Enciclica “Laudato si’”, Caritas Italiana pubblica un Dossier e formula richieste: una riduzione del debito, un meccanismo internazionale per affrontare le crisi di sovraindebitamento, una nuova cooperazione fiscale, sistemi che chiedano ai più ricchi di contribuire in modo commisurato al loro patrimonio; una lotta contro l'evasione e contro i flussi finanziari illeciti
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ROMA - Al termine dell'Anno Speciale di Anniversario dell’Enciclica “Laudato si’”, iniziato nel 2020, Caritas Italiana pubblica un Dossier con dati e testimonianze dal titolo “Per una finanza a servizio dell’umanità. Mettere la vita davanti al debito”.
“L’Enciclica è una cartina di tornasole che ci aiuta a leggere le sfide del mondo di oggi, messo a dura prova dalla pandemia, ma le cui tensioni e contraddizioni hanno radici ben più in profondità – afferma Caritas -. Questo dossier racconta perché il debito è tornato a essere un problema solo pochi anni dopo le grandi iniziative di remissione del debito sviluppatesi attorno al Grande Giubileo del 2000, che caratteristiche ha oggi questo fenomeno, quale tipo di cambiamento è necessario nel modo in cui le questioni finanziarie sono gestite a livello globale”.

“Per costruire una vera alleanza tra l'umanità e il pianeta è necessario superare un sistema che non rispetta la dignità delle persone, non si ferma davanti ai limiti della biosfera e ai diritti delle generazioni future – continua la Caritas Italiana -. Un sistema in cui la finanza ha un peso superiore a quello della vita delle persone, dove il debito continua a generale relazioni distorte tra le nazioni e limitare i diritti delle persone più vulnerabili. La reazione alla pandemia richiede un rinnovato impegno dei governi nell'assicurare la costruzione di sistemi di protezione sociale realmente accessibili ai più poveri: proprio sulle loro spalle pesa in modo intollerabile il macigno del debito”.

Caritas Internationalis, rilanciando l’appello che Papa Francesco ha ripetuto in questi ultimi mesi per una finanza giusta e per un peso del debito ormai nuovamente insostenibile, intende sollecitare l’attenzione di tutto il mondo Caritas e di tutta l’opinione pubblica mondiale con una campagna su questo tema, che verrà promossa nei prossimi mesi. Con l’obiettivo di chiedere politiche più giuste e più rispettose della vita delle persone e del pianeta a tutti i livelli, aiutando a cogliere le connessioni tra tematiche complesse e diverse, ma strettamente legate.
“Molti paesi erano sulla soglia di una crisi del debito già alla fine del 2019 – sottolinea la Caritas Italiana -. Questa situazione si è aggravata molto nel corso del 2020. La situazione attuale richiede una risposta molto più netta di quanto sia stato fatto finora: una chiara riduzione del debito e l'identificazione di risorse finanziarie che possano aiutare i governi a rispondere alle sfide del momento. Oltre a questo, è necessario un meccanismo internazionale per affrontare le crisi di sovraindebitamento: un meccanismo neutrale e indipendente, sotto l'egida delle Nazioni Unite che non lasci i paesi alle prese di una crisi debitoria e finanziaria alla sola mercé dei creditori. Ma occorre anche chiedere con forza che si affrontino le cause strutturali e sistemiche che causano il debito e aggravano i vincoli finanziari dei paesi più poveri: per questa ragione – sottolinea Caritas - è necessario chiedere una nuova cooperazione fiscale internazionale; sistemi fiscali che chiedano ai più ricchi di contribuire in modo commisurato al loro patrimonio; una vera lotta contro l'evasione internazionale e contro i flussi finanziari illeciti”.

I volti del debito. Tre esempi: Bolivia, Zambia e Filippine



L'insostenibilità del debito dei Paesi del Sud del mondo è un problema di molti decenni fa in cui sono immersi molti Paesi, come la Bolivia. Questo stato sudamericano, ricorda il Dossier della Caritas, ha beneficiato delle iniziative promosse dopo la crisi degli anni ’80 del secolo scorso dai grandi creditori, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. L’intesa era che le risorse liberate con la cancellazione del debito fossero destinate al rafforzamento della salute, dell'istruzione e dello sviluppo produttivo, sotto la guida dei governi locali e con la partecipazione attiva della società civile. “Sono passati più di 20 anni da quando queste iniziative sono state attuate, ma alcuni interessi politici e sociali sembrano essere tornati al centro dell'attenzione nella progettazione delle politiche pubbliche – sottolinea il Dossier -. Nel marzo 2020, la pandemia Covid-19 arriva in Bolivia all’improvviso, trovando un sistema sanitario indebolito, con personale medico non addestrato e insufficienti forniture di farmaci. Da parte sua, il governo attua misure radicali per fermare il contagio, limitare la circolazione delle persone, sospendere il lavoro e le attività educative e ridurre l'attività economica. Si tratta proprio dei settori che erano stati posti come prioritari nell'orientamento delle politiche pubbliche dopo la cancellazione del debito: che effetto hanno avuto le iniziative prese proprio per la cancellazione del debito?”.
In sintesi, durante la pandemia il lavoro, la scuola e le attività sociali sono state completamente sospese, e le famiglie sono diventate lo spazio più importante per continuare ogni attività. Gli attori protagonisti in questa fase sono state le donne boliviane: esse hanno avuto un ruolo centrale non solo nell'educazione temporanea dei figli, nella cura della casa, nella cura dell'economia, ma anche nella cura dei malati, quando gli ospedali sono andati in crisi. Sono gli stessi tre settori che dovevano essere rinforzati con la cancellazione del debito, e che in tempo di crisi sono ricaduti sulle spalle delle donne. La pandemia ha anche mostrato un lato ancora più oscuro, che è quello della violenza domestica e il femminicidio.
A livello della regione latinoamericana e caraibica, secondo i dati Eclac è previsto un calo del PIL del 9,1%, situazione che pone molti dei Paesi in una situazione di estrema vulnerabilità. In Bolivia, solo l'1,6% va al settore sanitario e il 46% della popolazione occupata è costituita da donne, impiegate nei settori del commercio, dei servizi e dell'agricoltura. “Per riattivare l'economia post-pandemia, le donne e il loro ruolo devono essere considerate nella definizione delle politiche pubbliche nazionali e locali”, si afferma nel Dossier. Secondo l'Ilo, le donne sono responsabili del 76,2% di tutte le ore di lavoro domestico non retribuito, pur mantenendo un carico importante anche in termini di lavoro necessario alla sussistenza della famiglia, situazione che è peggiorata con Covid-19. “Nel post-pandemia, i governi dovranno affrontare l'onere del debito  esistente e l'onere dei debiti contratti di recente, ma allo stesso tempo recuperare le proprie economie, aspetti che devono essere affrontati dalla prospettiva critica delle donne”.
“La pandemia Covid-19 dovrebbe richiamarci a una profonda riflessione sulle carenze dei sistemi sanitari ed educativi in America Latina e nei Caraibi – si sottolinea -. Allo stesso modo, occorre affrontare il tema degli impatti reali dei processi di cancellazione del debito, della valutazione degli obiettivi e degli impegni assunti, e del ruolo fondamentale che le donne svolgono in essi”.

Zambia, risorse pubbliche per restituire i prestiti. La pandemia di Covid-19 ha avuto effetti sanitari, sociali ed economici significativi in Zambia. Il virus ha avuto un impatto devastante sulle condizioni di vita della popolazione. Prima della crisi, il 58% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà (cioè con un reddito inferiore a 1,90 dollari al giorno). Si prevede che ciò aumenterà poiché la crisi sta avendo un impatto significativo sui posti di lavoro. Il settore informale rappresenta il 68% dell'occupazione nel Paese. Con l'emergere della pandemia, la maggior parte delle aziende ha subito gravi interruzioni a causa della riduzione del numero di interazioni da persona a persona che caratterizzano il settore informale. L'impatto è particolarmente grave per i piccoli agricoltori delle zone rurali. Fino al 77% della popolazione vive in povertà in queste regioni. Queste dinamiche colpiscono le donne in modo sproporzionato.
“Una questione centrale è l'ingente onere del debito che il Paese deve affrontare – evidenzia il Dossier Caritas -. Il debito pubblico dello Zambia è aumentato in modo significativo negli ultimi anni. Nel 2018, il debito pubblico totale ha raggiunto i 18,3 miliardi di dollari, che equivale al 78,1% del prodotto interno lordo (PIL). Da questa cifra, 11,2 miliardi di dollari Usa corrispondono al debito pubblico estero. Quasi la metà di questa cifra (5,1 miliardi di dollari) è costituita da obbligazioni e prestiti di creditori privati. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), il Paese era già ad alto rischio di sofferenza del debito prima dell'impatto della pandemia Covid-19. La crisi in corso rende il problema di fondo più complesso da risolvere, poiché le finanze pubbliche si deteriorano e il livello del debito continua a salire. Questa è una delle principali fonti di preoccupazione per la popolazione e la società civile”.
Non solo: la spesa per il servizio del debito e gli stipendi è aumentata a scapito degli investimenti in settori economici chiave come la sanità, l'agricoltura e l'estrazione mineraria, solo per citarne alcuni. Prima che scoppiasse la pandemia, il Paese stava registrando un sotto-investimento sistemico, in particolare nel settore sanitario. Nonostante sia parte della Dichiarazione di Abuja del 2001, che impegnava gli Stati membri dell'Unione africana a destinare almeno il 15% dei loro bilanci al settore sanitario, il Paese deve ancora mantenere il suo impegno. Negli ultimi cinque anni, la spesa sanitaria pubblica è stata in media del 9,1% del bilancio del governo. Nel frattempo, durante lo stesso periodo, il solo servizio del debito ha rappresentato il 70,3% delle entrate del governo. Questo rapporto è sostanzialmente al di sopra della soglia di rischio del FMI, che raccomanda un rapporto tra il servizio del debito e le entrate non superiore al 15%. La pressione del peso del debito sulle finanze pubbliche è destinata ad aumentare ulteriormente. La valuta domestica (Kwacha) si è deprezzata di oltre il 24% nel primo trimestre del 2020. Ciò ha aumentato i costi per far fronte ai pagamenti del debito estero, incidendo gravemente sullo stock di riserve internazionali del Paese.
La maggior parte dell'indebitamento del settore pubblico proviene da fonti multilaterali e private. Questi creditori rappresentano il 73,3% del debito pubblico estero del Paese. “Questo gruppo di creditori è tenuto a partecipare solo su base volontaria e finora non ha adottato alcuna misura per fornire ulteriore cancellazione del debito al Paese”. A maggio, il governo ha contrattato Lazard, una società di investimento specializzata in debito sovrano, per consigliare il Paese su un potenziale processo di ristrutturazione. Il 22 settembre, il governo ha ufficialmente contattato gli obbligazionisti privati per richiedere una sospensione dei pagamenti per sei mesi.
Sebbene non sia chiaro se i creditori privati accetteranno la richiesta di sospensione, questo dovrebbe essere il primo passo di un processo di ristrutturazione più ampio. In questo contesto, le organizzazioni della società civile hanno assunto un ruolo attivo nel chiedere una risposta pubblica che riduca al minimo l'impatto negativo della pandemia. Ma “è sempre più chiaro che una sospensione del debito non sarà sufficiente per affrontare i problemi urgenti affrontati dallo Zambia. È necessario il sostegno urgente della comunità internazionale per affrontare contemporaneamente le esigenze di finanziamento della ripresa e dello sviluppo del Paese e per far fronte al peso del debito dello Zambia. La cancellazione del debito con la partecipazione di creditori privati è ora necessaria per garantire che il Paese possa aumentare la sua risposta al Covid-19 e sostenere una ripresa sostenibile”.

Filippine, un’austerità pagata dai più deboli. Le Filippine si trovano in una posizione vulnerabile dall'inizio della pandemia Covid-19. Questa vulnerabilità può essere spiegata da quattro fattori: in primo luogo, gli stretti legami sociali ed economici e la vicinanza geografica tra Cina e Filippine. In secondo luogo, il flusso costante di migrazione in uscita di lavoratori a contratto filippini e, con la migrazione ciclica, una popolazione sempre più mobile. In terzo luogo, un sistema sanitario pubblico debole che è un'eredità di decenni di finanziamenti inadeguati a causa della priorità del servizio del debito. E non da ultimo, significative disuguaglianze sociali ed economiche. Come risultato di queste condizioni preesistenti, la crisi è stata acutamente avvertita dalla popolazione del Paese.
Da febbraio 2020, le Filippine hanno segnalato più di 1,1 milioni di casi e un totale di più di 18 mila decessi causati da Covid-19. In risposta alla pandemia, il governo ha applicato misure di blocco dal 16 marzo. Le Filippine si sono ritrovate con uno dei blocchi più lunghi e severi della regione. Tuttavia, profonde disuguaglianze, la mancanza di reti di sicurezza adeguate e un sistema sanitario teso hanno influito sulla capacità di queste misure di contenere la diffusione della pandemia. Il 31 luglio, 80 gruppi in rappresentanza di 80 mila medici e un milione di infermieri hanno affermato che il Paese stava perdendo la sua battaglia contro il Covid-19. Hanno avvertito del potenziale collasso del sistema sanitario a meno che il governo non avesse messo in atto misure più rigorose e strategie ricalibrate.
Nel frattempo, la popolazione del Paese è stata lasciata ad affrontare le conseguenze economiche. Prima della pandemia, il Fondo monetario internazionale (FMI) prevedeva una crescita dell'economia del 6,3% nel 2020. Da allora, il Fondo ha tagliato le sue previsioni ipotizzando che l'economia sia ora destinata a diminuire del 3,6% nel 2020. Come risultato di questa brusca flessione milioni di persone hanno perso i propri mezzi di sussistenza. Si stima che circa 7,3 milioni di persone abbiano perso temporaneamente o permanentemente il lavoro. Il Dipartimento del lavoro e dell'occupazione (DOLE) stima che circa 10 milioni di lavoratori potrebbero perdere il lavoro quest'anno. La fame e la povertà sono in aumento e il numero di famiglie che soffrono la fame è aumentato da 2,1 milioni a dicembre 2019 a 4,2 milioni a maggio 2020. Il governo stima che senza misure di sostegno ci saranno altri 5,5 milioni di persone che vivono in povertà.
Anche in questo caso, la pandemia ha avuto chiare conseguenze per la condizione delle donne, in una situazione modellata da discriminazioni multiple preesistenti.
In generale, il Governo ha messo in atto un pacchetto di misure contro il Covid che però, oltre ad essere insufficiente a contenere l'impatto socio-economico della crisi sulla popolazione, ha anche provocato un aumento del debito senza precedenti. Il debito pubblico dovrebbe aumentare dal 34,1 al 48% del PIL tra il 2019 e il 2020.
Prima dell'inizio della pandemia, i creditori esterni detenevano crediti nel settore pubblico pari al 13,9% del PIL. È probabile che la loro partecipazione alla composizione complessiva del debito diminuisca ulteriormente poiché la maggior parte dei finanziamenti nel corso del 2020 proviene da fonti interne. A breve termine, questo ha aiutato il Paese a evitare di richiedere finanziamenti di emergenza al FMI. L'ampia quota del debito interno ha consentito al governo di finanziare le proprie operazioni senza supporto esterno. Le azioni del governo sono state sostenute dalla banca centrale del Paese, che ha ridotto i suoi tassi di interesse quattro volte nel 2020. Tuttavia, la mancanza di sostegno da parte della comunità internazionale per i Paesi come le Filippine ha un costo elevato. Senza misure per affrontare l'onere del debito e poche opzioni per aumentare le entrate, l'unica scelta rimasta è implementare dure misure di austerità.

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