19 maggio 2017 ore: 13:01
Immigrazione

Il primo ricongiungimento familiare in Alto Adige, grazie all’impegno dei cittadini

In fuga dall’Eritrea a 21 anni, con la sua bambina di un anno e mezzo, M. aveva un solo obiettivo: raggiungere il marito in Germania. Il Sudan, la Libia, il Mediterraneo e l’arrivo a Bolzano. Abbandonate dalle istituzioni, sono state salvate dalla buona volontà degli altoatesini

BOLZANO - “La storia di F., T. e M. è la storia del primo ricongiungimento familiare riuscito in Alto Adige, ma è anche la storia di tante persone che, volontariamente, hanno scelto di dare il proprio contributo, senza lasciarsi scoraggiare nonostante le difficoltà”. Sofia Falaschi è una delle volontarie di Binario 1 di Bolzano, gruppo di 7 donne che ha scelto di prendersi cura delle decine di profughi che ogni giorno affollano la stazione altoatesina. È lei a raccontare la storia di una famiglia eritrea che, dopo mesi, è riuscita a ricongiungersi e ora vive insieme in Germania.

Tutto è cominciato circa 2 anni fa, con la partenza dall’Eritrea di T., in fuga dalla tortura e dalla dittatura. Oggi T. vive in una città della Germania, ha un permesso di soggiorno, ha imparato bene il tedesco e si è ambientato. Pochi giorni prima della sua partenza, T. era diventato padre di M.. Al compimento del primo anno d’età della bambina, anche F., la mamma 21enne, ha deciso di fuggire per raggiungere il marito in Germania: era l’autunno scorso. Il viaggio verso l’Europa, per mamma e figlia, comincia a piedi verso il Sudan, per poi spostarsi in auto verso la Libia e imbarcarsi su un barcone per attraversare il Mediterraneo, fino alle coste siciliane. “La mamma, una ragazza giovanissima, non sapeva che l’ordinamento giuridico prevedesse la possibilità del ricongiungimento familiare – racconta Falaschi –. Parla solo tigrino, e nessuno, al suo arrivo, riesce a interloquire con lei. E decide di partire, con la piccola di 20 mesi, verso Milano”.

A Milano, F. e M. si fermano qualche settimana: rimangono alla stazione Centrale, “come abbandonate a loro stesse. Nessuno ha preso in mano la loro situazione, nessuna mediazione culturale”. E da Milano, un giorno, scelgono di salire su un treno verso la Germania, ma a Bolzano vengono fatte scendere. Siamo a metà dello scorso novembre. “Le istituzioni dicono alla donna che qui non c’è posto e le consigliano di tornare a Milano: una decisione dovuta alla ‘Circolare Critelli’, attraverso la quale la Provincia di Bolzano revocava la possibilità di essere accolti a tutti coloro arrivati sul territorio per chiedere asilo senza essere inviati direttamente dal ministero”. Ma F. aveva un progetto in testa a cui non avrebbe rinunciato. Era inverno, con le temperature sotto zero: madre e figlia si trovano a vivere per strada. “Un anonimo ci ha segnalato la loro presenza e immediatamente abbiamo messo in moto una rete di privati cittadini per dare loro riparo”. La prima notte la trascorrono nella chiesa protestante evangelica, quelle successive sono ospitate da alcune famiglie.

Una dipendente della Caritas-Consulenza profughi si prende a cuore la loro storia e, con l’aiuto di un traduttore e di un’ampia rete di volontari, scopre che madre e figlia, non essendo mai state registrate in Italia, non erano soggette ai criteri della “Circolare Critelli”. Parte, a quel punto, il lungo e complicato iter per il ricongiungimento familiare. “Ci abbiamo messo 6 mesi per arrivare in fondo a questo percorso, e solo perché ci siamo attivati in tanti. Ma, finalmente, ad aprile F. e M. sono partite da Verona alla volta della Germania”.

Come spiega Falaschi, la possibilità del ricongiungimento familiare è usata molto raramente: mancano informazioni adeguate e ci vuole molta pazienza per superare i tanti ostacoli burocratici, “ma il ricongiungimento familiare è un diritto: non dovrebbe dipendere dalla fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto. Ci sono capitate moltissime storie come questa, a dimostrazione di come sia inadeguato il sistema, ma anche di ciò che è possibile realizzare attraverso la rete. Non tutti sono indifferenti al destino delle persone bloccate durante la loro fuga nella nostra città: ci sono tante persone pronte a lottare fortemente per i diritti umani, ad alzare la voce e ad agire. In questo caso, sono riuscite a riunire una piccola famiglia”. (Ambra Notari)?

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