15 novembre 2011 ore: 17:00
Società

Il sogno della piccola Cristina: “Voglio vivere qui e in Ucraina”

Ci sono le donne che hanno lasciato in Ucraina marito e figli, ma anche le famiglie che sono riuscite a riunirsi in Italia. Tutti però coltivano il sogno di tornare a casa. Per chi non è senza permesso di sosggiorno, però, tutto è più difficile
San Michele dei Leprosetti Bologna Ucraini
BOLOGNA – “Voglio vivere qui e in Ucraina”. Cristina ha sette anni, è nata in Italia e abita a Bologna insieme ai genitori Taras e Oksana, al fratello Nazar e alla nonna Lidia. Insime sono la famiglia Korolyshyn, una delle tante che frequentano la chiesa di San Michele dei Leprosetti. Una famiglia che in Italia si è inserita bene, ma che mantiene forti legami con l’Ucraina. “Adesso che i nostri i figli vanno a scuola non pensiamo di tornare”, spiega papà Taras, “ma non vogliamo neanche rimanere qui per sempre”. Lui e Oksana hanno già deciso di lasciare ai figli la decisione di prendere e meno la cittadinanza italiana al raggiungimento della maggiore età. Nonna Lidia, 63 anni, spiega che la politica in Ucraina ignora il fenomento dell’emigrazione: “Mi piange il cuore a pensare che mio figlio sia costretto a lavorare in un paese straniero.” Ma per ora non c’è altra scelta. “In generale mi piacciono l’Italia e gli italiani perché ci hanno aiutato molto e ci hanno sempre dato fiducia”.
 
Eppure è stata poprio lei, Lidia, la prima a trasferirsi in Italia. È arrivata nel 2000 per lavorare e dare un sostegno economico ai figli rimasti in Ucraina. Ora Lidia assiste un anziano di 87 anni nei lavori di casa, anche se non vive con lui. Nel 2002 l’ha raggiunta il figlio Taras (38 anni) insieme alla moglie Oksana (33 anni): la coppia aveva già un figlio, Nazar, che per qualche anno è rimasto in Ucraina con altri parenti. Solo nel 2004, alla nascita di Cristina, anche Nazar, che ora ha 13 anni, ha potuto raggiungere il resto della famiglia in Italia. La vita a Bologna è molto diversa da quella che la famiglia faceva in Ucraina. Lì Oksana lavorava nel laboratorio di un ospedale e Taras era un investigatore della Polizia. “Ormai quello è il passato, ma se gli stipendi fossero stati più alti, non mi sarei spostato” dice Taras, che in Italia ha lavorato in edilizia ma al momento è disoccupato. Oksana è addetta alle pulizie, ora ha finito un corso di abilitazione e lavora a ore.
 
La speranza di tornare c’è ancora. “A casa parliamo solo in ucraino”, racconta Oksana, “i nostri figli devono conoscere la lingua perché ogni anno andiamo in Ucraina. Adesso anche la piccola comincia a leggere il catechismo in ucraino, anche se confonde un po’ i due alfabeti. Anche quando è arrabbiata comincia a parlare in italiano”. Nazar, che frequenta la prima superiore, però ammette: “Mi piace di più stare in Ucraina, perché lì ho più amici e sono più libero perché i nostri parenti hanno una casa in campagna”. La famiglia Korolyshyn cerca di mantenere le tradizioni ucraine, di celebrare le feste e di continuare a cucinare i piatti tipici. Frequentano altre famiglie ucraine, ma poche italiane.
 
Il caso della famiglia Korolyshyn però è un’eccezione. La maggior parte della comunità è composta da donne sole, che in Italia lavorano come badanti o addette alle pulizie, e che hanno lasciato i figli nel paese d’origine. La loro condizione, già abbastanza dura, peggiora se non sono in regola con il permesso di soggiorno. È il caso di Olga (nome di fantasia, ndr), che due anni fa ha scelto di emigrare per aiutare la fmaiglia. Quando suo marito è morto, però, non è neanche potuta andare al suo funerale. A Bologna Olga lavora come badante e vive a casa della sua assistita. “Il lavoro è duro”, racconta, “lei è sempre arrabbiata. Non è mai contenta. Mi sgrida anche quando sua nipote di due anni vuole giocare con me. Ma la piccola mi è molto attaccata e mi chiama mamma”. E Olga in effetti è una mamma, ma i suoi figli sono lontani. “Il più piccolo non ha ancora 18 anni, ma se la cava da solo. Frequenta la scuola professionale, fa sport e manda avanti la casa”. La voglia di rivederlo è tanta e le brevi telefonate giornaliere non bastano mai. (ilona nuksevica)
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