9 giugno 2014 ore: 10:21
Immigrazione

Il "Super Mario" del Gambia scappato dalla dittatura: “Non tornerò più a casa”

Tra i rifugiati accolti nel seminario arcivescovile di Fermo anche il diciottenne Alhajie, stella della serie B nel suo paese. Picchiato e minacciato di detenzione, è arrivato in Italia col barcone dalla Libia. “Tiferò Italia” dice con gli occhi pieni di nostalgia
Profughi a Fermo. Super Mario

FERMO - “Super-Mario del Gambia: chiamami così. Oppure media-boy: nel mio paese i giornalisti mi intervistano spesso dopo le partite in serie B. E ai prossimi Mondiali non ho dubbi: tiferò Italia!”.

Da sinistra, Suor Rita, Alhajie (Super Mario), Suor Filomena

Diciottenne, Alhajie sa già dire qualche frase in italiano. È sbarcato in Sicilia l’11 aprile scorso, dopo oltre tre giorni di navigazione senza bere né mangiare su una barca salpata dalla Libia. A condividere questa traversata altre 500 persone, tutte africane. “Vedi sul mio viso? Ho delle cicatrici e anche una costola rotta. Sono stato picchiato e minacciato di detenzione perché ero contro la dittatura che vige nel mio paese. Scrivilo questo, mi raccomando: non voglio più tornarci”, racconta, mentre il suo sguardo è un lago nero in cui si specchia la nostalgia per la mamma lasciata sola – è figlio unico di madre single – e per la sua terra, nonostante tutto.

Alhajie è uno dei 51 richiedenti asilo accolti nell’ala ovest del seminario arcivescovile di Fermo. La prefettura ha sollecitato l’aiuto ecclesiale e l’arcivescovo Luigi Conti ha mobilitato parrocchie, volontari, associazioni. Chiedendo a don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e della Fondazione Caritas in veritate, di coordinare l’accoglienza in 36 ore. Lo hanno affiancato le Piccole sorelle di Jesus Caritas, in particolare sorella Rita Pimpinicchi, insieme a sorella Filomena – che insegna italiano al gruppo – e a sorella Diomira. I ragazzi, che hanno fra i 18 e i 31 anni, la chiamano “nonna”, mentre le altre due religiose sono per loro “sister” ma anche “mamma”.

box Alhajie non ha avuto la possibilità di studiare, ma i piedi ce li ha buoni e anche il fiato: nella sua squadra giocava nel ruolo di “strike”, centroavanti o punta, segnando molti goal sia con il sinistro “ma meglio con il destro”. La madre in Gambia gli aveva regalato una maglietta della nazionale italiana e lui conosce di nome tutti gli azzurri o quasi. Ha già chiesto asilo politico e, per ora, ha appeso gli scarpini al chiodo: “Il mio primo obiettivo è imparare la lingua”, confida, con un’espressione da adolescente diventato troppo presto adulto. Si è imbarcato senza un soldo in tasca, senza bagagli né “biglietto” di ritorno, con addosso i vestiti e tanta voglia di un futuro diverso.

Ma se gli chiedi cosa sogna adesso, risponde laconicamente: “Non lo so”, mentre gli occhi guardano lontano e il sorriso gli si spegne in volto. “Ho bisogno di un buon futuro, di un avvenire diverso. Qui ho persone che mi aiutano e mi danno buoni consigli. Siamo qui perché abbiamo dei problemi nel nostro paese di origine e abbiamo bisogno che il governo italiano protegga le nostre vite”. In attesa dello status da rifugiato, lui vorrebbe comunque giocare a calcio. Lo fa nel campo del seminario, ma chissà se qualche club italiano è disposto a puntare sul talento e sulle gambe di un coraggioso diciottenne del Gambia, fuggito dalla dittatura. (lab)

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