4 maggio 2015 ore: 10:35
Società

Impotenti o "ladri di bambini": gli assistenti sociali secondo i media

Come sono rappresentati gli assistenti sociali nei media? Una ricerca condotta in Germania, Regno Unito e Italia ha provato a rispondere a questa domanda. I risultati presentati oggi in un seminario organizzato dal Consiglio nazionale degli assistenti sociali. “Troppo spazio alla tv del dolore”
Assistenti sociali e minori si prendono per mano

ROMA - Sui media italiani viene dato grande spazio alla cosiddetta ‘tv del dolore’ dove la fanno da padrone l’enfatizzazione e la raffigurazione strumentale e spettacolare del dolore, un marcato eccesso patemico nel racconto e nella narrazione, una sorta di processo virtuale mediatico dall’esito scontato e a svantaggio della figura dell’assistente sociale che si accompagna spesso a un accanimento verso alcuni soggetti deboli. Il tutto sotto l’ala protettiva della tv di servizio e del (finto) intento pedagogico che sfocia in indignazione e sdegno ed è presentata come apporto investigativo. È la fotografia degli assistenti sociali sui media italiani che emerge dalla ricerca “Le rappresentazioni del Servizio sociale nei media” condotta da studiosi e docenti universitari in Germania, Gran Bretagna e Italia per capire come sono rappresentati i social workers su giornali e in tv, partendo dal presupposto che, in tutta Europa, il Servizio sociale non gode di una buona reputazione con conseguenze sia sui professionisti che sugli utenti. La ricerca è stata presentata oggi a Roma in un seminario internazionale organizzato dal Consiglio nazionale degli assistenti sociali.

- La rappresentazione della professione. La professione dei social worker è quasi sempre rappresentata in modo parziale e stereotipato. In Italia la ricerca ha riguardato il tema della violenza domestica e assistenti sociali sui quotidiani “la Repubblica” e “Il Giornale” nel periodo 2012/2013. Ciò che emerge è che gli assistenti sociali “allargano le braccia” a voler segnalare la loro impotenza di fronte a certi episodi, non vanno a casa dei cittadini (“ci avevano detto che sarebbe arrivato un assistente sociale ma non si è visto nessuno”), conoscono il pericolo che corrono le donne ma non fanno nulla (“Sapevano da tempo, ma nessuno ha fatto nulla”), sono considerati ladri di bambini. Negli articoli dei quotidiani, quasi sempre, mancano i riferimenti a leggi e politiche sociali che regolano gli interventi degli assistenti sociali e compaiono pochi riferimenti espliciti e diretti agli assistenti sociali che spesso sono citati come operatori del Comune (“il sindaco manda sul posto gli assistenti sociali”).

Analizzando i programmi tv che trattano fatti di cronaca che hanno per protagonisti i servizi sociali, la situazione appare ancora peggiore. Per quanto riguarda la tv italiana, sono stati esaminati i programmi a contenuto informativo in cui sono stati trattati argomenti di cronaca nera o giudiziaria o vicende di disagio individuale o sociale di 7 reti televisive nazionali (Rai 1, Rai 2 e Rai 3, Rete 4, Canale 5, Italia 1 e La7) tra il 15 settembre e il 15 dicembre 2014. Nonostante non si tratti di programmi rivolti a bambini e adolescenti, vanno in onda in fasce orarie in cui si presume che i minorenni guardino la tv senza la presenza di un adulto (tra le 16 e le 19) come previsto dal Codice Tv e minori e propongono spesso racconti di particolari macabri e raccapriccianti. Ciò che è emerso è che raramente gli assistenti sociali sono invitati a partecipare alle trasmissioni tv in qualità di esperti, al loro posto siedono invece psicologi, psichiatri, giudici, avvocati. Nei pochi casi in cui vengono invitati è come se partecipassero senza partecipare: vengono interpellati solo sul caso trattato in trasmissione senza poter allargare la prospettiva di analisi a problemi e temi di cui quello costituisce solo un esempio.

In sostanza, la rappresentazione dell’assistente sociale è riduttiva e spesso distorta, nonostante rivesta un ruolo sempre più importante e indirizzato verso un’attenzione globale a persone, gruppi, forme diverse di famiglia, comunità locali, soggetti deboli, anziani, minorenni, migranti. Una professione, quindi, che non fa della visibilità mediatica la sua mission e che sconta, sul piano dell’immagine pubblica, una presenza debole, intermittente, schiacciate da luoghi comuni e stereotipi. La sfida, come è emerso dal seminario, è quindi quella di comunicare il lavoro dei social worker per decostruire rappresentazioni negative sedimentate nel tempo.

Nata da una partnership tra i corsi di laurea in Servizio Sociale e Dipartimenti di Servizio sociale delle Università del Regno Unito (Università di Hertfordshire), Germania (Università Cattolica di Colonia, Alice Salomon Hochshule, Berlino) e Italia (Università del Piemonte Orientale), la ricerca coinvolge anche le 3 associazioni di assistenti sociali presenti nei Paesi (Ordine italiano degli assistenti sociali, British association of social workers e Deutscher Berufsverband für Soziale Arbeit) ed è finanziata dalla Iassw (International association of school of social work). (lp)

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