24 ottobre 2014 ore: 17:37
Giustizia

In carcere 40 bimbi con le mamme. "No agli istituti, servono case famiglia"

Dopo la decisione della Consulta sul caso di Sollicciano, dove una detenuta con un figlio di 6 anni ha ottenuto i domiciliari, due storiche associaioni chiedono l’applicazione della legge del 2011. “Gli enti locali si facciano carico del problema”
Bambini in carcere, mamma e figlio in cella

ROMA – Basta bambini in carcere a seguito delle madri detenute, bisogna dare al più presto attauzione alla legge 62 del 2011, che tutela il rapporto tra detenute madri e figli minori, e creare delle case famiglia protette. È questa la reazione di due storiche associazioni che si occupano di bambini in carcere, Bambinisenzasbarre Onlus e A Roma Insieme, dopo la notizia della decisione della Corte costituzionale sul caso del bambino di sei anni di Sollicciano, cresciuto in carcere con la madre condannata per reati gravi, come riduzione in schiavitù e tratta, e che ora potrà essere ammessa alla detenzione domiciliare speciale. Secondo i giudici, infatti, a prevalere è  “l'interesse del bambino”. Tuttavia, in Italia, seppur con numeri contenuti, la realtà dei bambini in carcere fatica a trovare una soluzione, nonostante la strada imboccata, secondo le associazioni, sia quella giusta. 

Detenute madri con prole al seguito - Situazione al 24/10/2014

Secondo i dati aggiornati ad oggi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), sono 40 bambini fino a tre anni presenti in carcere, mentre le mamme detenute sono 39. E’ il Lazio la regione che ne ha di più: nella sezione femminile di Rebibbia, infatti, i bambini sono 14. Segue il carcere di Avellino con nove bambini, quattro a Torino e via di seguito con numeri sempre più esigui. “L’Italia su questo tema è un paese pilota in Europa per le leggi che tutelano il rapporto genitori figli in detenzione – spiega Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre -, ma ci sono tante difficoltà di applicazione delle leggi. Noi speravamo che la legge 62 del 2011, entrata in vigore da quest’anno, potesse cambiare le cose, ma ha avuto difficoltà di interpretazione e il decreto attuativo è arrivato dopo tantissimo tempo”.

Difficoltà e lentezze che, alla fine, non hanno portato a veri e propri cambiamenti, almeno fino ad oggi. “Le cose sono come prima – spiega Sacerdote – e forse la situazione si è anche aggravata, perché i bambini possono stare con la mamma fino ai tre anni e poi fino a 6 o anche 10 anni in situazioni detentive particolari, quindi il carcere attenuato”. Per Gioia Passarelli, presidente di A Roma Insieme, associazione che opera da anni nella capitale, però, “i bambini in carcere non ci devono stare – spiega -. L’alternativa è la casa famiglia protetta”. Tuttavia, nonostante la casa famiglia sia la soluzione già individuata dalla legge 62/2011, ad oggi l’obiettivo sembra essere ancora lontano. “Attualmente ci sono gli Istituti penitenziari a custodia attenuata (Icam), ma siamo contrari – spiega Passarelli -. Lo consideriamo il male minore perché non c’è alternativa. L’Icam dipende sempre dal ministero della Giustizia e all’interno si applicano i regolamenti carcerari, mentre le case famiglia protette dipendono dagli enti locali”. I decreto attuativo della legge 62 del 2011, infatti, non solo prevede le case famiglia protette, ma ne stabilisce anche le caratteristiche. E per Passarelli, forse, sono anche un po’ troppo perfette per essere reali. “A me – spiega Passarelli - è venuto il dubbio che così non ci saranno mai. Però ci stiamo battendo perché ci siano. Alcune case famiglia ci sono già, ma non nel Lazio – spiega Passarelli – e sono gestite da ordini religiosi. Per noi va bene, ma deve esserci anche l’impegno civile dello Stato. Alla fine si tratta di difendere dei diritti”. (ga)

Ma se nel caso di Sollicciano si tratta di una detenuta con gravi reati alle spalle, per la maggior parte dei casi, invece, i bambini sono in carcere a seguito di madri che hanno commesso reati minori. Come a Roma, dove le detenute sono 14, come i loro bambini. “La maggior parte delle nostre detenute sono rom – spiega Passarelli -. Molto spesso sono in carcere perché hanno rubato, c’è la recidiva e le cose si accumulano, ma sono reati minori. Quelli per i quali la legge prevede gli arresti domiciliari. Dal momento che il campo rom non è un domicilio, l’alternativa è il carcere”. Le speranze che preso si possa trovare una soluzione a questi casi ci sono, ma nella realtà bisogna fare i conti anche con le difficoltà a far quadrare i bilanci. “Le case famiglia sono la cosa migliore di questa ultima legge – spiega Sacerdote -, ma devono essere prese in carico dagli enti locali e se questi non hanno i soldi le donne restano in carcere. È la parte più importante della legge che deve essere ancora attuata e gli enti locali devono prendersi in carico questo problema”. Per Sacerdote, però, la direzione presa negli ultimi tempi fa ben sperare. “L’attenzione in questo decennio è aumentata verso questo tema – spiega Sacerdote -, questa legge ha principi innovativi. Dà la priorità alla misura alternativa. Tuttavia deve cambiare la cultura rispetto al carcere, rispetto all’idea che il carcere è una soluzione”. (ga)

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