1 agosto 2020 ore: 10:00
Disabilità

In vacanza dopo il lockdown, la fase 3 dei ragazzi con disabilità

di Ambra Notari
Quattro ragazzi con una disabilità grave della Fondazione Dopo di Noi il 13 marzo hanno iniziato un’esperienza di convivenza abitativa protetta. Poi è arrivata la pandemia. Roppoli (Fondazione): “Protetti le madri anziane dallo stress del lockdown e i ragazzi dal Covid”
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Il gruppo in vacanza

BOLOGNA – “Con la vacanza di Val di Fassa ci siamo voluti premiare: siamo stati bravi, abbiamo fatto tutti del nostro meglio”. Tiziana Roppoli è coordinatrice pedagogica e mediatrice familiare della Fondazione Dopo di Noi di Bologna, da anni impegnata nella guida dei familiari nella graduale costruzione di un Progetto di Vita per i propri familiari con disabilità, seguendone tutti gli aspetti: assistenziali, giuridici e patrimoniali. Tiziana, insieme con i 4 inquilini della Casa in San Donato, è appena rientrata da un weekend lungo in Trentino. Ma facciamo un passo indietro.

Il 13 marzo, tra un dpcm e l’altro, mentre piano piano tutta l’Italia si stava scoprendo vulnerabile al contagio da Covid-19, la Fondazione Dopo di Noi ha inaugurato ufficialmente la “Casa in San Donato”, progetto di convivenza abitativa protetta rivolta a persone con certificazione di disabilità grave prossime a essere prive del sostegno familiare, realizzata grazie ai fondi della Legge “Dopo di Noi” 112/2016. “Un tempismo perfetto – ammette Roppoli –: il progetto è partito ed è cominciato il lockdown. I 4 ospiti, tutti con una invalidità del 100 per cento, con mamme anziane o orfani, tra i 40 e i 53 anni, appena sono entrate si sono trovati immediatamente chiusi in casa. Due lavorano e due fanno tirocini e frequentano centri diurni. Tutto si è fermato, ogni attività. Tra loro c’è chi non è uscito per 8 settimane”. Una bella sfida, accettata con coraggio dalla Fondazione, che questo progetto l’ha voluto e sostenuto con forza: “In casa con loro solo l’assistente familiare, valdostano, che per 9 settimane non è tornato a casa, si occupava delle faccende domestiche e della spesa. La coordinatrice e le oss hanno continuato ad andare, con i dpi necessari per garantire la massima sicurezza di tutti. Abbiamo fatto in modo che le persone che entravano in casa fossero sempre le stesse”. Un impegno che, naturalmente, ha comportato un surplus di ore educative, e dunque spese impreviste: per questo, oltre a portare avanti la campagna per il 5 per mille, la Fondazione in pieno lockdown ha lanciato un crowdfunding sulla piattaforma Idea Ginger.

Superata la fase 1, è arrivata la fase 2, sempre normata dalla task force anti-Covid dell’Azienda Usl di Bologna, che ha permesso la ripresa degli incontri con i familiari in giardino, a distanza, tra mascherine e gel igienizzante. E anche in fase 2 tutto è andato bene. Ora la Casa in San Donato si affaccia alla fase 3: “Alcuni ragazzi potrebbero tornare a lavorare – spiega Roppoli –, le norme regionali lo prevedono. Certo, un po’ di preoccupazione c’è, perché non sappiamo se i luoghi di lavoro garantiranno gli stessi nostri standard di sicurezza, ma è giusto che i ragazzi riassaporino un po’ di normalità. Intanto abbiamo deciso di concederci una vacanza e, appunto, abbiamo preso un treno – rigorosamente regionale, per contenere i costi – in direzione Vigo di Fassa. Siamo andati io, la coordinatrice della casa e i 4 inquilini: il Trentino è molto accogliente. Al netto di tutte le nostre preoccupazione, è stato molto bello”. La brigata è stata ospite della Casa per Ferie della Cooperativa Sociale Le Rais: “Niente abbracci né assaggi di tutte le prelibatezze trentine da un piatto all’altro, mascherine sempre indossate e gel sempre a portata di mano. Nulla di insopportabile. È stata una bella vacanza, una specie di inno alla guarigione”.

Oltre alla Casa in San Donato, la Fondazione gestisce anche tre appartamenti (2 con 4 persone, uno con 3 donne) a bassa soglia abitativa (Le ragazze di via Mazzini; I ragazzi di via Mazzini; la Casa di Paola) dove la presenza degli educatori è limitata solo ad alcune ore della giornata; un appartamento in cui una coppia di ragazzi convive stabilmente (Casa Simo&Matte), dove la presenza degli educatori è limitata solo ad alcune ore della settimana) e Casa Fuoricasa, un servizio di ospitalità periodica, presso il quale persone con disabilità adulte sperimentano occasioni di autonomia, monitorate da un’equipe di educatori qualificati. Durante il lockdown sono proseguite tutti i progetti, tranne Casa Fuoricasa, ad alta promiscuità, visto che è frequentato da tanti gruppi diversi – 4 nel weekend e uno infrasettimanale – ed educatori diversi. Per i ragazzi di questo progetto la fase 1 è stata caratterizzata da un’attività educativa a distanza, la fase 2 dagli incontri nei parchi cittadini con gli educatori: “La gestione di questo tipo di servizio, alla luce della normativa vigente, è complessa: stiamo cercando di capire quando e come potremo ripartire”.

Nessun caso di contagio è stato registrato in nessun progetto: “La nostra fortuna è quella di poter contare su un gruppo fantastico. Nonostante la paura siamo andati avanti”. E il futuro? “Speriamo che la situazione si stabilizzi, che i nostri ragazzi possano tornare a frequentare i centri diurni e i posti di lavoro, anche per darci la possibilità di ridurre i costi della presenza degli assistenti. Il nostro più grande desiderio, soprattutto per la Casa in San Donato, è poter superare questa fase critica per tornare a investire sull’inclusione sociale. Avevamo progettato di fare tante cose per far conoscere i ragazzi agli altri condomini: feste, cene in giardino, lezioni collettive di yoga. Invece, ci hanno sempre e solo visto a distanza, con le mascherine. Casa in San Donato è un progetto sociale e inclusivo: per ora è andato tutto bene, ma ci siamo limitati a vivere al sicuro. Ora vorremmo tornare al progetto iniziale”.

“I ragazzi durante l’emergenza sanitaria si sono uniti molto, sono nati rapporti intensissimi – conclude Roppoli –. Per fortuna che questo progetto è stato cocciutamente fatto partire: se fosse stato stoppato avremmo avuto madri ultra 70enni che si sarebbero ritrovate in pieno lockdown in casa solo con i figli 50enni da gestire. Abbiamo protetto le madri dalla fatica e i figli dal Covid: questa considerazione di restituisce l’enorme fatica di questi mesi”.

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