6 ottobre 2015 ore: 11:29
Immigrazione

Istruiti e disoccupati, la generazione “Millennials” emigra e non ritorna

Sono i giovani più istruiti, ma anche quelli che ha meno possibilità di trovare un lavoro: per questo gli “Expat” emigrano verso altri Paesi. Il 35% degli italiani andati all’estero ha tra i 18 e i 34 anni. Una volta partiti, però, il 70 per cento non vuole ritornare in Italia
Generazione millennials. Ragazzo con cellulare

Secondo i dati presentati nel rapporto “Italiani nel Mondo” presentato dalla Fondazione Migrantes, il 35% degli italiani emigrati all’estero ha tra i 18 e i 34 anni. Sono i cosiddetti Millennials, i giovani nati tra gli anni ‘80 e il 2000. È la generazione più istruita dal dopo guerra, in possesso di qualificati titoli di studio post-laurea, ma allo stesso tempo anche quella più penalizzata dal punto di vista delle possibilità lavorative e la più esposta alla disoccupazione. Di fronte a questo paradosso, ovvero bravi e senza prospettive, la soluzione è partire, conservando la speranza di tornare nel caso si presentasse una buona e concreta occasione lavorativa: quelli che scelgono di emigrare sono gli “Expat”, i giovani in movimento della generazione Millennials. 

A differenza di qualche anno fa, il capitale culturale di chi lascia l’Italia è molto elevato. Hanno tutti studiato, sognano di mettere a frutto concretamente le conoscenze apprese e cercano una opportunità a breve termine per poterlo fare. Vivono l’emigrazione come un’opportunità, una carta importante da spendere per il loro futuro lavorativo. La meta preferita per i Millennials è l’Europa, già a partire dagli studi universitari. Si trasferiscono soprattutto nel Regno Unito, dove hanno più possibilità di mettersi alla prova, di spendere le proprie competenze e di farsi apprezzare in azienda e magari diventare promotori di innovazione sociale e tecnologica.

Se però avessero la possibilità di “fare ciò che si vuole, dove si vuole”, la maggior parte non partirebbe. Nonostante provino una forte nostalgia per la propria terra, per i legami sociali locali, in pochi sarebbero disposti a tornare indietro, come raccontano i ragazzi intervistati nel rapporto: “Forse per orgoglio, non rientrerei in Italia con in mano uno stage non pagato e opportunità zero di trovare qualcos’altro finito il contratto. Non so se tornerei da mamma e papà, in un (bello ma comunque sperduto) paesino dell’Umbria in attesa che qualcosa si muova. Sì, è vero, in fondo mi piacerebbe essere di nuovo a casa, riprendere la vita di tutti i giorni e godermi il sole e gli amici di sempre. Ma dopo i sacrifici fatti a livello personale, credo che io, come tanti altri, meriteremmo qualcosa di più che vuote promesse di posti di lavoro”. E ancora: “L’Italia è semplicemente un paese vecchio. Non voglio affrontare il tema della corruzione o dei favoritismi, che a mio avviso, tra l’altro, sono e funzionano ovunque. L’Italia è semplicemente un paese con un’ottica a breve termine, l’Italia è semplicemente un paese miope”. La prospettiva di rientro nel giro di cinque anni è minima: il 42% dichiara che non è plausibile a causa della crisi del mercato del lavoro italiano, i restanti si dividono tra chi lo ritiene poco probabile (28%), per un totale del 70%. (mgl)

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