9 dicembre 2021 ore: 11:21
Società

Italia, nuovo record minimo delle nascite: 405 mila. Il Covid pesa sulla recessione demografica

I dati del Censimento Istat:. Il deficit di nascite rispetto ai decessi "è tutto dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per la popolazione straniera il saldo naturale resta ampiamente positivo (+50.584)". Nel 2020 in Italia 59,2 milioni di residenti (-0,7%). Quasi 3 comuni su 4 perdono popolazione rispetto al 2019. Si accentua l'invecchiamento
persone che camminano

ROMA - Nuovo record minimo delle nascite a quota 405 mila. Lo rileva l'Istat nel Censimento della popolazione residente e dinamica demografica Anno 2020.

La geografia delle nascite mostra un calo generalizzato in tutte le ripartizioni, più accentuato al Nord-ovest (-4,3%) e al Sud (-3,8%), rileva l'Istat. I tassi di natalità pongono la provincia autonoma di Bolzano al primo posto con 9,7 nati per mille abitanti e la Sardegna all'ultimo con il 5,2 per mille.
Mentre le ragioni della denatalità "vanno ricercate soprattutto nei fattori che hanno contribuito alla tendenza negativa dell'ultimo decennio (progressiva riduzione della popolazione in età feconda, posticipazione e clima di incertezza per il futuro”), il quadro demografico italiano "ha subito un profondo cambiamento a causa dell'eccesso di decessi direttamente o indirettamente riferibili alla pandemia da Covid-19", precisa l’Istat

Nel 2020 in Italia 59.236.213 residenti, -0,7% su 2019 (-405.275)

Al 31 dicembre 2020, data di riferimento della terza edizione del Censimento permanente, la popolazione in Italia conta 59.236.213 residenti, in calo dello 0,7% rispetto al 2019 (-405.275 individui). “Questo calo è attribuibile prevalentemente alla dinamica demografica tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2020 – afferma l’Istat -: infatti, il saldo dovuto al movimento demografico totale (saldo naturale più migratorio), desumibile dalle fonti anagrafiche, ha fatto registrare 362.507 unità in meno”.

A livello di ripartizione geografica, rileva Istat, il saldo dovuto all'aggiustamento statistico censuario è positivo al Centro-nord e negativo nel Mezzogiorno; in particolare, nell'Italia Centrale sono state conteggiate come abitualmente dimoranti quasi 30 mila unità in più rispetto alla popolazione calcolata, e 20 mila unità in più nell'Italia Nord Occidentale, mentre nel Mezzogiorno oltre 97 mila in meno.
Gli stranieri censiti sono 5.171.894; l'incidenza sulla popolazione totale si attesta a 8,7 stranieri ogni 100 censiti. “A fronte di una maggiore presenza della componente straniera rispetto al 2019, la popolazione italiana risulta inferiore di 537.532 unità – sottolinea l’Istat -. La distribuzione territoriale della popolazione è pressoché immutata rispetto al censimento del 2019: il 46,3% risiede nell'Italia Settentrionale, il 19,8% in quella Centrale, il restante 33,8% nel Sud e nelle Isole. Più del 50% dei residenti è concentrato in 5 regioni, una per ogni ripartizione geografica (Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia). L'ammontare di popolazione al 31 dicembre 2020 è inferiore a quello del 2019 in tutte le ripartizioni, in particolare nel Mezzogiorno (-1,2% nell'Italia Meridionale e -1% nelle Isole); quasi ovunque, a eccezione delle province autonome di Bolzano e di Trento, a determinare la diminuzione è soprattutto la dinamica demografica recessiva del 2020. Tutte le regioni registrano una contrazione di popolazione residente ad eccezione della Toscana, che ha una variazione pressoché nulla rispetto al 2019 per effetto del recupero censuario che ha annullato il contributo negativo della dinamica demografica. I cali maggiori si osservano in Molise (-2,1%), Calabria (-1,8%), Campania (-1,5%) e Sardegna (-1,3%).

Quasi tre comuni su quattro perdono popolazione rispetto al 2019. Sono solo 1.964 i comuni che hanno registrato un aumento di popolazione rispetto al 2019 (il 24,9% del totale), rileva Istat, vi risiedono poco più di 17 milioni di persone, il 28,7% della popolazione nel 2020. Se tra il censimento del 2011 e il censimento del 2019 i comuni di maggiori dimensioni avevano guadagnato popolazione, la quota di comuni che perdono popolazione tra il 2019 e il 2020 è maggioritaria in tutte le classi di ampiezza demografica, passando dal 62,8% dei comuni tra 20 e 50 mila abitanti (il 4,7% dei comuni italiani) agli oltre tre quarti di quelli fino a 5 mila (70% dei comuni italiani). Tra i 44 comuni con oltre 100 mila abitanti, uno su quattro guadagna popolazione (tre su quattro tra il 2011 e il 2019), per i restanti 33 il saldo è negativo rispetto al censimento 2019, per un totale di -157.003 residenti.
Come nel 2019, anche nel 2020 Roma è il comune più grande con 2.770.226 residenti, e Morterone (in provincia di Lecco) quello più piccolo che ne conta appena 29. I cittadini italiani crescono in 1.612 comuni (il 20,4% del totale). Si tratta per quasi due terzi di comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti. I Comuni con il maggior incremento relativo di residenti italiani sono Moncenisio in provincia di Torino (+28,1%), Bascapé in provincia di Pavia (+15,9%) e Rosazza in provincia di Biella (+11,4%); quelli che, relativamente, con le perdite maggiori sono Rocca de' Giorgi in provincia di Pavia (-17,3%), Tonengo in provincia di Asti (-15,5%) e Cervatto in provincia di Vercelli (-11,1%). I comuni che registrano i maggiori incremento e decremento relativo di popolazione straniera sono rispettivamente Lodé in provincia di Nuoro e Caponago in provincia di Monza e della Brianza.

Il Covid ha accentuato la tendenza a una recessione demografica già in atto

La pandemia influenza la dinamica della popolazione italiana. Secondo l’Istat, infatti, il Covid-19 ha accentuato la tendenza alla recessione demografica già in atto e il decremento di popolazione registrato tra l'inizio e la fine dell'anno 2020 risente di questo effetto.
La perdita di popolazione del Nord "appare in tutta la sua drammatica portata", si afferma, in quanto "totalmente ascrivibile alla dinamica demografica negativa (forte eccesso di decessi sulle nascite e contrazione del saldo migratorio), parzialmente mitigata nei suoi effetti dai recuperi statistici di popolazione operati dal censimento".
Se nel 2019 il calo di popolazione era stato piuttosto contenuto sia nel Nord-ovest che nel Nord-est (rispettivamente -0,06% e -0,01%), nel corso del 2020 il Nord-ovest registra una perdita dello 0,6% e il Nord-est dello 0,3%. La diminuzione di popolazione nel Centro si accentua solo lievemente (da -0,3% del 2019 a -0,4% del 2020), mentre è decisamente più marcata al Sud e nelle Isole (rispettivamente -1,2% e -1,0%), anche per effetto della correzione censuaria al ribasso già descritta. “Il diverso impatto che l'epidemia da Covid-19 ha avuto sulla mortalità nei territori - maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno - e la contrazione dei trasferimenti di residenza spiegano la geografia delle variazioni dovute alla dinamica demografica”, afferma l’istituto.

"Il quadro demografico del nostro Paese ha subito un profondo cambiamento a causa dell'eccesso di decessi direttamente o indirettamente riferibili alla pandemia da Covid-19", rileva l'Istat. Il prezzo più alto in termini di incremento della mortalità è stato pagato dal Nord-ovest (+30,2% di decessi totali rispetto al 2019), con quasi il doppio dell'eccesso di mortalità della media nazionale (+16,7%). Più contenuto è il surplus di mortalità nelle regioni del Mezzogiorno (+8,6%) che, relativamente risparmiate durante la prima ondata grazie alle rigide misure di lockdown nazionale, si sono trovate a fronteggiare per la prima volta un incremento importante di decessi per Covid-19 solo negli ultimi mesi del 2020.
In termini di surplus di mortalità è soprattutto la Lombardia a sperimentare le conseguenze più pesanti (+35,6% rispetto al 2019). Il tasso di mortalità - pari a 12,5 per mille abitanti a livello nazionale - pone ai primi posti la Liguria (16,9 per mille) e il Piemonte (15,3 per mille) e all'ultimo la provincia autonoma di Bolzano con solo il 10,2 per mille. 

Saldo naturale tra nati e morti secondo solo al 1918 con la “Spagnola”

Il nuovo record minimo delle nascite (405 mila) e l'elevato numero di decessi (740 mila) "aggravano la dinamica naturale negativa che caratterizza il nostro Paese", segnala l'Istat. Il deficit di "sostituzione naturale" tra nati e morti (saldo naturale) nel 2020 raggiunge -335 mila unità, "valore inferiore, dall'Unità d'Italia, solo a quello record del 1918 (-648 mila), quando l'epidemia di "spagnola" contribuì a determinare quasi la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quell'anno".

Il deficit nascite è tutto dovuto agli italiani, saldo stranieri positivo

Il deficit di nascite rispetto ai decessi "è tutto dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per la popolazione straniera il saldo naturale resta ampiamente positivo (+50.584)", rileva l'Istat. Il tasso di crescita naturale degli stranieri è pari in media nazionale a 9,9 per mille: il valore più elevato si registra in Veneto (11,9 per mille), quello più basso in Sardegna (5,0 per mille). "Senza il contributo fornito dagli stranieri, che attenua il declino naturale della popolazione residente in Italia, si raggiungerebbero deficit di sostituzione ancora più drammatici", avverte l'Istat.

Più donne che uomini: sono il 51,3% del totale. Si accentua l’invecchiamento della popolazione


La prevalenza delle donne, dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita, si conferma anche nel 2020. Esse rappresentano il 51,3% del totale, superando gli uomini di 1.503.761 unità. Il rapporto di mascolinità è quindi pari a 95 uomini ogni 100 donne, più equilibrato rispetto al 2011 quando si contavano 93,5 uomini ogni 100 donne, afferma l’Istat.
Come nel 2019, il rapporto di mascolinità più alto si registra in Trentino-Alto Adige (97,7) mentre si abbassa ulteriormente in Sardegna (95,8 da 96,6) e in Calabria (95,3 da 96). Ci sono però 2.575 comuni dove il rapporto di mascolinità risulta sbilanciato a favore degli uomini (il 32,6% del totale contro il 23,5% del 2011). Si tratta in gran parte di comuni piccoli in cui l'elevato rapporto di mascolinità è dovuto alla prevalenza della componente maschile tra la popolazione straniera. Come nel 2019, il rapporto di mascolinità più alto si registra a Briga Alta in provincia di Cuneo (215,4), quello più basso a Montebello sul Sangro in provincia di Chieti (con appena 63 uomini ogni 100 donne)

Si accentua l'invecchiamento della popolazione italiana. La struttura per età si conferma anche nel 2020 fortemente squilibrata a favore della componente anziana della popolazione. Rispetto all'anno precedente per entrambi i generi scende leggermente il peso percentuale delle classi 25-29, 35-39, 40-44 e 75-79 anni mentre aumenta (sempre di poco) quello delle classi 55-59, 60-64 e 70-74 anni. Di conseguenza anche l'età media si innalza, da 45 a 45,4 anni, pur con una certa variabilità nella geografia dell'invecchiamento. Lo rileva l'ISTAT nel censimento Popolazione residente e dinamica demografica Anno 2020. La Campania, con un'età media di 42,8 anni (42 del 2019), continua a essere la regione più giovane, la Liguria quella più anziana (48,7 come nel 2019). Il comune più giovane è, come nel 2019, Orta di Atella, in provincia di Caserta (età media 35,7 anni), mentre il più vecchio è Ribordone, in provincia di Torino (età media 66,1 anni). Lo squilibrio della piramide per età della popolazione è ben evidenziato anche dal confronto tra la numerosità degli anziani (65 anni e più) e quella dei bambini sotto i 6 anni di età. Nel 2020 per ogni bambino si contano 5,1 anziani a livello nazionale, valore che scende a 3,8 in Trentino-Alto Adige e Campania, e arriva a 7,6 in Liguria.

Anche l'indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato nel tempo, prosegue ISTAT, passando da 46,1 del 1971 a 148,7 nel 2011 fino a 182,6 nel 2020 (179,3 nel 2019). La variabilità territoriale è ancora una volta notevole: come per l'età media, il valore minimo si registra in Campania (138,6) e il massimo in Liguria (262,3).
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