5 dicembre 2014 ore: 12:36
Famiglia

L'Ue invita a investire nell'infanzia. Ma non crescono i servizi e cala la natalità

Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. Solo il 54,6% dei Comuni italiani ha attivato servizi per l’infanzia, arrivando a coprire appena il 13,5% dei potenziali utenti. E l'Italia presenta uno dei tassi di natalità più bassi a livello europeo
Bassa natalità. Neonato che piange

ROMA - Già nel 2002 l’Unione europea ha riconosciuto la strategicità dell’ampliamento dei servizi prescolari per lo sviluppo socio-economico, individuando alcuni obiettivi specifici: la copertura del 33% dei bambini sotto i 3 anni e del 90% per quelli dai 3 anni fino all’età di ingresso nel ciclo primario. Obiettivi non raggiunti nel 2010 e riproposti per il 2020. A ricordarlo è il Censis, nel suo 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Che rivela: nel 2012-2013 solo il 54,6% dei Comuni italiani ha attivato servizi per l’infanzia, arrivando a coprire appena il 13,5% dei potenziali utenti. In nessuna regione si raggiunge l’obiettivo comunitario e si va dal 27,3% dell’Emilia Romagna al 2,1% della Calabria. Il numero di posti disponibili nelle scuole dell’infanzia, statali, comunali e paritarie, è invece sufficiente a coprire la domanda, coinvolgendo ormai quasi la totalità degli aventi diritto. Ma anche questo segmento non è esente da criticità. I primi risultati di un’indagine del Censis sull’offerta prescolare su 1.200 dirigenti di scuola dell’infanzia statale e non statale mostrano che nel 2013-2014, se il 56,6% delle scuole intervistate non ha dovuto predisporre liste d’attesa, più di una su tre ha avuto liste d’attesa, comunque via via assorbite dalla scuola (25,5%) o anche da altre scuole (7,4%). Vi è poi il 10,1% di dirigenti che dichiara di non essere riuscito in ogni caso a rispondere alla domanda espressa dal territorio di riferimento, valore che sale al 16,2% nelle regioni del Nord-Ovest.

Dove e perché sta diventando difficile nascere in Italia. La denatalità è un dato ormai strutturale del nostro Paese, che presenta uno dei tassi di natalità più bassi a livello europeo (8,5 bambini nati per 1.000 abitanti). Nel 2013, secondo il Censis, si è raggiunto il minimo storico dei nati (514.308) dopo il massimo relativo di 576.659 del 2008: una riduzione di circa 62 mila nati. C’è da valutare un primo elemento strutturale legato alla riduzione del numero di donne in età fertile lungo tutto il territorio nazionale, sia italiane che straniere. Ad oggi le donne fertili dai 15 ai 30 anni sono circa 4,9 milioni, poco più della metà delle circa 8.660.000 che hanno dai 31 ai 49 anni. Inoltre, questo numero progressivamente sempre minore di donne fertili tende a fare figli sempre più tardi (l’età media al parto di 31,4 anni è tra le più alte in Europa), riducendo così nei fatti la fertilità e la possibilità di avere figli, soprattutto oltre il primo e il secondo.
Al Sud si registra una natalità più bassa di quella del Nord e del Centro. "Si tratta di un’area che gode meno dell’effetto compensatorio della fecondità delle straniere e a questo aspetto vanno associati fattori strutturali legati al quadro di incertezza occupazionale ed economica che contribuiscono certamente a una profonda revisione anche dei modelli culturali relativi alla procreazione". Gli indicatori di precarietà della condizione lavorativa, come la quota di occupati a tempo determinato e collaboratori da almeno cinque anni, così come quella dei dipendenti con bassa paga, evidenziano in modo netto la condizione più problematica dei residenti al Sud.
Inoltre, il tasso di disoccupazione per i 25-34enni del Mezzogiorno sfiora il 30% e quello femminile totale il 21,5% contro il 9,5% del Nord. "Non stupisce quindi che, interrogati sulle possibili cause della scarsa propensione degli italiani ad avere figli, gli intervistati della recente ricerca del Censis sulla fertilità abbiano sottolineato nella grande maggioranza (85,3%) il peso della cause economiche, e in misura più marcata proprio al Sud (91,5%)". Se l’83,3% degli italiani è convinto che la crisi economica abbia un impatto sulla propensione alla procreazione, rendendo la scelta di avere un figlio più difficile da prendere anche per chi lo vorrebbe, questa quota raggiunge il 90,6% proprio tra i giovani fino a 34 anni.

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