25 febbraio 2014 ore: 15:04
Disabilità

L’Unione ciechi critica il film di Soldini: “Senza i vedenti non potremmo vivere”

Ieri a Torino la proiezione del documentario “Per altri occhi”, che narra la quotidianità di un gruppo di ciechi che suonano, vanno in barca a vela, giocano a baseball. Ma a fine pellicola è polemica con l'Uici
Toccare l'arte - Museo tattile Omero Ancona

Toccare l'arte - Museo tattile Omero Ancona

TORINO - Quanta vita c'è ancora da scoprire dopo che un incidente, una malattia o un handicap si sono portati via una parte di noi?  È una delle domande che più spesso si tende a porsi di fronte alla disabilità. A quanto pare, anche Tammy Heckhart - ex riservista e pilota di elicotteri dell'esercito statunitense, che perse entrambe le gambe in un incidente nel cielo di Baghdad - se l'è chiesto; prima di scoprire che poteva ancora pilotare un aliante, fare immersioni subacquee, correre la maratona di Chicago in carrozzina o diventare sottosegretario del governo Obama. A raccontarlo di fronte al pubblico del cinema Massimo di Torino, ieri sera, è stato Mario Calabresi, direttore de La Stampa che la intervistò all'alba delle presidenziali del 2008.

L'occasione era la proiezione, voluta proprio da Calabresi, di "Per altri occhi", documentario di Silvio Soldini e Matteo Garini che ha da poco vinto il Nastro d'argento del Sindacato giornalisti cinematografici. E che per novantacinque minuti segue le "Avventure quotidiane di un gruppo di ciechi", come recita il sottotitolo: i quali, nel buio parziale o totale che in alcuni momenti viene volutamente mostrato allo spettatore, oscurando la lente dell'obiettivo,  hanno imparato ad andare in canoa o in barca a vela, a suonare il pianoforte o la viola, a scolpire il marmo e a lavorare il ferro, a tirare con l'arco o a giocare a baseball; e addirittura a sciare e a scattare fotografie durante lunghe escursioni per i sentieri valdostani. 

Hanno viaggiato, si sono conosciuti e alcuni di loro si sono innamorati e sposati, imparando nel frattempo a fare dell'ironia perfino sulla propria condizione: come Claudio Levantini, tecnico informatico che a un bambino che chiedeva lumi sull'uso del suo bastone bianco rispose che era "la spada di Luke Skywalker, che mi serve a combattere le forze del male". E d'esistenza da scoprire, a veder loro, si direbbe ce ne sia davvero molta: una vita vissuta senza vittimismi, né retorici eroismi. E, a quanto pare, con una presenza dei vedenti ridotta al minimo: la qual cosa non  ha trovato molto d'accordo Enzo de Tomatis, presidente uscente della sezione torinese dell'Uici (l'Unione italiana ciechi). Che ieri sera, ironicamente, ha preso la parola rimarcando di essere "un cieco felice", convinto però che "se vedessi, anche solo un pochino,  lo sarei molto di più"

"Non capisco- ha detto Tomatis - se la vita di questi ciechi i registi l'abbiano vista o soltanto immaginata. Io sono cieco da 'soli' settant'anni, e ne ho frequentati dalla Val d'Aosta fino alla punta estrema della Sicilia. Ma non ho mai visto dei non vedenti che vivano una condizione così lunga e continuativa soltanto tra di loro, come si vede in questo film. Io senza i vedenti non potrei vivere: sono loro che mi regalano la voglia di fare, che mi spronano e che mi mandano anche al diavolo, quando è il caso". E così, a quell'interrogativo iniziale è andato ad aggiungersene un altro, che per qualche minuto ha stimolato un acceso dibattito tra il pubblico intervenuto nella sala 1 del Massimo.  "Noi - ha specificato il regista Giorgio Garini - non volevamo creare assolutamente un mondo a parte. Credo si possa dire che il nostro non è neanche un film sui non vedenti; quello che volevamo, piuttosto, era mostrare a chi ancora ci vede che possono esserci altri mondi, che non sono così terrificanti come si tende a immaginarli. In realtà, abbiamo solo seguito il flusso degli eventi, così come venivano, senza forzare nulla".

E i registi, in effetti, erano già stati ringraziati pubblicamente per il loro lavoro dall'attuale presidente torinese dell'Uici, Giuseppe Salatino; il cui pensiero è però sostanzialmente in linea con quanto detto ieri da Tomatis. "Per noi - spiega Salatino - è senza dubbio positivo che i mezzi di comunicazione mostrino certi lati della nostra vita. Stiano solo attenti, però, a non esagerare; perché resta il fatto che la cecità è comunque una condizione fortemente privativa, che cambia profondamente la vita di un individuo. E se si tralascia questo aspetto o lo si affronta con troppa leggerezza, il rischio è che passi il messaggio che perdendo la vista si acquisti la capacità soprannaturale di compiere dei miracoli. Mentre le cose, purtroppo, stanno diversamente: per quanto mi riguarda, se non c'è un vedente ad aiutarmi devo cambiarmi la camicia ogni sera, perché da solo non ho modo di verificare se sia sporca o meno. Ecco, ciò che manca in questo film, secondo noi,  è la vera e quotidiana routine delle persone cieche; che senza l'aiuto dei vedenti non può proprio essere vissuta".

Va detto, però, che dalla pellicola traspare spesso quanto la vita possa farsi difficile per chi la vive al buio; persino in quei dettagli che a un vedente possono sembrare minimi, laddove anche cuocere una fettina di carne o ricordare l'esatta ubicazione di una camera d'albergo diventano operazioni che necessitano di metodo e attenzione. E lo stesso Luca Casella,  il pianista escursionista presente nel film e anche in sala, ha voluto ricordare di aver vissuto, come tanti altri, quel "'periodo intercapedine di disperazione varia" durante il quale si tende a cullarsi nella depressione e a rimettere in discussione ogni cosa. "Ma proprio 'rivedendomi' nel documentario, mi sono detto ancora una volta che se non avessi perso la vista non avrei fatto molte cose" ha concluso Casella, che nel film mostra come riesca a fotografare paesaggi orientandosi con l'aiuto degli altri sensi, oltre che della poca luce che ancora filtra attraverso i suoi occhi . "Probabilmente non avrei imparato a suonare, non avrei fatto tutti quei viaggi e scattato tutte quelle foto: perché quelle cose, prima di diventare cieco, non mi colpivano come ora. Ora invece le sento con tutto me stesso; e il messaggio che vogliamo mandare, non è d'esser persone 'speciali'. Vogliamo semplicemente spronare gli altri, nella nostra condizione, a guardare sempre avanti, cercando di fare al meglio tutto ciò che ancora possono fare". (ams)

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