8 dicembre 2013 ore: 09:40
Immigrazione

La catena invisibile dei cinesi in Italia. Un'enclave nell'economia italiana

La voce dell'Ilo sulla tragedia di Prato. Il sistema di sfruttamento del lavoro legato al comparto moda, le diverse responsabilità e la “catena nascosta”: in una ricerca del 2010, alcuni elementi per interpretare i fatti recenti. E le indicazioni perché non si ripetano
Donne cinesi lavorano in fabbrica

ROMA – Le responsabilità sono diverse e compongono una “catena invisibile”, per questo difficile da spezzare: a pochi giorni dall'incidente di Prato, costato la vita a sette operai cinesi, l'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) suggerisce, in un articolo pubblicato sul portale “Lavoro dignitoso”, alcune chiavi interpretative. La domanda di fondo è: se la tragedia, come tanti hanno detto, era “annunciata”, allora perché non si è fatto nulla per evitarla?

Perché le responsabilità sono tante e spesso “nascoste”, come già nel 2010 l'Ilo rilevava nella ricerca “Catene nascoste: lo sfruttamento del lavoro e i migranti cinesi in Europa”, che analizzava il fenomeno della migrazione dalla Cina in tre paesi europei: Italia, Francia e Regno Unito.

BOX “Riguardo all'Italia – si legge nell'articolo pubblicato su Lavoro dignitoso - i ricercatori avevano messo in evidenza come le enclaves cinesi fossero allo stesso tempo dentro e fuori il sistema economico locale. Dentro, come imprese a cui vengono subappaltate fasi della produzione del “pronto moda” per il mercato europeo. Fuori, però, perché queste comunità restano isolate e invisibili dal punto di vista dei controlli su contratti, condizioni di lavoro e di vita, di tutele. Esiste infatti una relazione implicita tra imprese e lavoratori – continua l'articolo - un vero circolo vizioso che passa 'dallo sfruttamento, alla dipendenza, alla interdipendenza' e che fa parlare, appunto, di 'catene nascoste'. C'è una sorta di volontà condivisa e di consenso ad accettare qualsiasi condizione, pur di ottenere commesse e di ripagare il debito contratto dai migranti per il viaggio in Europa: turni di 20 ore, paghe ben al di sotto degli standard, nessuna misura di sicurezza, abitazioni inadeguate e anche lavoro minorile”.

Tutti elementi che definiscono chiaramente le condizioni di “focerd labour” (lavoro forzato), che in Italia non è ancora sanzionato da misure specifiche, nonostante la ratifica delle relative Convenzioni Ilo. “D'altra parte – si legge ancora nell'articolo - l'isolamento in cui sono tenute le donne e gli uomini cinesi, spesso senza documenti, non aiuta i controlli delle autorità italiane. Anche gli sforzi della polizia e dell'ispettorato del lavoro per impedire lavoro illegale e per applicare le più elementari norme di salute e sicurezza sembrano inefficaci. I datori di lavoro, connazionali legati alla tratta, hanno diverse strategie per sfuggire ai controlli e spesso spostano la produzione da una casa all'altra, rapidamente, impedendo qualsiasi possibilità di intervento”.

Per contrastare il fenomeno, è quindi necessario da un lato creare le condizioni per una maggiore “comunicazione all'interno di quelle comunità, a tutela delle persone più vulnerabili”, ma anche intervenire sulla “rete della produzione, la catena dei fornitori e dei subfornitori delle imprese italiane”, che “potrebbe e dovrebbe fare di più per vigilare e prevenire sfruttamento e altre tragedie come quella di Prato”.

 

 

 

© Copyright Redattore Sociale