La cooperazione contro il terrorismo: “Dobbiamo essere più efficaci”
ROMA – “L’unica cosa che possiamo fare è prendere l’impegno a rafforzare quello che facciamo e a farlo con un maggiore impatto, con più diffusa consapevolezza qui in Italia e con maggiore efficacia con i nostri partner nelle varie realtà del sud del mondo”. Di fronte ai fatti di Parigi la violenza non si giustifica mai, ma l’odio e le rivendicazioni si vincono con politiche di integrazione e con una cooperazione che significhi non “aiuto”, ma “reciprocità e comunità”: ne è convinto Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv – Volontari nel mondo, la più grande Federazione di organismi di volontariato internazionale presente in Italia. Ne fanno parte 70 organizzazioni di ispirazione cristiana, di cui 13 osservatori, che contano 5 mila soci, 398 gruppi d'appoggio in Italia e oltre 30 mila persone tra aderenti e sostenitori. Sono oltre 600 i volontari espatriati nei 470 progetti di sviluppo e circa 3 mila gli operatori locali.
“La premessa – dice Cattai – è che la violenza non si giustifica mai in nessun luogo e per nessun motivo, e per questo non possiamo che essere solidali con le vittime e con tutti quelli che stanno operando per contrastare il terrorismo internazionale”. “Attenzione però – dice Cattai - alle strumentalizzazioni: purtroppo e troppo facilmente alcuni in Italia e in Europa usano i fatti per portare acqua al loro mulino”. Serve un “richiamo doveroso a chi specula e strumentalizza con troppa faciloneria la strada difficile ma necessaria della convivenza, a chi ullude e promette con una politica urlata soluzioni che non si possono realizzare”. E questa è una “responsabilità soprattutto per chi ha responsabilità politiche e culturali”.
“Odio e rivendicazioni – continua - si vincono con politiche di integrazione, con attività di cooperazione intesa non come aiuti ma come capacità di costruire relazioni di fraternità e reciprocità fra le comunità”. “Quando pensiamo a cooperazione pensiamo sempre ad aiuti ma – spiega il presidente di Focsiv - dovremmo sempre di più in futuro bisogna penare a relazioni di reciprocità e scambio fra le comunità”.
“L’Isis – continua – si combatte con l’educazione e l’alfabetizzazione: è importante, bisogna intervenire per prevenire i germogli degli integralismi: è un investimento lungo e permanente, un processo che deve coinvolgere le varie comunità, dalle istituzioni alla società civile”. Da non sottovalutare neppure il dialogo interreligioso: “Esistono esperienze importanti, anche come ong aderiamo e appoggiamo scuole di dialogo interreligioso”. E poi c’è l’aspetto mediatico: “Il terrorismo alimenta grande risonanza mediatica attorno ad un fatto circoscritto. Bisogna fare altrettanto per il bene e non solo per il male, e questa è un’arte, l’arte del fare rumore attorno al silenzio di una foresta che cresce”. Da ultimo, il tema dell’attenzione alle periferie delle società: “Soprattutto nelle grandi capitali europee l’esperienza di periferia è anche esperienza di emarginazione, l’esperienza dell’essere fuori, del non essere integrati”. La società dei “diritti per tutti” non è tale per tutti, o non è vissuta come tale, e dall’emarginazione (anche delle seconde o terze generazioni) possono nascere germogli di odio.