27 marzo 2021 ore: 10:00
Società

La grassofobia? “Non solo body shaming, ma discriminazione sistematica”

di Alice Facchini
Parlano Chiara Meloni e Mara Mibelli, fondatrici del progetto “Belle di faccia”, nato prima su Instagram e poi diventato un'associazione che promuove la fat acceptance e la body positivity. “L’esclusione delle persone grasse avviene in tutte le sfere: lavoro, scuola, mezzi di comunicazione e di trasporto. Anche la parola ‘grassa’ è diventata ormai un tabù, sostituita da eufemismi e perifrasi”
@Chiaralascura belle di faccia fat shaming

La grassofobia non si limita al body shaming, ma è la sistematica e sistemica stigmatizzazione, discriminazione ed esclusione delle persone grasse nella società, nel mondo del lavoro, nella scuola, nella rappresentazione mediatica, in campo medico e, nel caso dei corpi più grassi, anche nell'accessibilità ai luoghi e ai trasporti”. Parola di Chiara Meloni e Mara Mibelli, fondatrici del progetto “Belle di faccia”, nato prima su Instagram e poi diventato un'associazione che promuove la fat acceptance e la body positivity. Da poco le due hanno pubblicato anche un libro, anch’esso intitolato “Belle di faccia. Tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico”, nel quale hanno analizzato quanto, nella nostra società, il grasso non sia percepito come una caratteristica come un'altra, e quindi meritevole di rispetto, ma sia visto come una colpa.
“Essere grassi è un fallimento della persona e della sua forza di volontà, un difetto caratteriale che si porta dietro pregiudizi: una persona grassa è per forza pigra, ingorda, stupida e responsabile della sua ‘condizione’. Anziché provare a smantellare la grassofobia, anziché combattere la discriminazione, ci si concentra invece su come eliminare la grassezza. Insomma, anche la discriminazione è vista come una responsabilità di chi la subisce. Il pensiero comune è: se la persona non vuole essere discriminata deve dimagrire".

La grassofobia comincia proprio a partire dal linguaggio: la parola “grassa” è diventata ormai un tabù, sostituita da eufemismi e perifrasi, come se fosse quasi una parolaccia. "Il fatto che, a differenza di magra, snella, alta, bassa, bionda, eccetera, l'aggettivo grassa sia usato solo come insulto e con accezione negativa, e che pur di non usarla per descrivere una persona amica si utilizzino decine di eufemismi, da rotonda a morbida, passando per robusta e curvy, la dice lunga su come ci sia un disagio collettivo nei confronti del grasso – dicono Chiara e Mara –. Già smettere di utilizzarla con accezione negativa e provare a ripristinare il suo uso descrittivo sarebbe un grosso passo in avanti".

Ma in un’Italia in cui l’obesità riguarda quasi un adulto su due e un minore su quattro, con tutte le ripercussioni sulla salute che questo comporta, perché resta comunque importante combattere la grassofobia? “La salute non dovrebbe avere nulla a che fare con un discorso che parla di rispetto, inclusione e giustizia sociale – spiegano –. Molte persone pensano che accettare le persone grasse significhi celebrare stili di vita malsani, mentre è abbastanza chiaro che lo stigma e l'isolamento sociale provocati dalla grassofobia non giovino a nessuno. È assurdo pensare che sia giusto discriminare qualcuno in base al suo stato di salute, un discorso che ha delle derive pericolose e profondamente classiste e abiliste”.

Chiara e Mara però sono attiviste, non professioniste della salute, e quando parlano del modo in cui la salute viene usata quasi a giustificare le discriminazioni lo fanno dal punto di vista sociale e non medico. “Davanti a una persona grassa, chiunque diventa improvvisamente esperto – continuano –. Con un solo sguardo sanno cosa mangi, quanta attività fisica fai, quali malattie hai, come se tutte le persone grasse fossero dei cloni e come se si potesse diagnosticare qualcosa solo osservando l'aspetto di qualcuno. La retorica dell'epidemia dell'obesità, che si è spinta fino a consigliare alle persone di non avere amici e partner grassi come se fosse una condizione contagiosa, ha armato la grassofobia di una facciata di buone intenzioni dietro cui continuare a nascondere pregiudizi e disprezzo”.

Non solo: spesso accade che sia la stessa persona grassa a disprezzarsi per il suo aspetto e a non accettare il proprio corpo. E allora la grassofobia sta più fuori o dentro di noi? “La grassofobia è semplicemente l'aria che respiriamo: non è questione di un singolo bullo, non è qualcosa che viene portato avanti a livello individuale, ma è un sistema di valori che ci viene trasmesso, a prescindere da quali siano le forme del nostro corpo. La magrezza è al vertice: è questo ci viene insegnato a partire dai cartoni animati e ricordato quando solo le persone magre sono protagoniste sui giornali, nei film, nelle serie tv, e quelle grasse esistono solo come macchiette, espedienti comici o esempi negativi. Questa idea viene rafforzata in famiglia quando già durante l'infanzia e l'adolescenza sentiamo parlare di diete e calorie, o vediamo pubblicità che vendono il nuovo ritrovato per perdere peso. È quindi abbastanza normale che in questo sistema di valori persino chi è grasso interiorizzi la grassofobia”.

Quali sono, allora, gli antidoti alla grassofobia? Come si può lottare contro questo tipo di discriminazione che rimane invisibile agli occhi di tanti? “Innanzitutto, smettiamo di parlare così tanto dell'aspetto fisico, il nostro e quello altrui, riflettiamo sul linguaggio che usiamo e filtriamo i messaggi tossici e negativi dei media e dei social. La conoscenza è l'arma più potente: conoscere le ragioni e la storia del disprezzo per il grasso, le sue origini razziste, classiste e sessiste, il modo in cui il senso di inadeguatezza soprattutto femminile viene utilizzato per vendere prodotti è fondamentale per liberarsi almeno in parte dell'atavico senso di colpa che sentiamo nei confronti dei nostri corpi”.

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