8 novembre 2022 ore: 10:45
Immigrazione

La mobilità dei “nuovi” italiani: una dinamica sempre più emergente

I dati del rapporto “Italiani nel mondo” di Fondazione Migrantes. Chi ha compiuto un primo spostamento migratorio ha una maggiore propensione a spostarsi sul territorio e all’estero e, in media, i cittadini comunitari divenuti italiani tendono a trasferirsi all’estero più velocemente rispetto a quelli non comunitari. Pensioni: a fronte di una riduzione del numero di quelle pagate all’estero (-10%), gli importi corrisposti crescono del 22,9%
Giovani seduti

ROMA - La mobilità dei “nuovi” cittadini italiani è di particolare interesse per lo studio dei comportamenti migratori effettuato dal rapporto “Italiani nel mondo” di Fondazione Migrantes e per comprendere quanta similitudine ci sia tra le dinamiche dei nativi e quelle dei nuovi italiani di origine straniera.
“La letteratura sottolinea come chi ha compiuto un primo spostamento migratorio abbia una maggiore propensione a spostarsi sul territorio (mobilità interna) e all’estero – sottolinea il rapporto -. Anche se l’acquisizione della cittadinanza viene considerata dal Consiglio d’Europa come un indicatore di stabilizzazione e integrazione, non è escluso che, specie nel contesto europeo, questa possa essere poi seguita da una migrazione”.

Si stima che al 1° gennaio 2020 il contingente dei “nuovi” italiani, ossia persone straniere di nascita che hanno acquisito la cittadinanza italiana sono oltre 1 milione 500 mila, di cui circa 1 milione 253 mila unità originari di un paese non comunitario. Il numero di cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana è passato da 65 mila nel 2012 a 131 mila nel 2020: nonostante la pandemia abbia limitato gli accessi agli uffici pubblici, i processi di digitalizzazione delle pratiche hanno permesso di non interrompere ma, anzi, di velocizzare il già lungo iter necessario per la definizione delle richieste. Su base annua, il numero più alto di acquisizioni di cittadinanza da parte di stranieri residenti in Italia si è toccato nel 2016, quando se ne contarono più di 201 mila. Ma dopo la flessione registrata tra il 2017 (147 mila, -27,3% rispetto all’anno precedente) e il 2018 (113 mila, -23,2%), il loro numero è tornato a crescere e nel 2020 si contano 132 mila unità (+3,8%).

Il numero crescente di nuovi italiani impatta indiscutibilmente sulla dinamica sociale e demografica del nostro Paese, sia in termini di fecondità sia in termini di struttura delle famiglie. “Negli anni tra il 2012 e il 2020, degli oltre un milione e 194 mila stranieri divenuti italiani, sono quasi 107 mila le persone che hanno poi trasferito la residenza all’estero – si sottolinea -; di essi, quasi 28 mila sono emigrati nel corso del 2020, e poco meno di 17 mila sono emigrati nel 2019. Sono invece oltre 13 mila i naturalizzati che hanno deciso di emigrare lo stesso anno in cui hanno acquisito la cittadinanza”.
Il possesso iniziale di una cittadinanza diversa da quella italiana e la successiva “naturalizzazione” dà l’indicazione di un più sostanziale contributo di “nuovi italiani” all’aumento degli espatri.
La mobilità dei “nuovi” italiani inizia così ad assumere l’entità di un fenomeno che non si può più ignorare; pur essendo ancora di piccole dimensioni, è considerata una dinamica emergente nel panorama migratorio internazionale.

L’analisi per cittadinanza di origine mostra che alcune comunità hanno una maggiore propensione a migrare dopo aver acquisito la cittadinanza, e per quelle comunità, il fenomeno inizia ad assumere numeri significativi. “In media, i cittadini comunitari divenuti italiani tendono a trasferirsi all’estero più velocemente rispetto a quelli non comunitari – afferma il rapporto -; il 32,6% lo fa dopo un anno dall’acquisizione, mentre tra i cittadini stranieri precedentemente non comunitari la quota è pari al 24%. Vi sono anche notevoli differenze tra le diverse collettività: mentre ghanesi, indiani, marocchini, tunisini e albanesi che lasciano l’Italia, in oltre la metà dei casi lo fanno dopo 3 anni o più dopo l’acquisizione, l’81% dei brasiliani espatria dopo un anno dall’ottenimento della cittadinanza. È opportuno sottolineare che le collettività albanese e marocchina, in valore assoluto le più interessate dalle acquisizioni di cittadinanza, ma anche quelle di più antico insediamento nel territorio italiano, tendono a emigrare molto meno frequentemente dopo essere diventati italiani: circa l’11% nel caso dei marocchini e appena il 2% in quello degli albanesi. Questo potrebbe essere letto come un indicatore di integrazione in Italia”.

Giovani e giovanissimi: italiani o con background migratorio, il futuro è altrove

Tra i “nuovi” italiani sono i più giovani ad avere una maggiore propensione alla mobilità. A fronte di un’età media di circa 29 anni tra tutti coloro che nel periodo 2012-2020 hanno acquisito la cittadinanza, quelli che poi sono emigrati all’estero lo hanno fatto mediamente a un’età significativamente più bassa: circa 28 anni. Per i maschi si attesta intorno ai 29 anni mentre le femmine emigrano in media a 26 anni con qualche lieve differenza a seconda del paese di precedente cittadinanza. I più giovani emigrati naturalizzati sono le donne di origine pakistana la cui età media all’emigrazione è pari a 18 anni. Più maturi sono gli emigrati di origine brasiliana e albanese la cui età media all’emigrazione è, rispettivamente, di circa 34 e 29 anni.

L’Europa è la meta preferita: circa l’81% dei flussi degli emigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana tra il 2012 e il 2020 è diretto verso un altro paese europeo; si tratta complessivamente di quasi 86 mila individui. Per alcune collettività questa diventa l’opzione quasi esclusiva: il 99,8% dei cittadini del Kosovo e della Macedonia del Nord, il 98% dei cittadini del Pakistan, del Bangladesh e del Ghana, una volta ottenuta la cittadinanza italiana, si spostano verso un altro paese europeo. Per gli originari del Brasile, invece, si può parlare molto verosimilmente di una migrazione di ritorno o comunque di una scelta che li porta a trasferire la residenza nel loro paese di origine.

L’Istituto Nazionale di Statistica, con il supporto del Ministero dell’Istruzione, ha svolto nel 2021 l’indagine “Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri”. La rilevazione ha intervistato con tecnica CAWI circa 41 mila alunni (30 mila di cittadinanza italiana e 11 mila di cittadinanza straniera) che, nell’anno scolastico 2020/2021, frequentavano una delle scuole secondarie di primo e di secondo grado selezionate e distribuite su tutto il territorio nazionale. Mediante un breve questionario, l’indagine ha raccolto informazioni fondamentali per comprendere l’impatto del diffondersi della pandemia di Covid-19 sulla vita quotidiana dei ragazzi, in modo da evidenziarne vulnerabilità e punti di forza delle nuove generazioni.
Mentre per gli italiani è prevalente la volontà di vivere in Italia da grandi (59%) – anche se non trascurabile è la percentuale di italiani che desidera emigrare –, si può riscontrare una quota considerevole di ragazzi stranieri che da grandi vogliono vivere all’estero; il 59% di questi ultimi, infatti, vede la propria vita da adulti in un paese diverso dall’Italia: il 47,4% in un altro Stato estero e l’11,6% nel paese di nascita propria o dei genitori. Anche tra i ragazzi italiani originariamente stranieri, prevale nettamente la quota di coloro che dichiarano di voler vivere all’estero una volta divenuti adulti (60,1%), mentre solo meno del 40% vede il suo futuro nel nostro Paese.

“L’acquisizione di cittadinanza, dunque, è considerata un indicatore di integrazione, ma essa non implica in automatico la volontà di stabilirsi definitivamente su un territorio; e questo è ancora più vero per coloro che l’acquisiscono in giovanissima età”, commenta la Fondazione Migrantes.
Dall’indagine condotta dall’Istat nel 2021, inoltre, emerge che anche per gli studenti di origine italiana un’elevata propensione a vedere la propria vita futura all’estero. “Evidentemente, siamo di fronte in generale a generazioni cosmopolite, di cui i ragazzi con background migratorio, stranieri o italiani per acquisizione, rappresentano la punta avanzata. Bisogna poi considerare che l’Europa è un continente vasto formato da Stati con caratteristiche differenti; molteplici sono di conseguenza anche le possibilità occupazionali e formative disponibili; i network migratori, inoltre, ormai hanno caratteristiche strutturalmente transnazionali”.
L’acquisto della cittadinanza, in conclusione, oltre a consentire la piena partecipazione alla vita pubblica del paese in cui la si ottiene, garantisce anche la stessa libertà di movimento degli autoctoni: un’opportunità particolarmente interessante proprio per le generazioni più giovani.

Il mondo delle pensioni in transizione: i mutamenti di un’Italia che cambia

Per quanto concerne le pensioni pagate all’estero, il 2021 è stato un anno fortemente penalizzato dagli effetti della pandemia, in quanto sono aumentate sensibilmente le pensioni eliminate. Questa tendenza è stata riscontrata anche nelle pensioni pagate in Italia, seppure in misura più contenuta, in quanto l’età media dei pensionati negli altri paesi, come Canada, Stati Uniti e alcuni dell’America meridionale, è molto alta. Così, mentre in Italia nel triennio 2019-2021 l’incremento delle pensioni eliminate è stato pari all’8,2%, nel medesimo arco temporale l’incremento di quelle in pagamento all’estero è stato pari al 45,1%.
“Il mondo pensioni, rispetto ai fenomeni migratori, riflette a pieno la fase di transizione che stiamo vivendo: cominciano, infatti, ad essere sempre più numerose le pensioni pagate ai nuovi migranti, che in molti casi si trovano in paesi nuovi e hanno caratteristiche diverse”, si segnala. Il dato europeo, che ci riguarda più da vicino, è cresciuto e, rispetto al 2020, nel 2021 è salito dell’1,5%. Ma quello più interessante riguarda la forte crescita delle pensioni pagate in America centrale, in Asia e in Africa (rispettivamente +48%, +33% e +26%), determinata, da un lato, dal rientro degli immigrati in Italia che, dopo aver conseguito diritto a pensione, decidono di tornare nel proprio paese d’origine, dall’altro da chi sceglie di mettere a disposizione le sue abilità, conoscenze e competenze, acquisite nel nostro Paese, in nuovi mercati del lavoro, salvo poi decidere di rimanervi perché nel frattempo si sono integrati laddove si sono trasferiti. In queste aree continentali, i numeri, sia come trend quinquennale, sia rispetto al solo 2020, sono tutti in aumento.

Al contrario, si riscontra, anche per quest’anno, un forte decremento del numero di pensioni pagate in America meridionale e in Oceania. Nella prima, rispetto al 2020, il numero delle pensioni Inps è sceso di circa il 7%, in Oceania del 3% e in America settentrionale del 5%. Nei paesi di queste aree continentali l’età, come detto, è molto elevata: in America meridionale, in Oceania e in America settentrionale gli ultraottantenni sono rispettivamente il 75%, il 67% e il 65%. Risulta evidente che proprio qui la pandemia ha inciso più pesantemente.
A fronte di una riduzione quinquennale del numero delle pensioni pagate all’estero, pari al -10%, gli importi corrisposti crescono del 22,9%. Questa divergenza scaturisce dall’aumento del numero di pensioni dirette (quindi con importi maggiori) nelle aree di “nuova” destinazione, nonché in Europa, mentre in quelle che rappresentano le “vecchie” mete di emigrazione, dove sono più numerose le pensioni ai superstiti, il trend si conferma negativo. Diverso è anche il “peso”, in ogni area continentale tra numeri e importi totali. In Europa, il cui numero di pensioni incide per il 56,1%, è erogato quasi il 63,8% dell’intero importo pagato all’estero.

In America settentrionale, dove vengono pagate quasi il 22,8% del totale delle pensioni all’estero, gli importi totali pagati rappresentano solo l’11,2% del totale. L’incidenza degli importi pagati in Africa (6,1%) è più elevata rispetto a quanto viene corrisposto in Oceania (5,5%) che, al contrario, vanta numeri ben superiori (35.092 pensioni contro le 3.930 pensioni in Africa). Similmente, per il continente asiatico, in cui vengono pagate 1.957 pensioni (lo 0,6% del totale), l’onere incide per il 2,2% sul totale.
“Nelle nazioni che in passato hanno rappresentato le mete di milioni di italiani, le comunità dei pensionati italiani registrano un trend fortemente in decremento, mentre esistono nuove mete caratterizzate da una forte crescita”. Tra queste, l’Ucraina, la Romania e il Portogallo registrano, in valori assoluti, l’incremento più consistente (rispettivamente +3.680, +3.391 e +2.561), mentre in termini percentuali, oltre che in questi paesi, si riscontra un importante incremento in Moldavia, in Portorico e in Tunisia.
Nazioni come il Portogallo e la Tunisia, ma anche la Spagna, hanno avuto un’escalation negli ultimi anni essendo diventate mete attrattive per motivi economico-finanziari per i pensionati che cercano luoghi che consentano loro di poter beneficiare delle agevolazioni fiscali e del costo della vita più basso. La Germania, invece, continua ad essere il paese con il maggior numero di pensionati Inps, mantenendo, tra l’altro, un andamento positivo nel quinquennio.
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