22 agosto 2014 ore: 10:44
Società

La "non-scuola" del teatro delle Albe: non spettatori e maestri, ma testimoni e guide

Il “teatro di carne” al centro dell’esperienza ravennate fondata 31 anni fa da Martinelli e Montanari. Il 13 settembre a Spoleto teatro, musica e sociale si incontrano: tavola rotonda sull’azzardopatia prima dello spettacolo
Giampiero Corelli Marco Martinelli

Marco Martinelli - Foto di Giampiero Corelli

ROMA - E’ “visione” la parola che più ricorre quando si parla con Marco Martinelli, autore e regista del dittico contemporaneo di teatro musicale “Il giocatore” e “Canzone dei luoghi comuni” sui temi opposti dell’azzardopatia e della relazione umana. E visioni ricorrono nel libro che celebra i 30 anni del teatro delle Albe da lui fondato insieme a Ermanna Montanari, “Primavera eretica. Scritti e interviste: 1983-2013”, una pubblicazione che è un viaggio appassionante dentro quel teatro che “non è un teatro di risposte: chi è in scena non ha soluzioni da offrire, bensì ferite da esibire, infezioni che riguardano la psiche e la polis”. Un “teatro di carne”: “Ferisce il cervello di chi guarda esibendo un corpo ferito, che desidera altro e altrove, un corpo sanguinante… Se non traduciamo, sulla scena – scrivono Martinelli e Montanari - tutto l’orrore e la gioia che proviamo nel vivere, se non incarniamo il teatro, non ci rimane che un po’ di tecnica, e un modo superficiale per fare scorrere il tempo, a noi e agli altri”.

Marco Martinelli - Foto di Giampiero Corelli

La filosofia delle Albe è sempre incentrata sull’apertura all’altro: “Se non c’è un tu a cui riferirsi non c’è teatro, non scatta la visione”. Ed ecco l’Africa, incontrata a metà degli anni Ottanta sulle spiagge romagnole. “Cominciavano ad arrivare in massa i ragazzi africani, conoscendoli ci siamo accorti che molti di loro erano dei ‘griot’, narratori e musicisti della tradizione africana. “Mandiaye, per esempio, era un narratore di storie uniche. Aveva recuperato le sue radici, innovando. Noi siamo andati nel suo villaggio, è stato un continuo scambio di saperi e tradizioni. Era con noi alle Albe dal 1989 ma negli ultimi tempi stava spesso in Senegal, dove aveva fondato una Casa del teatro”.

box Una delle esperienze che segnano il percorso del teatro delle Albe è la “non scuola”. Dopo diversi incontri nei licei, “tutto ha origine a Ravenna, nel 1991 – racconta Martinelli -, eravamo in 200 allo Sferisterio tra bambini e adolescenti per un gioco teatrale”. Nella non-scuola si sperimenta “l’arte dello stare insieme, oggi da riapprendere. Oggi la persona è una monade, un finto-felice, oggi c’è da consumare. Il teatro fa apprendere come liberare la propria vita”. Non ci sono spettatori, nei laboratori della non-scuola, ma “testimoni”. Non ci sono maestri, ma guide, la non-scuola non fa selezioni ma accoglie. “Si va a sudare, a giocare insieme”. Dopo un critica dura ai modelli educativi indotti dalla televisione degli ultimi 20 anni, “colei che fa gli italiani”, Martinelli spiega che la non-scuola prova a disfarli, i piccoli italiani, ad ascoltarli nel profondo, a suggerirgli altro”. Solo uno è il dogma: “Si possono strapazzare Aristofane e Brecht, ma quello che deve emergere dal lavoro scenico è la vita degli adolescenti, i contrasti dissonanti che alimentano la psiche, le nevrosi luminose, la lava incandescente che si nasconde agli insegnanti e ai genitori. In una parola l’energia, che deve a sua volta guidare le guide”. Non ci sono provini, i ragazzi vanno tutti in scena se si impegnano, non si scelgono i più bravi. I moduli variano e anche le tecniche: “Non esiste la Tecnica in assoluto, ma solo modi diversi di servire le visioni”. E c’è anche l’Abbecedario della non-scuola, come lo ha ribattezzato Goffredo Fofi quando lo ha pubblicato sulla rivista “Lo Straniero”, un percorso ereticamente ragionato in 21 lettere da “asinità” a “zucca”.

“In tutto il mondo teatro e adolescenti si parlano” sottolinea Martinelli. Anche Alessandro Argnani, il giovane protagonista del Giocatore, l’opera sulla dipendenza dal gioco d’azzardo che debutta il 12 settembre a Spoleto, proviene dall’esperienza della non – scuola. “Dopo Ravenna, la non scuola l’abbiamo sperimentata negli Stati Uniti, in Belgio, in Francia, in Senegal, a Mazara del Vallo e a Scampia nel 2005”. In quest’ultima realtà il progetto di teatro e pedagogia “Arrevuoto”, in collaborazione con il Teatro stabile di Napoli, ha coinvolto centinaia di adolescenti: un progetto che prosegue, dopo gli anni dell’avvio e dell’impostazione di Martinelli, con direzioni teatrali collettive.

Sabato 13 settembre a Spoleto la seconda esecuzione del dittico “Il giocatore” e “Canzone dei luoghi comuni” sarà preceduta da una tavola rotonda dal titolo “Azzardo di Stato. Tra azzardopatia e costruzione del bene comune, chi vince e chi perde?” voluta e organizzata dal Lirico Sperimentale in collaborazione con Libera e altre realtà del territorio nazionale e regionale. Parteciperanno tra gli altri Marco Dotti, autore dei volumi “Slot city” e “Il calcolo dei dadi”, Maurizio Fiasco, sociologo, membro della Consulta nazionale antiusura e autore della ricerca “Il gioco d'azzardo e le sue conseguenze sulla società italiana. La presenza della criminalità nel mercato dell'alea”,esponenti di Confindustria Gioco e della sanità umbra. Coordina ilavoriDaniele Poto, giornalista, autore del dossier di Libera “Azzardopoli 2.0”. (ep)

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