15 febbraio 2020 ore: 12:40
Immigrazione

La “pacchia” di Soumaila Sacko, ucciso a San Ferdinando

di Eleonora Camilli
Un libro della giornalista Bianca Stancanelli ricostruisce la storia dell’omicidio del ragazzo del Mali. Un’inchiesta che va oltre la cronaca e racconta la storia infinita dello sfruttamento in agricoltura nelle terre di 'ndrangheta
Caporalato, braccianti agricoli immigrati
ROMA - È un pomeriggio di giugno, tre ragazzi, Soumaila, Drame e Fofana, camminano lungo le strade della campagna calabrese: sono diretti verso un capannone, vogliono prendere delle lamiere per fare una baracca. Improvvisamente uno sparo, poi un altro e un altro ancora: uno dei tre si accascia a terra, ferito alla testa da una pallottola calibro 12. Morirà poche ore dopo. Lo stesso giorno a 800 km di distanza, mentre si festeggia il 2 giugno, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini pronuncia una delle frasi più celebri della sua propaganda politica: “la pacchia è finita”. Inizia così “La pacchia” ( Zolfo editore) l’ultimo libro della giornalista  Bianca Stancanelli, già inviata di Panorama e dell’Ora, che ricostruisce la storia inedita di Soumaila Sacko, il giovane del Mali assassinato a San Ferdinando.


Soumaila Sacko Libro “Scrivo di un uomo che non esiste più, di un luogo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura” sottolinea l’autrice, che con il suo inconfondibile stile da giornalista d’inchiesta  rimette in fila i pezzi della storia del giovane, arrivato in Italia quando era poco più che un ragazzino. Spulcia le carte, legge i documenti, cerca (non senza difficoltà) le tracce di tutti i suoi passaggi nel nostro paese: ci racconta della sua fuga dal Mali, della Libia, dello sbarco a Taranto il 9 giugno del 2014, dopo essere stato salvato da una nave militare dell’allora operazione Mare Nostrum. Ci parla del suo sogno, mai realizzato, di poter giocare un giorno nella squadra di calcio del San Ferdinando.  E ci restituite, pagina dopo pagina un altro Soumaila, diverso dal ragazzo dallo sguardo spaventato che le foto di cronaca ci hanno mostrato. Lo vediamo col viso tondo e i capelli rasati, sorridere ottimista verso l’obiettivo nella foto per il badge 172 del centro di accoglienza dove sarà accolto la prima volta. Ne conosciamo il carattere schivo e orgoglioso, scopriamo l’indisponenza verso le troupe dei giornalisti che a cadenza regolare vanno nel ghetto per raccontare “gli invisibili” delle campagne. Capiamo ancora meglio perché in quel suo ultimo giorno di vita si reca a cercare lamiere per una baracca che a lui non serve, ma che può migliorare la vita nel ghetto di qualcun altro: la sua gentilezza, la forza del rapporto con gli amici e i compagni di viaggio che sono ormai la sua famiglia. Tanto che sarà poi Drame a cercare di salvargli la vita a ogni costo, anche andando a chiedere aiuto all’uomo che ha visto sparargli addosso. Quell’uomo seduto tranquillo nella sua rimessa, col fucile in mano, che poi con lo stesso coraggio la stessa notte denuncerà ai carabinieri.

Stancanelli ricorda il ruolo fondamentale del linguaggio nella narrazione di questa storia.  Nel primo comunicato della prefettura di Reggio Calabria Somuaila viene bollato come un “ladro”, che è entrato in una proprietà privata ed è stato ucciso da ignoti. E’ un “nivuru” (nero) come tanti, la sua vicenda è destinata a finire nel dimenticatoio. Se non fosse ancora una volta per Drame, che cambia il tono e il copione della storia, chiamando in causa Aboubakar Soumahoro, sociologo e dirigente di Usb. Da bravo sindacalista Soumahoro trova le parole giuste: “era uno di noi, iscritto al sindacato, si batteva per i diritti di tutti” sottolinea. La sua morte diventa in poco tempo  il simbolo della condizione di quei ragazzi (molti dei quali con regolare permesso di soggiorno) sfruttati nella campagne del Sud. E che si riuniscono in corteo per chiedere diritti, dignità e rispetto. Un moto di indignazione che avrà eco nazionale e e che costringerà il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a rivolgere un pensiero a Soumaila Sacko nel suo discorso al Senato per ottenere la fiducia. Ma la forza del libro sta nell’andare oltre la cronaca, nel raccontare insieme ai pezzi di vita di Soumaila Sacko la storia senza fine dello  sfruttamento in agricoltura, in quelle terre di ‘ndrangheta. La “pacchia” delle giornate nei campi , dove “ai bianchi va il reddito senza fatica, ai neri la fatica senza reddito”. Una storia vecchia, nota, ultradecennale. Un fenomeno raccontato da tante inchieste giornalistiche e su cui ad ogni morte annunciata si accendono i riflettori senza che la politica si decida a fare realmente luce.

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