11 aprile 2018 ore: 12:03
Giustizia

La riforma dell’ordinamento penitenziario rischia il naufragio. "Grave errore"

La conferenza dei capigruppo ha deciso di non includere la riforma dell’ordinamento penitenziario nell’ordine del giorno dei provvedimenti urgenti della Commissione speciale della Camera. Il Garante, Mauro Palma: “Negare un passaggio meramente consultivo finale denota una grande disattenzione”
Carcere - mani di detenuto dietro le sbarre SITO NUOVO

ROMA - “Io non sono mai definitivo: finché ci sono delle possibilità, vanno tutte percorse”. Esprime “vivo stupore” ma non getta la spugna il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, dopo la decisione della conferenza dei capi gruppo di non includere la riforma dell’ordinamento penitenziario nell’ordine del giorno dei provvedimenti urgenti della Commissione speciale della Camera dei Deputati: un passaggio più formale che sostanziale, perché il parere delle Camere in questa fase non è vincolante, ma che ora, senza la necessaria calendarizzazione, rischia di veder naufragare tutta la riforma.
“E’ un provvedimento importante – spiega Mauro Palma - su cui c’è stata una lunga discussione, su cui c’è stata una legge delega e ci sono state commissioni che hanno sostanzialmente ripreso e anche attenuato alcune questioni della delega: quindi il Parlamento ha avuto tutti i tempi per discuterlo”.

Lo stop potrebbe arrivare proprio sull’ultimo passaggio, quello per cui non è nemmeno richiesto un parere vincolante. “Sì – sottolinea il Garante nazionale – quest’ultimo era un mero passaggio di formalità istituzionale e non di contenuto. Quindi bloccarlo è una tecnica meramente dilatoria, sperando che così si arrivi a dei limiti di tempo per cui poi decade. Il che non mi sembra un buon avvio per un nuovo Parlamento”.
“Si tratta – ribadisce Palma - di provvedimenti a lungo discussi, per più di due anni e con un largo coinvolgimento di operatori e analisti del settore, forze intellettuali, sociali, nonché ovviamente dei membri del Parlamento della XVII legislatura che hanno approvato un testo di Legge delega fedelmente ripreso, e a volte anche in modo più restrittivo, dai decreti che attendono l’ultimo formale passaggio”.

“Negare un passaggio meramente consultivo finale che non prevede possibilità di intervento di merito – prosegue il garante nazionale - denota una grave disattenzione rispetto all’ampio mondo di coloro che attendono da tempo questo provvedimento: non si tratta soltanto delle persone in esecuzione penale, si tratta anche di giuristi, magistrati, avvocati, direttori degli Istituti, operatori penitenziari di molteplice profilo che hanno dedicato nel tempo intelligenza ed energia nel proporre le linee per una esecuzione penale corrispondente in modo chiaro alla previsione costituzionale”.

Un percorso che era iniziato con gli Stati generali sull’esecuzione penale per disegnare il nuovo volto del carcere e riconsegnare all’Italia un ruolo di primo piano nel panorama dell’esecuzione penale europea. “Negare questo passaggio – spiega Palma - significa non considerare che proprio tale processo di coinvolgimento e previsione normativa ha determinato una nuova fiducia dell’Europa che, partendo da una prospettiva di sanzione nel 2013 per condizioni detentive irrispettose della dignità della persona, è giunta a riconoscere i passi che l’Italia ha compiuto per sanare questa grave criticità. Con il rischio che si possa riaprire la questione ora che il Parlamento manda un segnale di non volontà di proseguire tale percorso”.

Ma sulla riforma, secondo il Garante, non è ancora scritta la parola fine. “Personalmente – spiega Palma - ho molto rispetto e fiducia nelle istituzioni e credo che si debba trovare il modo per correggere quanto ieri si è determinato con la non inclusione all’ordine del giorno della Camera. Ricordo, tra l’altro, che il Senato aveva dimostrato un parere favorevole a inserire la riforma nell’ordine del giorno, eppure il parere che non era stato accolto, sostanzialmente, dal Governo era proprio quello del Senato. Quindi è incredibile che la Camera, i cui dinieghi erano stati tutti accolti, sia proprio l’organo parlamentare che si frappone all’approvazione”.
“Ricordo anche – spiega il Garante nazionale - che noi abbiamo superato molti dubbi europei proprio sulla base del percorso avviato. Non vorrei che prima o poi si riaprissero”.

Il Garante si rivolge al Presidente della Camera “con il quale ha condiviso momenti di discussione proprio all’interno del Carcere di Rebibbia – si legge in una nota - nel corso dell’anno passato, affinché le forze politiche siano invitate a rivedere l’ordine del giorno della Commissione speciale e a dare la possibilità che l’ultima tappa per l’adozione del provvedimento sia compiuta”.
“Ci sono ancora delle possibilità – conclude Palma - per riparare a quello che ieri m’è sembrato essere un errore: rivedendo l’ordine del giorno o comunque, anche se si aspettano le commissioni, il nuovo governo, qualunque esso sia, potrebbe varare la riforma. Io non penso che dietro ci sia una sfiducia rispetto al nuovo governo: il nuovo governo, che otterrà la fiducia, avrà certamente, istituzionalmente tutta la fiducia anche dal Garante nazionale. E penso che, casomai in ritardo, potrà rielaborarlo, nella peggiore delle ipotesi. Ma questa è una cosa che si può chiudere anche prima”.

Il ministro Orlando telefona ai presidenti di Camera e Senato
. Intanto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha telefonato ai presidenti di Senato e Camera, Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico, a seguito della decisione della Conferenza dei Capigruppo di non assegnare il Decreto Legislativo, che riforma il sistema penitenziario, all’esame della Commissione Speciale per l'espressione del secondo parere. Orlando ha chiesto loro di riconsiderare tale decisione, consentendo alla Commissione di esprimere il parere sul testo del Decreto. “La mancata attuazione della riforma – afferma - rischierebbe di pregiudicare, infatti, gli importanti passi compiuti, che hanno determinato la chiusura del monitoraggio al quale il nostro Paese era stato sottoposto a seguito della condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2013”. (Teresa Valiani)

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