10 giugno 2022 ore: 14:29
Società

La scuola finisce, la guerra no: “Se ne parli in classe, anche il prossimo anno”

di Chiara Ludovisi
Intervista a Dario Ianes, che con le edizioni Erickson sta per pubblicare il volume “Guerra: le parole per dirla”, con Liliana Segre, Stefano Vicari, Alberto Pellai, Daniela Lucangeli, Sara Franch. Una riflessione collettiva su come parlare di guerra in casa e in classe. E come aiutare gli adulti a parlarne
Foto da Agenzia DIRE Centri estivi, bambini sul prato, minori, gioco

ROMA – La scuola è finita, la guerra continua: forse finirà – e questa è la speranza – prima che la campanella torni a suonare, ma parlarne in classe è stata e dovrà essere un'occasione educativa e di maturazione del pensiero critico. Ne è convinto Dario Ianes, che con Liliana Segre, Stefano Vicari, Alberto Pellai, Daniela Lucangeli, Sara Franch sta per pubblicare il volume “Guerra: le parole per dirla” (edizioni Erickson, in libreria dal 27 giugno): una riflessione collettiva, da parte di diversi esperti di infanzia e adolescenza su cosa dire e come dirlo, in casa come in classe, quando la guerra entra, seppur indirettamente, nelle nostre vite. Parlarne e non tacere, innanzitutto: è questa la prima raccomandazione, condivisa dai sei autori. Perché parlare di guerra, in casa come in classe, può essere una preziosa occasione di crescita.

“Nella mia trentennale opera di promozione e diffusione della memoria della Shoah ho certo incontrato migliaia di ragazze e ragazzi, sono stati i miei principali interlocutori – scrive nel primo capitolo Liliana Segre - Ho sempre cercato di stimolare giovani e adulti non solo a conoscere la Storia, ma a essere attivi protagonisti della Storia stessa, a prendersi responsabilità, a non girare mai la testa dall’altra parte, ad accogliere chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni. Solo così la Storia diventa coscienza civile. Questo il 'metodo' che ho sempre cercato di seguire e promuovere, che poi era quello dell’'I care' di Don Milani: conoscenza e memoria, ma anche interesse per l’altro, per il diverso, per chi ha bisogno e bussa alla tua porta”.

Dario Ianes, perché questo volume?
L'idea è stata di Vicari, perché con lui avevamo pubblicato, mesi fa, un libro sugli effetti della pandemia. In passato, avevo curato un volume molto interessante, su come parlare dell'Isis ai bambini, che in quel momento erano molto spaventati dal terrorismo. Avevamo coinvolto diversi autori, per dare coraggio a genitori e insegnanti, fornendo indicazioni utili per parlare ai ragazzi di questo tema complesso. Ora, la guerra in Ucraina mi è sembrato un tema da affrontare, così ho accettato la proposta e coinvolto altri autori, per fornire un piccolo aiuto nel mare delle problematicità.

Il suo capitolo è dedicato alla guerra spiegata in classe: ma se ne parlerà ancora, a settembre?
Io spero di sì. Mi auguro, certo, che la guerra sia finita, ma credo che parlare di guerra sia educativo e formativo. Quello che indichiamo nel nostro capitolo è poi un approccio valido al di là della guerra e della contingenza: è un modo, una forma mentis, per affrontare le questioni controverse, senza dividere il mondo in buoni e cattivi. Significa costruire il pensiero complesso, che distingue, che capisce, che si mette nei panni dell'altro: questo non significa relativizzare, ma arrivare pure a prendere una posizione e costruire una propria affermazione, però in modo collaborativo, rispettoso, complesso documentato. L'insegnante, affrontando questi temi, diventa modello di persona che ricerca, che al momento non sa, non ha risposte, sta nell'incertezza di non sapere, ma con la certezza di cercare. Diventa così un modello epistemologico: cerchiamo insieme, cerchiamo di capire. La scuola dovrebbe essere l'ambito in cui si impara a costruire la complessità nelle questioni. Nello straordinario volume di Edgar Morin “I sette saperi necessari all'educazione del futuro” (un volume che ha più di un secolo, ma conserva tutta la sua attualità), veniva individuato come primo sapere proprio la capacità di affrontare l'incertezza. La scuola deve trasmettere speri diversi dalle mere competenze e deve essere l'ambito in cui esercitarli, anche avendo a che fare con “schieramenti” diversi, che spesso nelle nostre classi si riproducono, anche per le differenti provenienze degli studenti. La guerra diventa allora un “pretesto” educativo e formativo, così come poteva esserlo il terrorismo, o la migrazione, o come dovrà esserlo l'emergenza climatica.

Sarà quindi opportuno che in classe, a settembre, si torni a parlare di guerra?
Sì, se ne è parlato tanto a caldo, la maggior parte degli insegnanti lo hanno fatto, in termini solidaristici ed emotivi. Ora si continui a parlarne, a freddo: quando si parla di cittadinanza, questa è la cittadinanza planetaria. L'attualità a scuola è un grande dilemma, non tutti sono d'accordo su quanto debbano essere “impermeabili” le nostre classi. Per alcuni, la scuola deve proteggere, ma io non credo che possa essere una bolla. E' certo un grande impegno, per gli insegnanti, far entrare l'attualità in classe: significa progettare attività e temi al di là della routine.

Gli insegnanti sono preparati a farlo? Come possono essere aiutati?
Questo è il tema dei temi: la formazione degli insegnanti, iniziale e continua. Si sta pensando da anni a come riformare la formazione universitaria dei docenti, prevedendo almeno un anno di studio per la comprensione del mondo dell'adolescenza e della pre-adoescenza, al di là della didattica e dell'apprendimento. Su questo, come sulla formazione continua, il nostro paese è molto indietro. Altra questione è la supervisione personale dei docenti, del carico emotivo che hanno, stando a contatto con i bambini ma soprattutto con i ragazzi: un'esperienza dura, che mette alla prova come persona e fa emergere le rigidità, le paure, le insicurezze. E poi, per avere insegnanti capaci di portare l'attualità in classe e confrontarsi con le complessità, va ovviamente rivisto il sistema di reclutamento, che in Italia è semplicemente folle: il reclutamento, per essere fatto bene, deve essere fatto a livello locale, su piccoli numeri, selezionando e valorizzando anche gli incaricati della valutazione. Oggi, nei nostri maxi-concorsi, ci sono candidati molto più preparati dei commissari. E arrivano nella scuola persone che non sanno neanche cosa sia, la scuola. Una carenza grave, soprattutto per una scuola che vorrebbe essere inclusiva e capace di accogliere anche studenti con disabilità. E' su questo che dobbiamo lavorare, fin d'ora, perché la nostra scuola sia all'altezza delle complessità con cui abbiamo tutti il diritto e il dovere di misurarci.

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