9 dicembre 2020 ore: 10:00
Giustizia

Carcere, l’“impresa accademica” di Claudio Conte: dopo la laurea il dottorato

di Ambra Notari
Dopo una laurea in giurisprudenza con lode e menzione accademica, dalla sezione Alta Sicurezza 1 della Casa circondariale di Parma, Conte è stato ammesso al Dottorato in Politica, società e cultura. Franca Garreffa (docente): “Istruzione e conoscenza argine alla criminalità” 

Foto da Caritasambrosiana.it carcere filo spinato

PARMA – "Claudio è un Dottore in Giurisprudenza detenuto ormai da 31 anni nella sezione Alta Sicurezza della Casa circondariale di Parma. In verità, se calcoliamo indulti e liberazione anticipata, ha già 41 anni di pena espiata, poiché è stato arrestato la prima volta a 19 anni per pochi mesi e poi di nuovo all’età di 22 anni”. Autore di scritti, blog, libri e contributi scientifici, dal 27 novembre è ufficialmente iscritto al primo anno del Dottorato in Politica, società e cultura, dopo aver superato brillantemente una prova scritta e un esame orale. A raccontarci la sua storia è Franca Garreffa, docente di Sociologia della devianza dell’Università della Calabria e membro del Collegio docenti del dottorato di Claudio Conte. “Dal 2010 insieme a un gruppo di colleghi dell’allora Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica, abbiamo iniziato un percorso di accompagnamento allo studio universitario di due detenuti ristretti nella sezione Alta Sicurezza del carcere di Rossano. Questa esperienza si è poi istituzionalizzata nel 2018 con la nascita del Polo Universitario Penitenziario, il Pup, e oggi sono 30 gli studenti afferenti al Polo penitenziario dell’Università della Calabria, sede del Dottorato cui ha partecipato anche Claudio Conte”.

Qual è l’argomento del progetto di ricerca di Conte?
Il diritto allo studio, con particolare riferimento all’ambito universitario e a quello penitenziario, la necessità di un processo di formazione e di educazione continua degli adulti, partendo dai processi di autoconsapevolezza e partecipazione democratica, individuale e collettiva, che lo studio è capace di implementare. In sostanza, si indagherà sull’effettività del diritto allo studio in carcere e i possibili interventi migliorativi dell’istituzione universitaria, quale ‘organo costituzionale’, attraverso la creazione dei Pup – i Poli universitari penitenziari – a tutela della dignità e dello sviluppo della persona detenuta.

Come si è preparato Conte a questo traguardo?
Claudio si è preparato a questa ‘impresa accademica’, come lui stesso l’ha definita, studiando durante i mesi di emergenza sanitaria, in condizioni non agevoli anche a causa del caldo estivo e avendo accettato di dividere la cella con un compagno per liberare una camera necessaria all’isolamento sanitario. Soltanto adesso è riuscito a recuperare l’agibilità di una stanza da solo; i tempi e lo spazio per le attività di studio, segnate dai ritmi penitenziari, sono comunque estremamente minimali in carcere e hanno subito un ulteriore restringimento da marzo.

Come vi siete conosciuti?
Inizialmente attraverso i suoi scritti. Poi, qualche anno fa, grazie a Carla Chiappini, direttore di Sosta Forzata nonché responsabile insieme a Ornella Favero della Redazione Ristretti Orizzonti nel carcere di Parma, con la quale collaboro da tanti anni in varie attività, sono stata invitata nel carcere di Parma per una relazione sul Mezzogiorno, nell’ambito del dibattito sull’ergastolo e sulla sua variante del Fine Pena Mai. Di quella giornata ricordo i complimenti dell’allora direttore del carcere di via Burla, Carlo Berdini, a Claudio Conte. Gli disse: ‘Lei Conte è un grande costituzionalista, ne sa più di me’.

Qual è stato il percorso di studi di Conte?
Quando ha iniziata la detenzione si è interrotto il suo percorso delle scuole medie superiori, ha conseguito il diploma in carcere. Poi nel 2016 ha conseguito all’Università Magna Graecia di Catanzaro la laurea in Giurisprudenza con una tesi sull’ergastolo ostativo che gli è valsa una menzione accademica e dignità di pubblicazione nonché un premio come migliore tesi di quell’anno.

Quanto è stato stra-ordinario, nel senso di fuori dall’ordinario il suo percorso di istruzione?
Ritengo sia straordinario il percorso di tutti coloro che conseguono un diploma e la laurea in carcere: ce lo ha raccontato anche Elton Kalica, cittadino albanese laureato presso il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Padova e che ha conseguito poi il Dottorato di ricerca in Scienze Sociali da libero, dopo aver scontato nel nostro Paese più di un decennio di detenzione. Nel 2019, in occasione di un incontro, Kalica sottolineò che, come lui, sono molti i condannati che, una volta entrati in carcere, si sono laureati acquisendo gli strumenti scientifici necessari per condurre in prima persona studi etnografici, sviluppando ricerche di criminologia critica svolte in carcere e pubblicando i risultati in articoli accademici. Quanto a noi, è in corso di pubblicazione un articolo che abbiamo scritto insieme sulla riforma introdotta dal Codice rosso tra dubbi e carcere.

È raro che un detenuto venga ammesso a un dottorato?
Intanto è stata rara fino ad oggi l’opportunità per persone detenute di accedere a un Dottorato. A memoria ricordo solo un altro caso, nel 2017. Fu un detenuto nel carcere di Rebibbia a conseguire dopo 22 anni di carcere il Dottorato di ricerca in Sociologia e Scienze applicate, attivato dall’Università di Roma ‘La Sapienza’. Altri Atenei, solo di recente iniziano a immaginare percorsi così difficili già nell’espletazione di un Bando a evidenza pubblica che includa anche persone private della libertà personale le quali non hanno accesso neppure all’informazione. Dalla mia esperienza ho potuto registrare una grande apertura da parte del mondo accademico e penitenziario, ma anche la persistenza di notevoli pregiudizi che ancora resistono rispetto alla possibilità che un percorso di studio e di ricerca così elevato sia percorribile anche da persone così marginali poiché non autonome, private delle condizioni minimali per gestire da sole una candidatura.

Come vive, Conte, la sua situazione attuale?
Il linguaggio penitenziario usa definizioni per le quali è difficile riconoscervi Claudio, ergastolano ostativo detenuto in Alta Sicurezza1, qualificazioni che se rimaneggiate dalla società restituiscono un’immagine ancora più deformata dell’identità di molte persone detenute. L’istruzione e la cultura gli sono servite per mostrarsi nel modo in cui lui si vede e percepisce ormai da più di un decennio. Claudio non si sente per nulla a suo agio rispetto alle descrizioni approssimative che vengono fatte nelle relazioni dei percorsi di rieducazione penitenziaria. Cosa pensa e cosa prova questa persona per un passato che lui per primo non potrà cancellare non viene mai messo a tema. Chi ha avuto la curiosità e la volontà di conoscerlo è riuscito a comprendere che il contesto nel quale vive ed è immerso stride con la sua nuova identità di studioso. Per questo il mio auspicio è che per lui termini al più presto questo esilio dalla normalità, perché credo che il suo percorso di abiura, revisione, ravvedimento, chiamiamolo come vogliamo, sia già evocativo di quanto meriti libertà e dignità.

I suoi familiari sono orgogliosi di lui?
Tantissimo. I genitori, le sorelle, il fratello, i cognati, le nipoti, gli zii, il suo amato nonno. Claudio ha questa fortuna rispetto a tante persone nella sua condizione: una famiglia sana, sempre presente e parecchio accudente. Anche lui ama profondamente i suoi familiari, sente il peso della condanna che ha inflitto loro. D’altronde, un uomo che dopo aver superato da troppo tempo i 26 anni di detenzione riesce ancora a resistere e superare il trentunesimo anno da recluso, la forza può trovarla solo nell’amore delle persone che ogni giorno gli rinnovano fiducia e stima. Anche io, naturalmente, provo molta ammirazione per lui: è un ottimo consigliere quando gli racconto di mio figlio, ha imparato a gestire rabbia e paure – è claustrofobico e vivendo in una cella da trentuno anni è facile capire che livello di autocontrollo abbia raggiunto –, è sempre disponibile e molto generoso, aiuta nello studio non solo i compagni detenuti, ma anche gli studenti che entrano in carcere. È un suo personale modo di rimediare facendo del bene alla comunità esterna e a quella che fa parte della sua comunità carceraria. Altro pregio sono i trucchi e gli ingredienti segreti delle sue ricette pugliesi per realizzare pane, focacce, che svela alle persone cui vuole bene.

Nel caso di Claudio Conte possiamo dire che la pena è stata rieducativa?
Vorrei poter dire che il suo arresto e il carcere hanno interrotto quella che poteva divenire una ‘carriera’ criminale. Ma i fatti smentiscono, a mio giudizio non insindacabile, questa possibile ipotesi. L’allontanamento di Claudio dalla cultura criminale e antistatale appresa nel suo luogo di origine è avvenuto grazie all’istruzione, alla conoscenza della Costituzione e grazie alle varie possibilità di confronto che ha avuto con varie persone durante la sua lunga detenzione. Ha incrociato solo nel contesto carcerario opportunità di accrescimento culturale e persone come Fiammetta Borsellino e Agnese Moro. Ma tutte queste opportunità avrebbe dovuto averle ben prima di entrare carcere. Eppure, ci sono persone che anche nella società esterna vengono private degli strumenti e delle opportunità per vivere appieno il diritto alla conoscenza e all’istruzione perché, soltanto per una pura casualità, nascono nelle regioni del Sud anziché altrove. La prima volta che Claudio viene arrestato ha 19 anni ed è il contatto con questa istituzione così patogena, il carcere, a far crescere in lui quel senso di ribellione che lo porterà a scegliere di associarsi a persone dedite al crimine. Claudio sicuramente ha scelto volontariamente questa strada e per questo motivo trascorrerà ben dodici anni dei trentuno di pena espiata al 41 bis perché giudicato boss della Scu, la Sacra Corona Unita. Un diciannovenne privo di istruzione, tuttavia, non possiede una personalità così matura per operare con lucida consapevolezza dentro un contesto di criminalità organizzata. Le opportunità che Claudio ha avuto in carcere avrebbe dovuto incontrarle sulla sua strada di adolescente nato e cresciuto a Copertino. Se fosse stato affidato a servizi sociali competenti e idonei a recuperare non solo a parole persone che necessitano di interventi e percorsi che contrastino efficacemente ricadute nel crimine, oggi la su biografia non sarebbe segnata da questa orribile condanna al fine pena mai.

Come vede, oggi, il sistema penitenziario?
Come un sistema che vive con la precisa volontà di pareggiare i conti e vendicarsi per il danno occorso alle vittime e alla collettività. Un sistema che ha prodotto odio, dolore, vendetta, recidiva, un sistema che ha calpestato la dignità delle persone che dichiara di rieducare e che non ammette confronti e nessuna ammissione di colpa; un luogo deputato a peggiorare le persone che vi entrano, sia per espiare una pena che per esercitare una professione. Non è una critica a questo o quel carcere, anzi mi sento solidale con la maggior parte delle persone che lavorano in questi luoghi perché ho avuto la fortuna di conoscere e costruire rapporti di grande collaborazione con direttori, polizia penitenziaria, area educativa, psicologi e sanitari. Certo che di professionisti che non svolgono nella pienezza del loro mandato la professione penitenziaria, che abusano del loro potere e non esitano a esercitare violenza ce ne sono tanti. Sono convinta che anche loro siano vittime di un sistema che ha mostrato ormai tutta la sua inefficacia e financo nocività. È sufficiente guardare ai tassi di suicidio tra i detenuti e il personale di polizia penitenziaria e confrontarli con il numero di suicidi della società esterna.

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