4 ottobre 2013 ore: 16:13
Immigrazione

Lampedusa. Docente eritreo in Italia: “Fuggono perché non hanno altra scelta”

La testimonianza di Gabriel Tzeggai, urbanista all’università di Sassari: “Non sono persone in cerca di un posto dove poter vivere meglio economicamente, ma ragazzi che sanno di rischiare la vita ma in patria non hanno nessuna prospettiva di futuro”
Due immigrati eritrei protetti da coperta

ROMA – “Non sono persone in cerca di un posto dove poter vivere meglio economicamente, ma migranti che scappano perché non hanno scelta, ragazzi che sanno di rischiare la vita ma in patria non hanno nessuna prospettiva di futuro”. Gabriel Tzeggai, urbanista eritreo, dal 2006 ha lasciato il suo paese d’origine dopo aver combattuto nel Fronte di liberazione nazionale. Da due anni vive e lavora in Italia, presso il Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) di Sassari. E oggi, nel giorno del dolore per la tragedia sulle coste di Lampedusa, che ha visto coinvolti molti dei suoi connazionali, prova a spiegare i motivi che spingono i giovani eritrei a fuggire da un paese dove mancano i diritti fondamentali. “In Eritrea i giovani sono costretti al servizio militare proclamato per legge che dura 18 mesi, ma può diventare anche senza limiti, ci sono ragazzi al servizio militare dal 1997, -afferma -. Si tratta di un servizio militare che ha la forma di una schiavitù: queste persone non possono muoversi dal paese,  non hanno una vita regolare, non hanno stipendio, se non una paga misera e nessuna prospettiva futuro. Per questo che c’è chi cerca di sfuggire al controllo, chi diserta. Lo fanno pur sapendo che se scoperti saranno arrestati e torturati. Per chi viene trovato al confine c’è addirittura la fucilazione immediata, ma nonostante questo provano ad andare via perché non hanno altra scelta”.

Per Tzeggai non si può guardare a quello che è accaduto ieri in Sicilia senza capire qual è la situazione politica nei paesi da cui molti migranti scappano. “ Noi abbiamo combattuto  per l’indipendenza in Eritrea e per le libertà che ci mancavano: dalla libertà di parola alla possibilità di vivere in pace, nel paese i diritti di essere umano non esistevano. Per questo tutta una generazione ha lottato per 30 anni –racconta -. Ma tutto questo è stato tradito dalla  dittatura che oggi è sistematica, organizzata e dunque più grave”. Chi cerca una via d’uscita, dunque, lo fa per garantirsi una speranza di vita, la possibilità di una famiglia e di un futuro dignitoso. Un tema che dovrebbe essere affrontato non solo dopo l’ennesimo naufragio.

“Quella di ieri è una tragedia che rattrista profondamente, ma di questi temi non si può parlare solo quando ci sono i morti – aggiunge -  sono questioni che devono essere affrontate seriamente, e che non sono solo sulle spalle dell’Europa ma di tutti. Noto che a tutti i livelli politici e sociali si tenta di risolvere il problema cercando di tenere alla larga i migranti e rafforzando i controlli alle frontiere. Ma non si può fare la grande muraglia: è un problema che va affrontato alla radice. L’ Europa deve valicare i confini di una mentalità ristretta. E cercare di capire le storie che accomunano questi ragazzi che vanno incontro alla morte pur di lasciare il proprio paese”. (ec)  

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