14 aprile 2017 ore: 14:36
Immigrazione

Le bambole di Amina che raccontano le storie delle madri rimaste in Siria

Cucite in un campo profughi del Libano grazie a un progetto di Unhcr, ogni bambola creata dalla famiglia Mousailli e da 80 donne rifugiate siriane nei campi profughi libanesi, racconta la storia e i sogni di una donna rimasta nella Siria devastata dalle bombe. Ognuna di esse porta un messaggio: “Proteggo il futuro dei miei figli”
Le bambole di Amina

BOLOGNA - A Beirut, all’interno di uno degli innumerevoli piccoli edifici del campo profughi Shatila – quello che da anni accoglie i profughi palestinesi ma che, dal 2001, ospita anche migliaia di siriani –, Amina, una rifugiata siriana di 56 anni, ricama meticolosamente delle squame su una pezza di cotone che diventerà una bambola. “Sto disegnando un pesce. Racconta la storia di una famiglia siriana che sognava di viaggiare. Aveva una figlia che, però, all’idea era terrorizzata: aveva paura di cadere in acqua e di essere mangiata dai pesci”.

Nell’aprile dello scorso anno, la famiglia Mousailli – padre libanese, madre siriana e due figlie, Marianne e Melina – ha deciso di raccontare al mondo i sogni delle madri siriane che resistono ad Aleppo. Con la collaborazione dei loro parenti rimasti in patria, raccolgono le storie di queste donne, le trasformano in disegni e, infine, le ricamano sulle bambole di cotone. “Ogni bambola porta il nome della persona protagonista della storia – racconta Marianne –. Questa, per esempio, è Adreyeh. Viene da Aleppo: suo figlio Hassan vorrebbe ricostruire la loro casa nel loro villaggio. E noi abbiamo cucito la casa dei loro sogni sulla bambolina”.

Il progetto, supportato da Unhcr, si chiama “The Ana Collection”: in arabo, “Ana” significa “me” e cerca di raccontare, attraverso l’arte, il dolore dei siriani rimasti in uno Stato devastato dalla guerra. “Oggi quando si parla di Siria lo si fa solo per parlare di guerra – continua Marianne –. Troppo spesso ci dimentichiamo che ci sono persone che vivono ancora là. Noi vogliamo dar loro voce: a forza di parlare di guerra, nessuno riesce più a vedere gli individui”. Due le collezioni già realizzate: “From Inside Aleppo” (“Dal cuore di Aleppo”) e “The Holiday Collection” (“La collezione delle Feste”), in cui i bambini di Aleppo esprimono i loro desideri per Natale. Ne sta per partire una terza: “Stories from the Bekaa” (“Storie da Bekaa”), che racconterà le storie dei rifugiati del campo profughi libanese nella valle della Bekaa. “Oggi il Libano accoglie oltre un milione di rifugiati, registrati, siriani – sottolinea l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati –, grossomodo un quinto della sua popolazione. Questo significa che, in tutto il mondo, il piccolo Stato mediorientale accoglie, in proporzione, la più alta quota di profughi”.

“Molte persone comprano le nostre bambole per i loro figli – spiega Marianne –. Quando un bambino riceve una bambola che si chiama Hamida, il genitore gli spiegherà che Hamida ha la sua stessa età, e sogna di fare ritorno a casa e giocare con i suoi amici. Il piccolo si sentirà direttamente coinvolto”. Il progetto non solo ha acceso i riflettori su alcune delle vittime siriane dimenticate in questi ultimi 6 anni, ma ha anche contribuito a creare un circolo virtuoso: “Le persone sanno che se compreranno la bambola Salma aiuteranno la vera Salma che vive in Siria, perché i soldi che spenderanno andranno a lei”. Il prezzo di una bambola varia dai 25 ai 65 dollari, a seconda delle dimensioni e il ricavato, come detto, in parte va alle donne e ai bambini dietro le storie, in parte serve a coprire le spese di produzione e i compensi per le 80 ricamatrici che vivono nei campi profughi in Libano. Molte rifugiate siriane, come Amina, grazie a questo progetto di Unhcr hanno implementato le loro competenze e lo loro autoconsapevolezza: “Questo è un bel mestiere – conferma Amina –: anche mia cognata e mia nipote hanno cominciato a ricamare”.

Dall’inizio del progetto oltre 1.500 bambole portavoce di 48 storie sono state vendute in moltissimi Stati, tra cui Libano, Kuwait, Francia e Australia. Ogni bambola ha un’etichetta con un messaggio che riassume il senso del progetto, che Marianne esprime a nome di tutte le madri siriane: “Proteggo i sogni dei miei figli”. (Ambra Notari)

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