7 maggio 2014 ore: 12:11
Immigrazione

Libia senza stato e senza esercito: così aumenta il traffico dei migranti

L’analisi. Mentre si spera sulle iniziative del nuovo premier Maiteeq, regna il caos politico ed economico. E anche i libici che si erano dati al traffico di benzina, oggi tornano a quello dei migranti, più rischioso ma più redditizio. Ma è difficile dire quanti sono pronti a partire
Antonio Zambardino/Contrasto Immigrazione, gruppo di profughi al confine tra libia e tunisia

di Nancy Porsia
Sono in migliaia i migranti accovacciati lungo le principali rotatorie delle città libiche. Nella capitale Tripoli basta fare un salto nel quartiere Fashloum o Gourjiy per scorgere decine di uomini dei paesi dell’Africa centrale, della Tunisia, dell’Egitto, ma anche richiedenti asilo provenienti dalla Somalia, dal Sudan, dall’Eritrea e dalla Siria. Ferri del mestiere in bella mostra sul marciapiede per qualificarsi come muratori o come elettricisti. Stessa scena nella città orientale di Bengasi, nelle città-stato di Zintan e Misurata ma anche nella città berbera di Zwara, il principale hub del traffico dei migranti e dei rifugiati in Libia.

Alcuni per mesi, altri per anni, restano incastrati in questo limbo di terra con un obiettivo preciso: racimolare il denaro per imbarcarsi attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Non di rado capita anche che un transito per la Libia di pochi giorni duri anni, al ritmo cadenzato di furti del passaporto e rapimenti ai fini d’estorsione. Distinguere poi un rapimento per mano di miliziani da un arresto da parte delle forze di sicurezza per ingresso illegale nel paese resta complesso, così come distinguere i centri di detenzione controllati dal governo da quelli illegali gestiti dalle milizie locali. La commistione o connivenza tra forze di sicurezza delle frontiere con bande di trafficanti si alimenta delle dinamiche claniche, esasperate dal grande ritardo delle istituzioni libiche nel rimpiazzare la Repubblica socialista dell’ex raìs con uno stato forte post-rivoluzionario.

Foto di A. Zambardino/Contrasto

Nonostante le elezioni parlamentari del luglio del 2012 abbiano fatto segnare un punto a favore dello spirito democratico della popolazione libica, i funesti avvenimenti che si sono succeduti nel paese a partire dall’attacco contro la missione diplomatica statunitense a Bengasi nel settembre successivo, in cui sono rimasti uccisi l’ambasciatore americano Chris Stevens e altri tre uomini dello staff, hanno gettato il paese in una spirale di violenza. La rinascita del fondamentalismo islamico e le faide tribali, alimentate dalla massiccia quantità di armi lasciata in eredità dal regime di Gheddafi, tengono sotto scacco il debole governo centrale.

Senza stato e senza esercito, la Libia brancola nel buio, dove prosperano invece milizie di ogni colore e sigla. L’elezione travagliata del nuovo primo ministro, Ahmed Maiteeq, di domenica scorsa pare sia l’ennesimo tentativo disperato del Parlamento di consegnare al paese un volto nuovo in grado di far convergere le anime disparate non solo della rivoluzione del 17 Febbraio ma anche i gheddafiani sopiti che oggi tornano allo scoperto, forti del malcontento popolare.

Insediatosi all’indomani di un’incursione armata nel palazzo del Congresso di miliziani di schieramento opposto per bloccare le procedure di voto, e tra ricorsi per illegittimità presentati da esponenti di blocchi parlamentari a lui avversi, martedì Maiteeq ha lanciato la campagna “accordo nazionale” che prevede la formazione di un governo di crisi e un piano di decentralizzazione governativo, facendo segnare una svolta nella retorica e, dunque, nella strategia di Tripoli nei negoziati con i federalisti della regione orientale della Cirenaica, che da circa un anno bloccano i terminal petroliferi della regione mettendo in ginocchio l’economia nazionale. Il governo dell’ex premier Ali Zeidan ha perso la sua battaglia proprio nel braccio di ferro con i federalisti lo scorso marzo. I federalisti, oltre a spostare masse di consenso, sarebbero anche l’unico alleato del governo centrale nella lotta contro i fondamentalisti islamici, che ad est del Paese la fanno da padrone.

La depressione economica in cui è sprofondato il Paese infatti resta tra i fattori principali dei problemi di sicurezza nel paese nordafricano. Dal furto di automobili di grossa cilindrata, fenomeno comune dalla fine della rivoluzione, oggi in Libia gli uomini armati sono passati al furto d’appartamenti fino al taccheggio per strada.

Naturalmente i migranti e i rifugiati sono sempre i meno garantiti nella piramide sociale e dunque le prede più facili di un paese al collasso sociale. Anche i libici più scrupolosi e timorati di Dio, che nel corso del 2012 e 2013 si erano dati al traffico di benzina, oggi tornano al traffico più rischioso ma anche più redditizio, quello dei migranti. Gli stessi migranti o richiedenti asilo che avevano pensato di costruirsi una vita nel paese produttore di petrolio, abbandonano oggi l’idea di una permanenza prolungata in Libia.

Dall’inizio del 2014 sono già arrivati in Italia 25 mila tra migranti economici e richiedenti asilo e circa il 93 per cento di questo flusso proviene dalla Libia. Numeri che riportano il flusso dei migranti tra la Libia e le coste italiane al ritmo incessante del 2011, quando il paese nordafricano era in piena rivoluzione. La settimana scorsa, il ministero degli Interni italiano ha lanciato un allarme circa 800 mila persone pronte ad imbarcarsi in Libia verso l’Europa. I partiti di governo meno inclini a politiche di migrazione inclusive, come la Lega Nord, sostengono che l’operazione militare di assistenza ai barconi nel Mediterraneo Mare Nostrum, lanciata dal governo italiano all’indomani del grande naufragio del 3 e dell’11 ottobre dello scorso anno, funga da viatico per il traffico dei migranti Sud-Nord.

Tuttavia, a dispetto dei proclami da campagna elettorale in Italia per le elezioni europee alle porte, risulta difficile quantificare i migranti e gli aspiranti rifugiati presenti in Libia pronti a partire per l’Europa. Inoltre la revisione dei metodi di pattugliamento delle frontiere europee non rappresenta un deterrente né per i migranti e i richiedenti asilo né, di conseguenza, per i trafficanti. La migrazione dalle coste libiche verso l’Europa è – come raccontano i trafficanti in Libia – legata a doppio filo unicamente alla stabilità dei paesi di provenienza dei migranti e dei richiedenti asilo e, allo stesso tempo, alla stabilità del paese di transito. Ecco dunque che i numeri del Viminale non possono essere verificati, ma neanche smentiti.                                         

Il Dipartimento di Contrasto alla Migrazione Illegale (Dcim) presso il ministero degli Interni libico resta isolato insieme con la Missione dell’Unione Europea per l’assistenza alle frontiere (Eubam).

(Nancy Porsia è una giornalista free lance italiana specializzata sulla Libia, da cui scrive per diverse testate italiane e internazionali)

© Riproduzione riservata Ricevi la Newsletter gratuita Home Page Scegli il tuo abbonamento Leggi le ultime news