7 gennaio 2014 ore: 10:50
Giustizia

Mafie: un solo dipendente per gestire 12 mila beni confiscati

La paradossale situazione dell’Agenzia nazionale: dovrebbe avere 30 impiegati in organico e 100 a comando, ma ha solo 80 di questi ultimi. La denuncia del direttore Caruso, che parla anche della proposta di vendere i beni: “Solo come soluzione residuale”
Mafia: no mafia

Mafia: no mafia

ROMA – Oltre 12 mila beni confiscati su tutto il territorio nazionale, tra immobili e aziende, e solo un funzionario in organico a gestirli. È quanto accade all’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati, con 5 sedi territoriali sparse tra a Roma, Palermo, Milano, Napoli e Reggio Calabria dove c’è la sede principale, ma con un solo funzionario in organico, oltre al direttore, il prefetto Giuseppe Caruso. Per legge, spiega Caruso, “potrei avere 30 persone in organico e 100 in posizione di distacco e di comando. Dei trenta in organico, però, fino ad oggi ne ho solo uno e il motivo c’è”. Chi entra in via definitiva nell’agenzia, spiega Caruso, è soggetto al contratto del comparto ministeri, “il contratto più stitico che c’è nella pubblica amministrazione”, chiosa il Prefetto. “Non ci sono incentivi né economici, né di carriera – aggiunge -. Quelli che vengono vorrebbero continuare a lavorare con me, ma non alle condizioni che detta questo contratto”. A comando invece, sui cento previsti, ce ne sono 80 distribuiti in 5 sedi, ma il futuro non è roseo. “Non tutti sono confermati per il 2014 – spiega Caruso - e devono tornare nei propri uffici di appartenenza”. Si tratta di personale impiegato nelle pubbliche amministrazioni, che per un periodo limitato lavorano al comando dell’Agenzia. “Sono riuscito ad ottenere che paga tutto l’agenzia di appartenenza – spiega Caruso -, io pago solo le spese accessorie. Alcune decine di persone sono arrivate, ma in organico, fisso, ne ho solo uno. La posizione di comando dura un anno. Allo scadere, dopo aver professionalizzato delle persone, ti salutano e vanno via”.

Una carenza di personale che si fa sentire sopratutto nelle regioni con il maggior numero di beni confiscati. “Ho avviato le procedure per aprire anche a Catania – spiega Caruso -. Ho bisogno di stare sul territorio, parlare di continuo con gli amministratori giudiziari, con le organizzazioni sindacali e l’autorità giudiziaria. In Sicilia ho il 43,3 per cento di tutti i beni confiscati e ho bisogno di due sedi perché Palermo sta scoppiando”. Per Caruso, l’unico futuro possibile dell’agenzia è quello di diventare ente pubblico economico. “Ho bisogno di risorse umane e strumenti che mi consentano di essere più efficace e più efficiente”.

A chi vede nella vendita dei beni confiscati, una delle possibili soluzioni alle difficoltà che si incontrano nella gestione, Caruso replica: “E’ una delle prime cose che ho richiesto da quando mi sono insediato, ma solo in via residuale. Si tratta di poter aggiungere questa possibilità laddove non c’è nessuna manifestazione di interesse, con le dovute precauzioni, e prevedere che in alcuni casi si possa far cassa senza tanti problemi piuttosto che avere una gestione parziale di un bene sarebbe meglio”. Secondo Caruso, ad oggi “lo zoccolo duro” dei beni confiscati in via definitiva su cui ci sono criticità difficili da superare riguarda 3 mila beni. Una fetta di beni confiscati “su cui sbattiamo la testa e lavoriamo per togliere tutte le criticità”. Tuttavia, il dato numerico è da prendere con le pinze, perché si va da intere ville a box auto.

A preoccupare il prefetto, invece, è la situazione delle aziende confiscate. “È la parte più difficile – spiega - perché l’amministratore giudiziario si trova a far emergere nella legalità una realtà aziendale che sotto la mano mafiosa non pagava il fisco, i contributi, pagava in nero, imponeva servizi e beni, quindi nel momento in cui si cerca di farla emergere nella trasparenza, l’azienda si trova in grossissima difficoltà”. Per Caruso, occorre “avere il coraggio, già nella fase del sequestro, laddove ci si trova di fronte ad un’azienda con grosse difficoltà, di liquidare e dichiararne il fallimento. Spesso, invece, si arriva ad un’azienda completamente decotta. Per cui non si può che liquidare”. Oppure, trovare altre strade, riconoscendo agevolazioni fiscali e contributive alle aziende che passano nelle mani dello Stato. Ad oggi, però, sono ancora pochi i passi in avanti realizzati tra quelli auspicati dal direttore dell’Agenzia, che annuncia un progetto “faraonico”. “Stiamo lavorando per informatizzare tutto quel che può interessare il bene confiscato dal momento del sequestro all’assegnazione. Un progetto che consentirebbe a tutti, anche al singolo cittadino, di vedere quali sono le disponibilità di eventuali beni confiscati da destinare. Un progetto faraonico che richiede tempo”. (ga)

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