8 gennaio 2022 ore: 10:00
Società

"Maid": lavoro duro, paghe basse e il rapporto con una madre bipolare

La miniserie Netflix racconta povertà, emarginazione, sfruttamento, violenza in famiglia nell’America dei bianchi. La protagonista è una giovane donna che tenta disperatamente di sopravvivere insieme a sua figlia
Maid, foto film

Roma - Tra le serie tv imperdibili del 2021 in molti hanno annoverato la statunitense “Maid”, opera creata da Molly Smith Metzler per Netflix e tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land “Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa, e la volontà di sopravvivere di una madre” (tradotto in Italia da Astoria). In dieci puntate la miniserie racconta le difficoltà di una giovane donna bianca, sola ma determinata a fare di tutto per tirare su la propria figlia lontano dalla violenza domestica esercitata in maniera, a volte evidente ma più spesso subdola, di un ex compagno alle apparenze simpatico e affettuoso. Povertà, emarginazione, sfruttamento, abusi sono, insomma, i punti cardine della vita della 25enne Alex (interpretata da Margaret Qualley) che, da bambina attraverso il padre e più tardi per mezzo del compagno, è costretta a fare i conti con gli effetti più nefasti della dipendenza da alcol.

Vi è però anche un altro ingrediente fortemente problematico nella vita di Alex: il rapporto con la mamma Paula (interpretata da Andie MacDowell, la vera madre dell’attrice Margaret Qualley). Nella serie Paula, con cui Alex intrattiene un burrascoso quanto tenero rapporto, ha un disturbo bipolare non diagnosticato: è un’artista esuberante, preda di facili entusiasmi e altrettanto facili illusioni. Ma è soprattutto una donna psichicamente, economicamente e socialmente fragilissima, che ha appena sposato un giocatore patologico i cui inganni le costeranno la perdita della casa di famiglia, unico baluardo contro una rovinosa caduta in uno stato di povertà assoluta. Solo negli ultimi anni il tema dei figli di genitori con disturbo psichico e dei giovani caregiver è timidamente comparso nel dibattito pubblico italiano anche grazie a piccoli gruppi che, come il Comip, cercano di fare opera di informazione e sensibilizzazione, offrendo supporto e auto mutuo aiuto ai propri iscritti. Recentemente la questione è stata affrontata anche da “La bambina che non voleva cantare”, il film per la tv andato in onda lo scorso anno su Rai 1, liberamente ispirato all’autobiografia di Nada “Il mio cuore umano” (Edizioni Atlantide): la madre di Nada, Viviana, è una paziente psichiatrica preda di frequenti crisi depressive e soggetta più volte a ricoveri. Ed è proprio per compiacere questa madre così difficile che la giovane Nada comincerà a cantare.

Paula, dal canto suo, non riesce in alcun modo a fare da guida ad Alex, che è stata costretta a prendersi cura di lei fin dall’età di sei anni. Eppure non è una madre assente o anaffettiva. Anzi è l’unico punto saldo nella vita di Alex ed è a lei che questa si rivolge ogni volta che la vita la mette con le spalle al muro. Anche Paula ce la mette tutta, a modo suo: come madre è riuscita a portare via Alex dalla furia di un padre alcolista, come nonna si spende per trasmettere il senso dell’arte e della pittura alla nipotina Maddy. Di fronte al tracollo reagisce con dignità, cercando di non gravare sulle esili spalle della sua ragazza. Sullo sfondo, ma non troppo, un Paese dove la distanza tra ricchi e poveri appare insormontabile. E dove il sogno americano sembra essersi trasformato nel peggiore degli incubi.

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