24 settembre 2019 ore: 15:12
Immigrazione

Malta, l’accordo c’è ma non convince le ong: “Solo un palliativo”

di Eleonora Camilli

Per le organizzazioni umanitarie l’intesa non è risolutiva perché riguarda solo un numero limitato di persone. Inoltre è su base volontaria. “Libia fuori controllo, come si può parlare della Guardia costiera libica, che riporta le persone all’inferno, in termini positivi?”


Rifugiati, migranti, barcone - SITO NUOVO

ROMA - “Chi sbarca in Italia o a Malta, sbarca in Europa”. Lo ha detto soddisfatta la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, dopo l’accordo raggiunto ieri tra Italia, Francia e Germania. In sintesi l’intesa, su base volontaria, prevede una redistribuzione automatica dei migranti salvati in mare nel Mediterraneo centrale. Il paese di destinazione prenderà in carico l’accoglienza, la richiesta d’asilo e l’eventuale rimpatrio dei migranti che arriveranno nel paese secondo una quota stabilita. La novità più importante è che non si farà più distinzione tra aventi diritto meritevoli di ricollocazione e cosiddetti “migranti economici”. Inoltre, la ripartizione dovrà avvenire entro 4 settimane. E’ previsto un meccanismo di rotazione dei porti di sbarco, sempre su base volontaria. 

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un’intervista a Repubblica, parla di “passo storico“ ma le organizzazioni umanitarie, che si occupano di migranti e richiedenti asilo, sono molte più caute. Riunite oggi a Roma, per il lancio dell’appello della campagna "Io Accolgo", molte di loro hanno apertamente contestato l’intesa, considerata “numericamente irrilevante e poco risolutiva”. “L’accordo di Malta è un primo passo positivo, speriamo verso la revisione del Regolamento di Dublino. Ma non ci è piaciuto il riferimento alla guardia costiera libica che fa un buon lavoro. E’ davvero insopportabile - ha sottolineato Filippo Miraglia, di Arci -.Tutti sanno che la Guardia costiera libica riporta le persone nei lager dove le persone vengono uccise, torturate e violentate. Questo non ci sembra che si possa chiamare un ‘buon lavoro’. Ci sembra piuttosto urgente cancellare gli accordi ed evacuare quelle 5 mila persone che in questo momento sono prigioniere nei lager libici". 

Per Antonello Ciervo di Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) l’intesa è “aria fritta”. “Si tratta di un accorto irrilevante sia dal punto di vista giuridico che normativo, non è neanche vincolante perché concepito su base volontaria - sottolinea -. Scampato il pericolo sovranista, in Italia si sta nuovamente spostando il problema: il cuore del problema è portare avanti una reale riforma del Regolamento Dublino. Il resto conta poco. Sembra quasi un palliativo per sbloccare la situazione a Lampedusa, ma è una dichiarazione di intenti tra Stati che non ha nessuna sostanza legale, non c’è nessun atto giuridico che normalizzi l’accordo di ieri. Perciò stiamo sostanzialmente parlando del nulla”. 

Sulla stessa scia anche Cesare Fermi di Intersos. “L’accordo di ieri riguarda un numero troppo limitato di persone, e cioè solo coloro che arrivano in Italia e a Malta e non chi arriva in Spagna e Grecia, per esempio - afferma -. E non riguarda neanche chi arriva nel nostro paese attraverso sbarchi autonomi, che come sappiamo quest’anno sono stati la stragrande maggioranza. Inoltre, non ci è piaciuto il riferimento al lavoro della Guardia costiera libica. La Libia oggi è un inferno fuori controllo e la situazione per i migranti è grave. Lo scorso fine settimana ci sono stati scontri a Tripoli, i più intensi degli ultimi tre mesi. Il livello di conflitto sta aumentando. La situazione è fuori controllo”. Per Fermi, dunque, non si può pensare alla Libia come “porto sicuro” anche alla luce degli ultimi scontri, perché aggiunge “la situazione non è mai migliorata”.

Anche Hassan Bassi, del Cnca (Coordinamento delle comunità di accoglienza) si dice scettico perché “gli accordi su base volontaria normalmente non funzionano. Lo abbiamo visto con le evacuazioni dei migranti dai lager libici fatti dall’Unhcr - sottolinea -. Le persone sono state trasferite in Niger, ma dopo mesi molti sono ancora lì, perché molti paesi non hanno dato seguito alla ricollocazione”. 

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