14 settembre 2020 ore: 16:22
Società

Caso Caivano. Maria Paola e Ciro, il sottile confine fra tragedia e strumentalizzazione

La morte della ragazza osteggiata dalla famiglia per la relazione con una persona transessuale rilancia il dibattito sull’opportunità di una legge specifica da applicare ai casi di discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. Una dimostrazione della sua urgenza o un’inopportuna strumentalizzazione?
Schermata-Caivano

La storia di Maria Paola Gaglione, morta giovanissima sull’asfalto ad Acerra dopo essere stata speronata in moto (secondo le ricostruzioni degli inquirenti) dal fratello Michele, ha lasciato il segno: una vicenda che lega insieme sentimenti diversi e rispetto alla quale sono numerosi gli interventi che si sono succeduti, nel dibattito pubblico, nelle ultime 24 ore. Non un incidente stradale, ma un gesto deliberato quello del fratello della vittima, seppure non intenzionale nelle sue tragiche conseguenze. La tesi della Procura di Nola, che coordina le indagini, è che la famiglia di Maria Paola, e il fratello Michele nello specifico, non sopportasse che la sorella portasse avanti una relazione con Ciro, il ragazzo che viaggiava con lei sullo scooter. Il motivo? Il fatto che Ciro sia una persona transessuale: “Ci hanno sempre ostacolati”, racconta oggi (parole riportate dal Corriere della Sera) riferendosi alla famiglia di lei. “Non volevano che stessimo insieme perché dicevano che eravamo due femmine. Ma non è vero. Io non sono una femmina. Avevo 15 anni quando ho capito di essere un uomo, mi sentivo e mi sento un uomo. E Maria Paola mi ha sempre amato come uomo. Dicevano che l’avevo infettata, non lo dicevano a me personalmente, però nel quartiere lo andavano ripetendo continuamente. Ora non riesco a pensare a niente. Non vedo futuro, chiedo giustizia per lei”.

L’aggressore è in carcere: contro di lui viene ipotizzato il reato di omicidio preterintenzionale aggravato dai “futili motivi”, individuati proprio nella ostilità verso il legame tra Ciro e Maria Paola, che da anni vivevano insieme ad Acerra dopo essersi conosciuti a Caivano, il paese d’origine di Maria Paola. “Ho parlato a lungo con i suoi genitori e hanno ammesso di avere avuto difficoltà ad accettare la scelta della figlia di stare con Ciro”, racconta oggi dalle colonne di Avvenire don Maurizio Patriciello, che di Caivano è il parroco, e che celebrerà i funerali della giovane. “Mi sono calato in questo dramma, da prete e da parroco che conosce tutte le persone di cui si parla. Il papà e la mamma di Paola erano preoccupati, perché, appena maggiorenne, Paola era andata via di casa con Ciro, senza avere un tetto stabile sotto cui abitare, senza che nessuno dei due avesse un lavoro che permettesse loro di vivere onestamente, e perché Paola, andandosene, aveva abbandonato la possibilità di continuare a studiare per diventare estetista. Preoccupazioni, queste, comuni alla maggior parte dei genitori italiani. Quella mamma e quel papà – continua don Patriciello - erano seriamente preoccupati che Paola e Ciro non avessero un minimo d’indipendenza economica. E sulla tragedia accaduta mi hanno assicurato che Michele non intendeva speronare il motorino su cui viaggiavano Paola e Ciro, causandone la caduta che è costata la vita alla ragazza. Se questa sia la verità non lo so, e come me, nemmeno Arcigay lo sa; unica cosa da fare, quindi, al di là degli slogan, è attendere, senza fare e farci ulteriormente male, la parola certa che ci viene dalle indagini”. E intanto mostrare rispetto “per questa morte assurda”.

Dal fatto di cronaca al dibattito politico

Il riferimento che il parroco di Caivano rivolge all’Arcigay si spiega con il corposo capitolo dei commenti che la tragedia avvenuta l’altra sera ha provocato: a partire dalla storica associazione per i diritti gay, infatti, molti sono stati quanti hanno individuato nella vicenda un esempio eclatante di come quanto accaduto dimostri la necessità di introdurre in Italia norme specifiche a tutela della comunità Lgbt. E l’accenno è in particolare al testo del disegno di legge a prima firma Alessandro Zan (Pd) attualmente in discussione alla Camera, dove un testo è stato approvato in Commissione Giustizia ed è ora in attesa dell’arrivo in Aula.

Le voci a favore: "Urgente approvare la legge"

La norma intende modificare gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, introducendo una specifica normativa in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. “Il nostro Paese – ha detto lo stesso Zan - non può più stare fermo ad attendere l'ennesimo caso, l'ennesima discriminazione, l'ennesimo omicidio. Dobbiamo approvare la legge contro l'omotransfobia e la misoginia e dobbiamo farlo subito: dall'estensione della legge Reale-Mancino a questa fattispecie di reato, fino all'istituzione di centri antidiscriminazione e di case rifugio per dare riparo e sostegno alle vittime. Il Parlamento deve assumersi le proprie responsabilità e deve dare al Paese una norma efficace perché questo ritardo continua a mietere vittime”. Se possibile ancora più esplicito, nel legare la vicenda di Caivano con l’iter parlamentare, il segretario Pd Nicola Zingaretti: “Altra drammatica conferma dell'urgenza di approvare la legge del partito democratico contro l'omofobia e la transfobia”. E commenti simili sono arrivati dal Movimento 5 Stelle e da tutta la maggioranza. “In questa storia – commenta ad esempio il ministro per le Politiche giovanili e lo sport, Vincenzo Spadafora, si concentrano molti drammatici problemi che affliggono il nostro Paese e che impediscono a molti di vivere una vita libera e felice: la misoginia, il ritenere le donne proprietà della famiglia, la transfobia e l'omofobia, il ricorso alla violenza cieca in famiglia e nella società. Abbiamo il dovere di intervenire con l'educazione, la formazione, la prevenzione e con una buona legge contro l'omotransfobia”.

Le voci contrarie: "Strumento penale esiste, non strumentalizzare il caso"

Eppure l’immediato legame fra il fatto di cronaca, peraltro ancora da appurare nella sua esatta dinamica, da un lato, e lo specifico intervento legislativo che viene auspicato dall’altro, non convince tutti. C’è chi, anche nella maggioranza, condanna quanto accaduto e sottolinea la necessità di una maggiore formazione culturale ed educativa, senza però automaticamente farne discendere un via libera al testo Zan, e chi dall’opposizione, rivendicando apertamente una posizione contraria al testo Zan, parla comunque di “inaccettabile degrado che abbiamo il dovere di arginare al più presto” e di uno Stato “che deve tornare a farsi sentire e dare il messaggio chiaro che la violenza non è tollerata e chiunque la pratichi ne dovrà rispondere davanti alla legge” (nello specifico, queste sono parole di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia). Un filone che sottolinea più che altro l’importanza della certezza della pena, e il fatto che l’ordinamento penale già oggi può contare sugli strumenti che, se ritenuto colpevole, permetteranno la condanna del responsabile, eventualmente anche con la specifica aggravante dei motivi abietti.

Considerazioni che sul fronte associativo sono fatte proprie dal presidente del Family Day, Massimo Gandolfini, da lungo tempo contrario al ddl Zan: “Condanniamo ‘senza se e senza ma’ la brutale violenza che ha colpito la giovane Maria Paola a Caivano. L’orientamento sessuale di una persona non può mai essere motivo di discriminazione e l’uguaglianza dei diritti e la pari dignità di tutti i cittadini non solo è sancita nell’articolo 3 della Costituzione ma è valore condiviso dalla stragrande maggioranza del popolo italiano. L’intenzionalità dell’omicidio perpetrato dal fratello della vittima sarà giudicata dalla magistratura che sta indagando sulla dinamica degli eventi, di sicuro però possiamo dire fin da subito che il nostro codice penale offre tutti gli strumenti per punire questa aggressione insensata, con tutte le aggravanti del caso, e permette di lasciare per diversi anni in galera un soggetto molto pericoloso per tutta la società”. “Gli assassini e i violenti, ancor più per futili motivi, possono – continua - essere fermati dalla nostra legislazione e lo Stato non ha alcun alibi, soprattutto quando queste vicende avvengono dopo reiterate minacce e abusi. Per questo sono ridicole e offensive le strumentalizzazioni fatte in queste ore da alcuni noti personaggi che usano questa vicenda per invocare l’approvazione del ddl Zan contro l’omofobia. Una vita stroncata è sempre un reato gravissimo, irreparabile, che va perseguito a prescindere dall’orientamento sessuale della vittima. Un ddl scritto male, che non definisce il reato di omofobia, che inserisce il controverso concetto di genere e percezione di sé che diluisce le identità sessuali, serve solo a chiudere la bocca a chi dissente dal pensiero unico in materia di maternità, filiazione e adozioni e non ad assicurare alla giustizia violenti e criminali”, è la sua conclusione.

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