7 ottobre 2015 ore: 16:09
Famiglia

Matrimoni precoci, lavoro: conflitti e crisi cambiano la vita delle bambine

Rapporto di Terres des Hommes. Nelle zone di conflitto e crisi umanitaria sono le bambine le prime a pagare le conseguenze, perdendo la possibilità di studiare e costrette a matrimoni precoci. E anche in Italia la prima frase delle bambine sbarcate è: "Quando potremo andare a scuola?"
Spose bambine con fiori
Un momento della presentazione del dossier
Presentazione del rapporto InDifesa di Terre des hommes

ROMA - Prima del cibo, della sistemazione, delle lamentele per la stanchezza del viaggio: la prima domanda delle bambine profughe sbarcate a Reggio Calabria in questi giorni è stata “Quando potremo andare a scuola?”. Lo racconta Vincenzo Spadafora, Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, nel suo intervento alla presentazione del quarto dossier della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes, per accendere i riflettori sui diritti negati a milioni di bambine in Italia e nel mondo. “Ero stato avvisato che ci sarebbero stati un centinaio di minorenni stranieri non accompagnati, e, diversamente dal solito, erano per la maggioranza bambine, provenienti da otto diversi paesi – racconta -, ma in tutti i casi la domanda è stata la stessa. E questo è importante anche per capire meglio di quale sistema di accoglienza c'è bisogno”.

- Con i conflitti e le crisi umanitarie in corso, molti dati che sembravano registrare un lento miglioramento hanno subito un tracollo. Mauro Clerici, responsabile dei progetti di Terres des Hommes in Libano, in streaming da Ramallah, racconta la situazione drammatica dei milioni di profughi (ne arrivano 1.500 al giorno) in un paese grande quanto l'Abruzzo, che non ha sottoscritto la convenzione internazionale e non ha campi di rifugiati: “Le sistemazioni sono precarie, in cantine o palazzi abbandonati, in situazioni di promiscuità, senza beni di prima necessità o assistenza medica, in cui i bambini non hanno spazi propri né la possibilità di studiare e andare a scuola, col rischio per i bambini maschi di essere reclutati forzatamente nelle forze armate, e per le bambine di matrimoni precoci”. “I matrimoni precoci nelle zone di guerra e nei campi profughi sono considerati dalle famiglie come una forma di protezione contro la violenza”, spiega Donatella Vergari, segretario generale Terre des Hommes Italia. Nei campi profughi aumenta esponenzialmente il ricorso al lavoro minorile e al matrimonio precoce (dal 12 al 25%), “senza neppure poter verificare la provenienza del marito adulto, e spesso senza che il legame sia registrato ufficialmente, quindi senza tutele giuridiche – spiega Federica Giannotta, Responsabile Advocacy della ong, presentando i dati del rapporto -.  Se in generale registriamo un aumento di accesso alle scuole primarie e una diminuzione di natalità fra le minorenni, nelle zone dove c'è crisi umanitaria vediamo che la violenza alle donne diventa una tecnica”.

“La violazione delle donne è diventata parte centrale del conflitto, ben prima della questione culturale”, commenta Lucia Annunziata, ribaltando il punto di vista sulla questione femminile: “L'occidente ha sempre avuto attenzione per la situazione delle donne nel mondo, ma si è anche sempre pensato che si trattasse di sacche di arretratezza che potevano essere risolte lavorandoci su, ma non è un problema risolvibile con la carità occidentale”.

“Il 75% dei rifugiati siriani in Libano sono donne - racconta Lia Quartapelle, dell'Ufficio di Presidenza della Commissione Esteri – gli uomini vanno in avanscoperta in Europa, per portare poi la famiglia, ma ciò significa che nei campi profughi restano i soggetti più vulnerabili, e i matrimoni forzati sembrano una soluzione”. L'altro aspetto è quello della scuola: “Molto più che nel 2000 c'è consenso di tutti i paesi sull'accesso universale all'istruzione primaria – continua Quartapelle -. Milioni di bambini senza accesso alla scuola, non sono solo un passo indietro, ma incidono sulla qualità dello sviluppo delle loro, famiglie, e di tutti quelli che dipenderanno da loro in futuro”.

Maria Al Abdeh, executive director di Women Now for Development, una ong nata nel 2012 per  sostenere le donne siriane nella soluzione del conflitto, sottolinea che a colpire le donne non è solo l'Isis: “ Isis è solo un sintomo, molto pericoloso, di un problema più grande, è una scelta politica vedere solo uno degli attori delle violenze, ci sono anche quelle perpetrate dal governo e dall'opposizione armata, anche se la protesta era nata pacifica”. La direttrice della ong sottolinea come il 74%delle bambine in Siria sia stata uccisa dai bombardamenti (18.496), e “solo un migliaio da altre cause”, commenta sarcastica. Un milione sotto assedio, quasi quattro milioni di rifugiati, sette interni al territorio siriano, di cui la maggior parte donne e bambine. Racconta di donne e bambine arrestate e sparite, donne che hanno perso la casa nei raid russi. “Serve una alternativa concreta a matrimonio precoce, bisogna combattere l'analfabetismo, 5 milioni di non vanno a scuola, e l'ignoranza porta all'estremismo. Io sono una delle ultime donne che si è laureata medico, ora non si riesce ad assicurare neanche l'istruzione primaria: per risolvere situazione in siria non bastano bombe ma prospettive di lungo periodo”. Zainab Hawa Bangura, Special Representative per le Nazioni Unite per la Violenza Sessuale nei conflitti, ribadisce in un videomessaggio che la protezione delle donne dal terrorismo deve essere una strategie, non una questione morale.

“Se un conflitto non si può risolvere totalmente non significa che non si possa rallentare, realizzare una tregua -  spiega Mario Giro, Sottosegretario agli Affari Esteri -. L'Italia sta facendo una silenziosa opera di contenimento nel conflitto libico, e va fatto anche per la Siria, convincendo i vari padrini esterni a smettere di sostenere loro parti. Molto spesso queste guerre si svolgono sul corpo delle donne, che diventano un obiettivo, anche solo per scandalizzare l'occidente. L'Italia ha una leadeship fra i 193 paesi, serve una nuova strategia per la cooperazione internazionale, non solo per le risorse, che aumenteranno, ma anche per una battaglia culturale all'italiana, non brandita come una spada, che fa trovare uno scudo. Soprattutto in questi tempi in cui le fratture religiose vengono usate per dividere”.

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