17 marzo 2016 ore: 10:20
Economia

Mercato dell’usato, in Italia vale circa un miliardo: "Servono regole"

Riconoscere la figura dell’operatore e suo ruolo "ambientale". Queste le richieste della rete nazionale degli operatori dell’usato riunita oggi a Montecitorio. Due i disegni di legge in Parlamento. “Quadro normativo inadeguato per le sfide di crescita sostenibile cui il nostro mondo è chiamato”
Mercato dell'usato - esposizione

- ROMA - Sottrae circa 300 mila tonnellate l’anno di beni che altrimenti finirebbero tra i rifiuti e solo in Italia conta ricavi che sfiorano (anche se mancano stime ufficiali ed è difficile farle) il miliardo l’anno. È il mercato dell’usato che oggi a Palazzo Montecitorio vede la Rete operatori nazionali dell’usato (Rete Onu) chiedere al governo italiano meno barriere e regole chiare su tutto il territorio nazionale per promuovere il settore. “Il quadro normativo  è ancora inadeguato per le sfide di crescita sostenibile cui il nostro mondo è chiamato – spiega Antonio Conti, portavoce della Rete nazionale operatori dell’usato -. Per questo Rete Onu ha sviluppato una proposta di legge che mira a costruire regole su misura per i beni usati e il riutilizzo che consentano il completo dispiegarsi dell’economia della seconda vita delle cose. Con la nostra proposta vogliamo inoltre interpretare lo spirito pubblico europeo che attribuisce al riuso una funzione ambientale determinante, che vogliamo venga messa a sistema nella cornice dell’economia circolare e della green economy”.

Nonostante non sia stato facile sensibilizzare il mondo politico, spiega Conti, sono due i disegni di legge presentati in Parlamento che rispecchiano le proposte della rete. Al primo posto, tra le richieste, c’è il riconoscimento della figura dell’operatore dell’usato. “Si tratta di inquadrare giuridicamente ciò che già esiste nella realtà - spiega la rete -. Tale riconoscimento dovrà avere un codice attività specifico, il codice Ateco, per definire i soggetti su cui vanno a ricadere i provvedimenti in materia fiscale, commerciale, urbanistica, ambientale oggetto del provvedimento legislativo, e i beneficiari di agevolazioni e politiche di promozione, per determinare il profilo attraverso cui le raccomandazioni comunitarie diventano efficaci”. Tra le richieste, anche l’istituzione del Consorzio nazionale del riuso a cui vanno affidati compiti di indirizzo e di negoziazione. Alla base di questa richiesta, la necessità di “stabilizzare un sistema di relazioni tra organismi pubblici e privati. La finalità è assicurare efficienza alla funzione ambientale attribuita al riuso, partendo dalla gerarchia della normativa quadro europea del 2008”.  

La necessità di una regolamentazione, spiega Antonio Conti, nasce dal confronto con il mercato di chi vende il nuovo. “L’usato è sempre stato il figlio minore del commercio e abbiamo delle regole identiche a chi vende il nuovo, pur facendo un lavoro diverso – continua Conti -. Noi dobbiamo spendere tantissimo tempo nel reperire il materiale che vendiamo. Facciamo tantissimo lavoro dietro le quinte. Un aspetto ambientale del nostro lavoro che non ci è riconosciuto. Noi vorremmo delle norme che rispettino la specificità della nostra attività”. Un lavoro diverso, ma che viene tassato come chi vende il nuovo, continua Conti. “Oggi chi vende l’usato paga la tassa sui rifiuti nello stesso modo di chi vende il nuovo. Se noi contribuiamo a prevenire la creazione di rifiuti, è evidente che questo deve essere riconosciuto anche dal punto di vista materiale”. Ma quelli fiscali sono solo alcuni dei vantaggi di un riconoscimento formale. “Si tratta di introdurre oltre ad una serie di agevolazioni di natura fiscale - spiega Conti -, anche semplificazioni amministrative e prevedere nell’ambito della pubblica amministrazione un regolamento più attento ai bisogni degli operatori per quanto riguarda i mercatini e le fiere”. Senza contare i vantaggi per tutti. “Non guardiamo solo al nostro orticello – aggiunge - ma cerchiamo di vedere quali sono gli aspetti di pubblico interesse nel nostro lavoro. Il primo aspetto è quello ambientale. Più si riutilizza, meno si spreca e meno si inquina”.

Regolamentare il settore dei beni usasti e del riutilizzo, inoltre, favorirebbe anche una emersione dal lavoro nero, senza però andare a danneggiare quanti vivono di questo lavoro tra le fila della marginalità. “Il mondo dell’usato è fatto da un grandissimo bacino sommerso di individui o imprese familiari che lavorano in nero – racconta Conti -, di una serie di soggetti con Partita Iva o con un piccolo negozio oppure su internet che è uno dei bacini più ampi, poi ci sono attività più strutturate e cooperative. I costi di un impresa di usato, soprattutto quelle piccole, però sono troppo alti per quello che è il ricavo medio”. Sul fronte dei soggetti deboli, inoltre, non mancano proposte. “Si tratta di quanti vivono in povertà e non hanno modo di diventare professionisti e pagare le tasse. Vorremmo che questo loro lavoro sia incentivato e siano accompagnati dal terzo settore a strutturare meglio la propria attività. Non vogliamo normare un settore per cancellare quegli aspetti relativi ai soggetti deboli”. 

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