2 febbraio 2017 ore: 18:27
Immigrazione

Migranti, chiudere la rotta libica? Le ong contro Tusk: “Frasi inaccettabili”

Critiche al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, da parte dei gesuiti del Centro Astalli, ma crescono le preoccupazioni da parte delle organizzazioni non governative, Unhcr e Oim sugli esiti dell’incontro tra i leader europei domani a La Valletta e sul ruolo della Libia. “Non è un un paese terzo sicuro”
Antonio Zambardino/Contrasto Immigrazione, gruppo di profughi al confine tra libia e tunisia

- ROMA - Vigilia con polemica per il Vertice di Malta che domani, 3 febbraio, vedrà i 28 capi di stato e di governo dei membri dell’Unione europea affrontare nuovamente il tema immigrazione, focalizzando l’attenzione sulla rotta del Mediterraneo centrale e in particolare sul caso Libia. A far discutere sono le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in merito ai flussi migratori del 2016.
Il presidente del Consiglio Ue, infatti, ha affermato che chiudere la rotta migratoria dalla Libia all'Italia è possibile. E anzi, secondo Donald Tusk, si deve. "Il flusso di migranti dalla Libia all'Europa non è sostenibile – ha sottolineato -. L'Europa ha dimostrato di essere in grado di chiudere le rotte di migrazione illegale, come ha fatto nel Mediterraneo Orientale. Abbiamo discusso di questo esempio: ora è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all'Italia".

Ad esprimere “seria preoccupazione” è il Centro Astalli, il servizio dei gesuiti per i rifugiati in Italia che definisce “inaccettabili” le dichiarazioni di Tusk in un momento così delicato. “Chiudere la rotta del Mediterraneo centrale - si legge in una nota del Centro Astalli - vuol dire costringere le persone a rimanere in una Libia non stabile, non sicura e soprattutto non in grado di rispettare i diritti umani e l’incolumità dei migranti”.
Al presidente del Consiglio europeo che ha definito insostenibile il flusso di migranti verso l’Europa, risponde padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli. “Si grida all’emergenza, si crea allarme nella società, si cavalca l’onda della paura per ottenere consenso politico - afferma Ripamonti -. I migranti rischiano la vita in mare perché non hanno alternativa. Bloccare il passaggio nel Mediterraneo non vuol dire, come molti sostengono, evitare che le persone muoiano. Al contrario senza un’alternativa possibile per l’ingresso in Europa i trafficanti sperimenteranno vie sempre più pericolose e mortali”. In vista del vertice di domani, il Centro Astalli, oltre a ribadire la necessita di canali umanitari, chiede che vengano stipulati accordi solo con i Paesi in cui i diritti umani fondamentali sono riconosciuti e rispettati e in cui è in vigore la Convenzione internazionale di Ginevra sul riconoscimento dello status di rifugiato. “La Libia non è tra questi”, puntualizza il Centro Astalli.

All’appello dei gesuiti si affianca quello del Cini, il Coordinamento italiano ngo internazionali a cui aderiscono Actionaid, Amref, Cbm, Save the children, Terre des hommes, Vis, che non nasconde la “forte preoccupazione” per la proposta Ue per contenere i flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo centrale e la Libia. "Le Ong aderenti al Cini - aggiunge il portavoce Antonio Raimondi - sono fortemente preoccupate dall’approccio securitario volto al controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea, condiviso e supportato dagli stati membri per una gestione dei flussi migratori basata principalmente, se non esclusivamente, su sicurezza, controllo dei confini, rimpatri, respingimenti e quote di ingresso. La preoccupazione è tanto più viva dal momento che lo stesso approccio sembra riflettersi nell’impianto del Fondo Africa italiano appena annunciato”.

Le organizzazioni aderenti al Cini chiedono inoltre di “considerare il contributo dei migranti all’economia e alla società e supportare l’integrazione delle persone in arrivo”, di “garantire maggiore trasparenza” negli accordi che gli stati membri e l’Unione europea stessa portano avanti con paesi terzi e garantire l’accesso alla protezione internazionale per chi ne ha diritto in paesi che hanno ratificato la Convenzione di Ginevra. “Non è il caso della Libia - spiega il Cini -, né tantomeno della Turchia al momento dell’accordo con l’Europa. I ritorni verso paesi terzi non sicuri espongono a rischio di abusi, violenze sessuali e psicologiche, tortura, traffico, reclutamento da parte di gruppi armati, sfruttamento e tratta le persone che cercano protezione”. Ricordando quando stabilito dalla Corte europea nel 2012 sui ritorni effettuati dall’Italia verso la Libia di migranti intercettati in mare, il Cini chiede “che l’Europa - e l'Italia - non si facciano promotrici di piani di cooperazione con paesi terzi che non siano compatibili con i valori fondamentali dell’Unione Europea e degli Stati membri”. Infine, la richiesta di canali sicuri e legali verso l’Europa che prevengano la traversata in mare e l’utilizzo di rotte migratorie pericolose che possano essere adottati nel breve termine per garantire una migliore gestione dei flussi migratori in garanzia dei diritti umani.

Ai leader che domani si incontreranno a La Valletta si rivolgono anche Unhcr e Oim che in un comunicato congiunto rivolgono un appello ai leader europei “affinché diano una risposta concreta alla tragica perdita di vite umane lungo la rotta del Mediterraneo centrale e alle condizioni inaccettabili in cui sono costretti a vivere migranti e rifugiati in Libia”. Ai governi europei le due organizzazioni chiedono un “rafforzamento delle capacità di salvataggio in mare o sulla terraferma” e un “rafforzamento del rispetto delle leggi e la lotta contro le reti criminali”. “Chiediamo sforzi congiunti per assicurare sistemi di asilo e di gestione sostenibile delle migrazioni in Libia, quando le condizioni di sicurezza e la situazione politica lo permettono, e nei Paesi confinanti - si legge nella nota congiunta -. Chiediamo che in Libia venga immediatamente abbandonata una gestione dei flussi migratori basata sulla detenzione automatica di rifugiati e migranti in condizioni disumane, e si costruiscano, invece, adeguati servizi di accoglienza. I centri di prima accoglienza devono offrire condizioni sicure e dignitose, anche per i minori e le vittime di tratta, e rispettare le garanzie di protezione fondamentali”.

L’auspicio di Unhcr e Oim, però, è anche quello di un incontro tra leader che possa “accelerare l’adozione di un approccio comune nella gestione delle migrazioni” da parte dell’Unione europea.“Sono necessarie misure concrete a sostegno del governo della Libia per rafforzare le competenze di registrazione dei nuovi arrivi, il supporto al rimpatrio volontario dei migranti, l’esame delle domande d’asilo e l’individuazione di soluzioni per i rifugiati - continua la nota -. Tali misure prevedono la necessità di ampliare in modo significativo le opportunità di canali sicuri quali, fra gli altri, il reinsediamento e l’ammissione per motivi umanitari per impedire che le persone intraprendano viaggi pericolosi”. La Libia, sottolineano le due agenzie, nonostante gli sforzi, non è ancora un paese sicuro. “Siamo fermamente convinti che, data la situazione attuale, non si possa considerare la Libia un Paese terzo sicuro - conclude la nota - né si possano avviare procedure extraterritoriali per l’esame delle domande di asilo in Nord Africa. Confidiamo che si possano trovare soluzioni rispettose della persona umana per porre fine alle sofferenze di migliaia di migranti e rifugiati in Libia e nel resto della regione, e restiamo disponibili per dare assistenza e rafforzare il nostro impegno, qualora le condizioni lo permettano”.

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