12 settembre 2022 ore: 16:29
Immigrazione

Migranti, la morte di Loujin e quei respingimenti sistematici da Cipro al Libano

di Eleonora Camilli
Il caso della bambina siriana, morta di stenti su un barcone a largo tra Malta e Cipro. Per dieci giorni i migranti hanno lanciato sos senza ricevere aiuti. La denuncia di EuroMed rights: “Non un caso isolato, c’è un patto segreto, persone rimandate indietro illegalmente”
Flavio Gasperini/Sos Méditerranée Migranti, naufragio nel Mediterraneo

Le immagini del naufragio a largo della Libia

ROMA - “Mamma ho sete”, sono le ultime parole di Loujin, una bambina di quattro anni siriana, morta in un naufragio l’8 settembre scorso. Il natante su cui viaggiava insieme ad altre 60 persone, era partito dalle coste del Libano e si trovava in mare da più di dieci giorni, in una zona compresa tra Malta e Cipro. Nonostante gli sos lanciati per giorni anche dalla rete Alarm Phone, però, non ha ricevuto soccorsi. Ma come è stato possibile ignorare le richieste di aiuto?

Secondo Sara Prestianni, responsabile dei programmi di immigrazione e asilo per EuroMed Rights, non si tratta di un caso isolato ma di un episodio che si inserisce all’interno di una strategia ben precisa. “Innanzitutto dobbiamo chiederci perché quel barcone puntava verso l'Italia. Questo si spiega con le politiche di respingimento e di non accoglienza in atto ormai da mesi da parte del governo cipriota - sottolinea -.  Le partenze dal Libano verso Cipro sono frutto di una situazione critica, politica ed economica, che sta toccando sia rifugiati siriani che la stessa popolazione libanese. Ma ogni volta che i natanti si avvicinavano alle coste cipriote vengono illegalmente respinti, in violazione del principio di non refoulement. Questo avviene in base a un accordo segreto tra Cipro e Libano. Noi ne siamo al corrente e abbiamo sollevato il caso al Parlamento europeo, in commissione Libe e un rappresentante del ministero degli Interni di Cipro lo ha confermato”. 

In particolare, in questi mesi EuroMed rights ha monitorato i push back nell’area orientale e parla di respingimenti a catena da Cipro al Libano e dal Libano alla Siria. “La Siria non è un paese sicuro, lo ribadiamo - continua Prestianni -. Abbiamo  testimonianze tragiche di violazioni dei diritti di chi è stato rimpatriato. Inoltre, condizioni al limite ci sono ormai anche in Libano”. Un caso emblematico, seguito dall’ong ha riguardato una famiglia respinta al confine: la donna, incinta di 9 mesi è stata fatta sbarcare a Cipro mentre il marito con gli altri figli minori sono stati  respinti. “Abbiamo fatto una campagna per denunciare non solo questo caso ma tutte le pratiche illegittime. La conseguenza di questa politica è l’apertura di altre rotte, più pericolose, di nuove tragedie del mare, di sempre più morti”.

L’altra questione che il caso solleva è l’omissione di soccorso. Secondo le testimonianze, raccolte anche dal quotidiano La Stampa, diverse navi mercantili hanno visto l’imbarcazione in difficoltà ma non hanno prestato soccorso. “Malta ha una grande zona di Search and rescue (Sar) ma da anni ormai non interviene, se non in casi davvero estremi - aggiunge Prestianni -. Il resto lo hanno fatto le politiche di criminalizzazione di chi opera soccorsi in mare. L’ultimo caso emblematico è quello del cargo mercantile Maersk, che dopo aver essere intervenuto per una nave in distress è rimasto fermo a largo di Malta per 39 giorni. Questo ha comportato un’enorme perdita economica. Lo stesso è accaduto in Sicilia con i pescatori di Mazara del Vallo intervenuti a Lampedusa. Sono le politiche che dissuadono all’intervento e il costo che si paga è in termini di vite umane”. 

Anche il Centro Astalli ha denunciato il caso: “apprendiamo con profondo dolore della morte di una bambina di 4 anni che si trovava a bordo di un’imbarcazione con 60 migranti nei pressi della Sar di Malta - si legge in una nota -La prima a lanciare l’allarme è stata l’ong Alarm Phone affermando che la barca iniziava ad affondare e che i migranti a bordo, tra cui donne e bambini, erano rimasti senza cibo e acqua. Salvare vite non può essere un’opzione politica ma un principio di civiltà”. 

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