18 maggio 2015 ore: 15:41
Immigrazione

Migranti, "oggi il Mediterraneo è diventato mare di disperazione"

Marco Cesario, giornalista e scrittore, nel suo libro "Medin" raccoglie 30 storie. Dalla Spagna al Marocco, da Israele alla Palestina, dal Nord Africa al Sud Italia. "Serve andare oltre il paradigma di ‘Fortezza Europa'"
Sbarchi. Barcone in mezzo al mare e soccorsi

BOLOGNA – Letteratura, storia, mémoire de voyage, reportage: ‘Medin. Trenta storie del Mediterraneo’, il nuovo libro di Marco Cesario edito da Rogiosi, mescola tutti questi generi per dare vita a un ritratto a più voci del Mediterraneo. Un mare che, tra le 168 pagine del volume, si anima tra ricordi, descrizioni, storie e leggende di luoghi e uomini delle tante civiltà che su quelle acque sono sbocciate. “Io sono nato a Napoli: il Mediterraneo è casa mia – spiega Cesario, giornalista, scrittore e autore di ‘Sansür: censura. Giornalismo in Turchia’, pubblicato nel 2013 –. È fonte di contraddizioni e conflitti, è forza. È culla di popoli profondi e antichi, ed è ricco delle loro testimonianze; da millenni è teatro di incontri e scontri di civiltà. Oggi vivo a Parigi: forse è per la lontananza che ho scelto di dedicargli un libro”. ‘Medin’ raccoglie 10 anni di viaggi e ricordi, riscritti e rivisitati in chiave più intima. 

I 30 capitoli non sono in ordine cronologico, ma rispondono alle esigenze dell’autore di tratteggiare il suo personale periplo nel Mediterraneo: “Sono un vero e proprio homo mediterraneus, sensibile e legato alla memoria delle mie terre”, sorride Cesario. Un peregrinare, il suo, che parte da Barcellona e passa per Istanbul, Tangeri, Il Cairo, Andria, Tolone, Creta, la Palestina, Israele, la Tunisia, l’Algeria, Trieste: un mosaico con tasselli speciali, come la chiacchierata con lo scrittore israeliano Amos Oz tra le mura sacre di Gerusalemme; a Tel Aviv con il giornalista del quotidiano ‘Haaretz’ Gideon Levy; a Ischia con la blogger della rivoluzione tunisina Lina Ben Mhenni. Un mosaico fatto anche di incontri con storie sconosciute, come quella del fotografo catalano resistente Francisco Boix i Campoo del fruttivendolo-eroe Mohammed Bouazizi, che con il suo gesto ha dato il via alle rivolte nel mondo arabo. Storie di esilio, di origine e di resistenza come quelle della giornalista turca Füsun Erdogano del maestro Rami Balawi, che a Gaza continua a insegnare storia, nonostante i bombardamenti. “Rami ha 26 anni, la sua casa è stata distrutta durante l’operazione Bordo protettivo, come la sua famiglia. Dopo l’ennesimo raid, era tornato a scuola: ‘Tristemente alcune centinaia di studenti di Gaza non sono rientrati perché sono stati uccisi, feriti; o perché hanno perso la propria famiglia o la casa’. Ma non ha mollato, e continua a insegnare nonostante tutto: ‘La lezione più importante che si può apprendere da questa guerra è che il popolo di Gaza di è dimostrato più forte delle bombe’, ripete. 

Quali le persone che hanno colpito di più l’autore? “Gideon Levy mi ha impressionato per la sua lucidità”. Levy è un giornalista e opinionista di origine ebraiche, firma del quotidiano israeliano ‘Haaretz’, spesso critico nei confronti della politica adottata dal suo Paese riguardo alla questione palestinese: “Ha ricevuto tante minacce dalla destra ebraica, solo perché prende in considerazione il punto di vista dei palestinesi”. Levy è anche l’uomo che in un suo articolo (‘C’era una volta una terra’, pubblicato su ‘Haaretz’) raccontò di tutti quei villaggi arabi rasi al suolo a Tel Aviv e rinominati in ebraico, il cui nome originario è stato cancellato anche dagli archivi, “quartieri bombardati e sgomberati da qualsiasi ombra che ne potesse preservare la memoria, abitanti in fuga dalle proprie terre e dai campi che avevano coltivato per secoli”, scrive Cesario nel capitolo ‘Tel Aviv e i fantasmi dei villaggi arabi’, che proprio da quell’articolo parte. Ottocentomila palestinesi cacciati dalle proprie terre, 40 mila palestinesi uccisi durante vere e proprie operazioni di pulizia etnica. 

“Mi ha colpito moltissimo anche la scrittrice israeliana Zeruya Shalev. L’ho incontrata a Gerusalemme, vicino al luogo dell’attentato a cui è sopravvissuta per caso, pur rimanendo ferita. Era lì per scrivere un capitolo del suo libro. A tutti quelle che le chiedono: ‘È stata la scrittura a darti la forza di risollevarti?’, lei risponde: ‘No, la scrittura stava per uccidermi’”. 

Quali, invece, i luoghi più amati? “Se devo scegliere, dico Gerusalemme, con il suo melting pot di religioni. Camminare sulla Spianata delle Moschee e poi ripercorrere i luoghi di Cristo è un’esperienza unica: ti rendi conto di sfiorare la storia di tutta l’umanità. L’ultima cosa che ho visto prima di rientrare sono stati gli ulivi dei Getsmani”. Per questo l’ultimo capitolo di ‘Medin’ è dedicato all’ulivo, pianta tipica dell’area mediterranea. 

Un libro che con forza si richiama all’attualità. Nel quarto capitolo ‘Tangeri, porto del Mediterraneo’, Cesario racconta del viaggio fatto con una collega messicana tra Marocco e Andalusia, attraverso lo Stretto di Gibilterra, per raccontare la ‘tratta della vergogna’ Marocco-Spagna, quella che una volta era Messico-Stati Uniti. “La ‘fortezza Europa’ ha importato il sistema statunitense per schiacciare i flussi migratori sfruttandone le risorse in termini di manodopera in nero a prezzo zero”, scrive. “La polizia marocchina faceva il lavoro sporco di quella spagnola – spiega –, bloccando i barconi ancora prima che partissero. E oggi ci troviamo davanti alle stesse questioni, legate al tragitto Libia-Italia: la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra, e per anni blocca i profughi sub-sahariani in condizioni disumane. Inorridisco quando sento parlare della necessità di bombardare i barconi. Quelle persone hanno diritto d’asilo: stiamo assistendo a un esodo di uomini, donne e bambini che vogliono ‘solo’ salvarsi. Basta discutere di migrazioni unicamente in chiave di sicurezza: cominciamo a parlare di diritti umani”. 

“Lo Stretto di Gibilterra resta ancora oggi un luogo altamente simbolico – scrive Cesario –: le colonne d’Ercole sono infatti il più grande cimitero a cielo aperto nel Mediterraneo”. Dopo le stragi di migranti degli ultimi anni al largo di Lampedusa, c’è un altro luogo che concorre per quel drammatico primato. E allora che cos’è, oggi, il Mediterraneo? “È un mare di disperazione e desolazione. È un deserto, e questo mi fa così male. Il Mediterraneo è un mare che divide, ma che potrebbe tornare a unire, rinvigorendo uno scambio che dura da millenni. Considerarlo barriera per respingere i migranti è contro natura: serve andare oltre il paradigma di ‘fortezza Europa’ e trovare nella storia i semi del nuovo futuro di quelle acque, un futuro fatto di inclusione e rinascita”. (Ambra Notari)

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