Migranti, Regina Catrambone: in azione con il Moas anche nostra figlia
Foto - MOAS/MSF
Roma - La storia di Regina e Christopher Catrambone, la coppia di milionari che ha deciso di mettere tempo e denaro al servizio dei migranti che attraversano il Mediterraneo a rischio della vita, ha fatto il giro del mondo. Le testate piu' importanti hanno raccontato la loro storia e di come e' nato il progetto Migrant off-shore aid station (Moas).
Era il 2013 quando, in vacanza sulla loro barca nel Mediterraneo, si imbattevano negli abiti che galleggiavano sul pelo dell'acqua e scoprivano coi loro occhi il dramma di un recente naufragio e, sicuramente, di molti annegamenti.
"In quel momento abbiamo deciso di metterci in gioco" racconta all'Agenzia Dire Regina, una donna dai lineamenti gentili, gli occhi chiari e lo sguardo dolce. "Quelle persone stavano morendo nel silenzio generale". Dopo quell'incontro in mare aperto "abbiamo acquistato una nave, la Phoenix, l'abbiamo dotata di un equipaggio, gommoni e dei droni e siamo salpati ad aiutare gli altri".
Regina e Christopher collaborano a bordo della Phoenix e anche della Responder, seconda nave che ora batte le acque dell'Egeo. Lo scorso anno con loro c'e' stata anche la figlia Maria Luisa, di 18 anni.
"Per una ragazza cosi' giovane e' interessante mettersi in nave e dedicare un intero anno al servizio degli altri" spiega Regina, che racconta il 'valore' in piu' che la figlia ha rappresentato per il loro lavoro: "essendo cosi' giovane, e avendo frequentato dei corsi appositi, sapeva come interagire con i migranti".
Ma erano soprattutto i ragazzi della sua eta' ad avvicinarsi a lei, "felici di potersi aprire con lei, confidarsi e confrontarsi, e hanno raggiunto spesso un buon livello di empatia, cosa che magari con gli adulti e' piu' difficile. Quella barriera che si crea a causa dall'eta', coi coetanei crolla e non esiste piu'". Quindi, "questo anno sabbatico e' stato un'esperienza molto importante per Maria Luisa, che adesso porta nel cuore. Ora e' all'universita', e da li' si dedica a dare testimonianza".
I pericoli che affrontano i profughi in fuga da Paesi in guerra come Siria, Iraq, Afghanistan, ma anche Libia e Paesi sub sahariani sono enormi: "la situazione e' molto, molto triste: si vedono soprattutto famiglie disperate in cerca di un futuro, e di diritti civili che gli vengono spesso negati, in Turchia - da dove salpano - o qui, in Europa" spiega ancora Regina.
L'iter dei siriani, ad esempio, che decidono di lasciarsi alle spalle un Paese distrutto da 5 anni di guerra, non e' semplice: "devono aspettare tanti mesi prima di partire, poi quando lasciano, infine, la Siria arrivano in Turchia, dove devono attendere ancora" per ottenere un visto di ingresso in Europa che nella maggior parte dei casi non viene concesso.
"Quindi decidono di prendere il mare". D'altronde, non hanno scelta, non possono tornare indietro perche' dietro di loro ormai c'e' il nulla: ne' lavoro, ne' scuola per i figli, ne' futuro. "Questo e' quello che ci raccontano".
Tra il 2014 e il 2015 il Moas ha salvato oltre 12mila persone nel Mediterraneo. "Adesso - da meta' dicembre - siamo presenti nell'Egeo con la nave Responder. Qui la situazione e' molto diversa, perche' i tempi di azione sono molto piu' corti".I Catrambone hanno iniziato la loro missione nel 2013 a largo di Lampedusa, ma adesso che l'emergenza si e' spostata nell'Egeo, stanno imparando a conoscere un mare nuovo: le frastagliate coste greche - costellate di oltre 400 isole - rende i naufragi molto piu' frequenti e i dati rivelano che il 90% dei migranti non sa nuotare.
Le condizioni metereologiche poi sono molto instabili, il tempo cambia rapidamente quindi puo' accadere che questi viaggiatori, partiti con tempo sereno, vengano raggiunti da venti e tempeste improvvise che capovolgono o sbattono con facilita' i gommoni contro gli scogli. Anche il fondale e' in vari punti irto di rocce, che un navigante improvvisato non e' in grado ne' di individuare, ne' tanto meno evitare.
Per questo "le persone arrivano bagnate e spesso ferite, e le imbarcazioni, inadeguate ad affrontare quel tipo di sfide, si distruggono". Nel soccorso e nel post soccorso il Moas collabora di recente col Cisom - il Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta - e sotto il coordinamento della Guardia costiera greca e della Guardia costiera italiana. Un impegno operativo che i Catrambone ritengono, in un certo senso, 'dovuto'. "Noi - conclude Regina - abbiamo semplicemente risposto all'appello di Papa Francesco che chiedeva un aiuto umano e una risposta da parte della societa' civile. Noi abbiamo una responsabilita' verso queste persone. E ci siamo messi in gioco con le risorse che avevamo". (DIRE)