2 luglio 2015 ore: 15:17
Immigrazione

Migranti sfruttati nei campi, tra i caporali anche amici e parenti

Sono i mille volti, spesso insospettabili, di chi lucra sul lavoro degli altri, svelati dal rapporto 2015 del Progetto Presidio di Caritas italiana. Chi è partito per primo, chi è stato schiavo, "vende le braccia" dei connazionali. LE vittime dal 2010 al 2013 sono oltre 5.400
Caporalato, sfruttamento lavorativo, raccolta pomodori immigrazione

MILANO – Chi sono i caporali? Conterranei, parenti, amici più vicini. Tra gli schiavi dell'agricoltura ci si vende: mors tua vita mea. Chi è partito per primo, chi è stato schiavo, vende le braccia dei suoi parenti o degli amici. Il dato emerge dal rapporto 2015 di Presidio, il progetto di Caritas italiana a tutela dei migranti che lavorano la terra di base in dieci località in Piemonte, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Il volume "Nella terra di nessuno" è stato presento ad Expo.

- Sono cinque i profili dei caporali scovati nel rapporto. Il primo è il "caporale-lavoratore", che svolge le stesse mansioni degli altri, ma porta manodopera e per questo ha piccoli benefit. C'è poi il "caporale-tassita", che si fa pagare per il trasporto giornaliero sul campo all'inizio e alla fine dei turni. C'è il "caporale-venditore" che si fa pagare per portare beni di prima necessità ai lavoratori. Quarto tipo è il "caporale-aguzzino" che impone ad ogni suo sottoposto una tassa: è la tipologia più violenta. Ultimo caso è il "caporale-amministratore delegato" che per ogni segmento della filiera del raccolto ha un guadagno extra.

I mille volti del caporalato sono uno degli aspetti più problematici della tratta dei lavoratori. In oltre sette casi su dieci chi parte contrae un debito, che dovrà estinguere con il lavoro delle sue braccia: un modo per legarsi indissolubilmente al lavoro nei campi. Il progetto Presidio segue in tutto 1.277 persone. La maggioranza dei lavoratori è concentrata tra Saluzzo (24,3%) e Foggia (19,2%). In maggioranza si tratta di burkinabè (250 circa), maliani (150), ghanesi (130), tunisini (100) e ivoriani (100). I principali Paesi di provenienza dei caporali sono Burkina Faso, Ghana, Tunisia e Marocco. Nel Paese nordafricano, ad esempio, gli operatori segnalano l'esistenza di liste gestite da caporali stavolta italiani attraverso le quali si viene "selezionati" per entrare nel decreto flussi. L"iscrizione", illegale ovviamente, costa tra i 2 e i 3mila euro. Il salario medio che guadagneranno nei campi va tra i 20 e i 25 euro, solo in pochissimi casi tra i 30 e i 40 euro al giorno. Secondo l'osservatorio Cgil Placido Rizzotto, ci sarebbero tra i 70 e i 100 mila sfruttati ogni anno nella filiera dell'agricoltura.

La metà di chi si trova a lavorare nei campi non ha un documento, ma questo viene percepito come un'urgenza solo in un caso su dieci, secondo i dati di Presidio. Il problema più sentito, invece, è la casa, segnalata come priorità da tre schiavi del raccolto su dieci, soprattutto burkinabè (meno i tunisini). Due lavoratori su tre, infatti, sono costretti a vivere in baraccopoli. Sono 317 i casi di sfruttamento lavorativo (181 quello di sfruttamento multiplo) che sono stati poi seguiti da progetti di reinserimento sociale. Si chiamano Avviso 6 e Avviso 12 i due progetti possibili per il recupero degli sfruttati e dal 2003 è stato introdotto un fondo ministeriale, inizialmente di 2,5 milioni di euro, per finanziarli.

Lo sfruttamento però va molto oltre i campi. Basti pensare che degli oltre 5.400 casi accertati di sfruttamento tra il 2010 e il 2013 l'incidenza maggiore è in Emilia-Romagna (102 casi), seguita dalla Lombardia (60 casi). La maggior parte dei casi si concentrano al Nord Italia. (lb) 

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