16 giugno 2017 ore: 18:00
Immigrazione

Migranti, Unhcr: in Libia è l'inferno, l'Europa si muova

"Questo episodio rivela una realta' che esiste ormai da anni in Libia: non c'e' migrante che non sia passato da questo Paese e non lo abbia descritto come un inferno". Come spiega all'agenzia DIRE Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr per il Su...

Roma - "Questo episodio rivela una realta' che esiste ormai da anni in Libia: non c'e' migrante che non sia passato da questo Paese e non lo abbia descritto come un inferno". Come spiega all'agenzia DIRE Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr per il Sud Europa, la vicenda rivelata oggi dall'Oim - secondo cui 270 tra somali ed etiopici sono tenuti in ostaggio da alcuni banditi nel sud della Libia, che li torturerebbero per accelerare il riscatto - e' grave, ma non e' una novita', e evidenzia una volta di piu' quanto sia necessario portare sviluppo a un Paese messo in ginocchio dalla guerra, e piu' in generale supportare i Paesi vicini affinche' escano dai conflitti e la poverta' che incoraggia i giovani a partire.

"Quante volte ci capita di ascoltare storie di giovani che hanno chiesto ai compagni di avvisare le famiglie che di li' a poco sarebbero morti, oppure di accogliere ragazze rimaste incinta contro la loro volonta'", prosegue la portavoce. Che ricorda l'impegno dell'Unhcr nel risolvere la situazione "estremamente preoccupante" almeno nei centri di detenzione ufficiali, dove negli ultimi 15 mesi l'Alto commisariato Onu e' riuscito a far liberare oltre 800 persone: "Noi offriamo il nostro aiuto alle autorita' libiche e con loro collaboriamo per visitare i centri e portare almeno assistenza medica. Vorremmo riuscire ad andare in tutti quelli esistenti. Il nostro obiettivo e' anche aprire presto centri comunitari e case sicure per le persone piu' vulnerabili, sopravvissute alla traversata del deserto, e in balia dei trafficanti".

Ma l'obiettivo vero dell'Unhcr "e' ribaltare il sistema libico di gestione degli arrivi, che al momento si fonda sulla detenzione di massa".

Anche monitorare i centri ufficiali non e' semplice: "Solo a pochi di noi alla volta - o a membri della Croce rossa o altre organizzazioni internazionali - e' consentito l'accesso, sempre accompagnati da funzionari libici. Vorremmo che questo cambiasse".

Sami non nega che sul campo la situazione sia difficile: "La Libia e' un Paese in guerra, ci sono oltre 300mila libici sfollati. Dobbiamo aiutarli, anche perche' - a fronte di condizioni di poverta' diffusa - il traffico di esseri umani e' diventato la principale fonte di reddito. Va bene punire gli atti criminali, ma bisogna offrire anche aiuti concreti alle comunita'".

La prossima settimana a Bruxelles si terra' un vertice proprio sul tema dei migranti. Cosa vi attendete? "Che tutti i Paesi europei seguano l'esempio di quelli che, come l'Italia o la Germania, stanno portando avanti una politica di gestione dei flussi ampia, fondata sullo sviluppo dei Paesi africani" risponde Sami. "Se e' tutta l'Europa a farlo allora si puo' ottenere un reale impatto sulle cause del fenomeno, come le guerre, i conflitti, la poverta' o le conseguenze stesse delle migrazioni interne: pensiamo all'Uganda che sta ospitando quasi un milioni di profughi dai Paesi vicini".

Per Sami e' un'ottima notizia anche la conferenza del 6 luglio a Roma, indetta dall'Italia sul tema, e a cui sono stati invitati i Paesi africani coinvolti: "È chiaro ormai che le persone non vanno aiutate solo quando si trovano ormai ad attraversare il Mediterraneo, ma e' a monte. E a volte e' proprio nei campi detentivi in Libia, dove sono in trappola, e anche volendo non possono piu' tornare indietro".

La difficolta' enorme per Sami al momento e' data dal fatto che "non tutti i Paesi dell'Unione sono in grado di assumersi le responsabilita' politiche che si sono assunti. Impegni che, quindi, ricadono interamente sulle spalle di pochi. Per noi questo e' inaccettabile, cosi' come il fatto che si dica che tale sfida e' persa: sarebbe una perdita enorme dal punto di vista della storia". (DIRE)

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